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Classici

Il Velodog di Auguste Francotte

Una piccola rivoltella che siamo abituati a vedere in esecuzioni economiche spagnole, ma che può avere una esecuzione davvero raffinata, come nel caso di quest’arma in sola doppia azione costruita da uno dei migliori artigiani di scuola belga

di Roberto Palamà

 

A cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo le armi a serbatoio rotante giungono all’ultima fase del lento processo evolutivo durato tre secoli: innovazioni come il cane a rimbalzo (Stanton 1867), lo sportellino di caricamento Abbadie (1878), il meccanismo di rotazione del tamburo (Mauser ‘Zig-zag’ 1878), l’eliminazione della discontinuità tra tamburo e canna (Nagant 1895 e 1910), la transfer bar (Iver Johnson 1896), l’aumento della capacità a otto colpi (Gasser 1898) e infine la possibilità di sfruttare l’energia prodotta dalla carica di lancio per armare il cane e far ruotare il cilindro (Webley-Fosbery 1901) rendono la rivoltella un prodotto senza prospettive di ulteriori perfezionamenti se non quelli relativi all’impiego di nuovi materiali.

Nello stesso periodo cominciano a comparire le prime pistole semiautomatiche subito oggetto di vivo interesse negli ambienti militari di numerose nazioni che presto le adottano per i propri eserciti come armi individuali in sostituzione delle rivoltelle.

La vitale risorsa delle commesse governative di armi a rotazione sarebbe presto venuta a mancare ma l’industria del settore, mentre si attrezza per produrre i nuovi ritrovati, può pur sempre contare sui mercati civili e proporre, agli estimatori delle rivoltelle, le realizzazioni più raffinate grazie al cospicuo patrimonio di conoscenze accumulate e all’esperienza acquisita dalle proprie maestranze.
Va considerato che le pistole semiautomatiche, con poche eccezioni, sono all’epoca meno affidabili rispetto alle rivoltelle. Il porto in condition one (colpo in canna, cane armato e sicura inserita) è ancora di là da venire e la doppia azione, che consente di sparare senza altre manovre se non la trazione del grilletto, è prerogativa delle sole armi a rotazione. È logico quindi che sul mercato civile un’arma affidabile, che consenta la veloce ripetizione del colpo in caso di mancata accensione della cartuccia, abbia un largo spazio e annoveri numerose nuove e interessanti proposte.

Mauser HSc

Nella Germania del primo dopoguerra, mentre l’ombra del nazismo si allungava sinistramente, apparvero diverse pistole semiautomatiche di nuova e moderna concezione: una di queste fu la HSc della leggendaria firma Mauser, di cui vogliamo ripercorrere la storia e illustrare la tecnica

di Francesco Battista

 

All’inizio degli anni Trenta dello scorso secolo la Mauser-Werke iniziò a notare un preoccupante declino delle vendite della sua gamma di pistole semiautomatiche di piccolo e medio calibro: sino a quel momento i vari modelli in calibro 6,35 (WTP, 1910 e 1910/34) e 7,65 Browning (1914 e 1934) si erano portati bene sul mercato tanto interno quanto internazionale, ma ora la situazione stava cambiando.

Infatti mentre le pistole di grosso calibro continuavano a essere apprezzate, soprattutto la P.08 che la Mauser produceva dal 1930 e forniva sia alla clientela civile sia alle forze di polizia e alla Reichswehr (la C96 furoreggiava nella Cina dominata dai molti Signori della Guerra, costantemente in lotta tra loro), quelle meno potenti perdevano sempre più terreno nei confronti delle nuove creature della storica concorrente dell’azienda, la Carl Walther Waffenfabrik di Zella-Mehlis, che tra il 1929 e il 1930 aveva introdotto le nuove e modernissime PP e PPK.

In effetti tra queste e le loro avversarie di Oberndorf, per esempio il modello 1934, vi era un abisso sotto il profilo non solo meccanico, ma anche estetico: le Walther offrivano il cane esterno e lo scatto in azione mista, rivelandosi quindi perfettamente adatte a essere portate con la cartuccia in camera in piena sicurezza, e si presentavano con una linea elegante e sinuosa.

Al confronto la pur ben costruita 1934, con la sua azione singola, il percussore lanciato e l’aspetto squadrato e severo, appariva irrimediabilmente obsoleta. Per di più i corpi di polizia e le forze armate tedesche avevano espresso la necessità di avere a disposizione una pistola più semplice e leggera rispetto alla costosa e pesante P.08 e, naturalmente, osservavano con interesse i nuovi prodotti della Walther.

Alla fine del 1933 i vertici aziendali della Mauser affidarono quindi alla Sezione Sviluppo (V-Abt) il progetto di una nuova serie di pistole semiautomatiche con scatto in azione mista, basata su un comune disegno di base capace di essere adattato a calibri e finalità diversi – come era avvenuto anni prima per i modelli 1910 e 1914 – semplicemente variando le dimensioni dei componenti.
Dell’impegnativo compito fu incaricato un giovane ingegnere da poco entrato alla Mauser, Alex Seidel, che affiancò e poi sostituì il famoso Josef Nickl, oramai a fine carriera: iniziò così lo sviluppo della serie HahnSelbstspanner, denominazione che significa letteralmente ‘cane autoarmantesi’ e abbreviata nella sigla HS cui seguivano lettere minuscole a indicare la sequenza dei prototipi.

 

 

 

Uno Sharps-Borchardt da gara

Nell’autunno del 1878, a Creedmor, il fucile Sharps-Borchardt modello 1878 fu impiegato in sedici gare e ne vinse dodici ivi incluse quelle a ottocento, novecento e mille yarde. Ma il fucile non ebbe fortuna commerciale: cerchiamo di raccontare il perché.

di Roberto Allara

Di Hugo Borchardt sappiamo che nacque in Germania, nel 1845 o nel 1846: la data esatt a si ignora, al pari del luogo. Situazione non così inconsueta a quei tempi se si pensa che anche di Georg Luger non si conosce l’esatta data di nascita e perfino il suo tesserino militare riporta la religione (Katholisch) ma non l’anno natale che è citato solo con il millesimo.

Il giovane Borchardt emigrò negli Stati Uniti con i genitori all’età di sedici anni e nel 1875 ottenne la cittadinanza americana, circostanza che oltreoceano consente di definire un tedesco come inventore americano. Dopo aver lavorato per anni alla Winchester, dove progettò un macchinario e varie rivoltelle, per via dell’accordo ben noto ancorché mai dimostrato tra Winchester e Colt lasciò l’azienda e approdò alla Sharps. Anche se manca una documentazione di tale accordo, è comunque noto che le rivoltelle Winchester non furono mai commercializzate.

Christian Sharps (1811-1874) fu l’ideatore di una linea di robusti fucili associati a numerosi eventi che contribuironoa definire l’America dell’Ottocento, ivi inclusi il conflitto armato nel Kansas degli anni Cinquanta, la guerra civile e la nascita delle moderne gare di tiro a lunga distanza. Dalla collaborazione di Borchardt con Sharps, che all’epoca proponeva come prodotto di punta il modello 1874 denominato Old Reliable, nacque l’azione Sharps-Borchardt a blocco cadente e percussore lanciato, ancora oggi una delle più solide e veloci, estesamente usata nella sperimentazione di cartucce wildcat. Roy Dunlap, l’autore di GUNSMITHING, scrive: Se vi capita di trovare una vecchia azione Sharps-Borchardt, comperatela e lavorateci: imparerete un sacco di cose.

La caratteristica principale dell’azione, la più evidente, era la scomparsa del massiccio e ingombrante cane laterale, peculiarità che impresse all’arma un aspetto moderno ma che si rivelò esiziale per le vendite, tanto che dal 1877 al 1881 la produzione fu di soli 22.500 esemplari, in maggioranza militari. Nel settore civile nocque all’arma l’assenza del cane esterno; per la caccia mancava uno stecher e i militari si stavano orientando verso i fucili a otturatore girevole-scorrevole.
Il fucile Sharps-Borchardt era discreto, ma il mercato richiedeva altro e il nuovo fucile era troppo moderno per i gusti dell’epoca. Anche la grande caccia al bisonte, per la quale il nuovo fucile camerava munizioni adeguate, stava volgendo al termine.
In seguito Borchardt, ricco di idee ma povero di denaro, tornò in Europa nel 1880 e a Budapest entrò in contatto con Krnka, Mannlicher e von Kromar per poi lasciare la città nel 1890 e impiegarsi alla Loewe. Ma questa, benché interessante e ricca di sviluppi, è un’altra storia.

La strana chiusura di Bethel Abiel Revelli de Beaumont

Agli inizi del secolo la pistola Charola y Anitua attrasse l'attenzione del capitano Revelli de Beaumont, il quale mutò dall'arma spagnola l'intero impianto, in una prima fase, e poi soprattutto il particolarissimo sistema di chiusura che applicò non solo alla pistola 1910 ma anche alla mitragliatrice 1914.

di Carlo Camarlinghi

 Era da tempo che avevo voglia di scrivere su questo argomento, ma tutto era rimasto relegato nello stracolmo magazzino delle buone intenzioni, in attesa del momento giusto. Questo è arrivato all’improvviso, quando ho fatto caso a due eventi concomi-tanti. Gli eventi sono: il centenario della guerra italo-turca, comunemente detta Guer-ra di Libia, e la pubblicazione di un bel libro di Emanuele Marcianò e Adriano Simoni, intitolato “Le cinque vite della Glisenti 1910”.

 Come tutti sanno, i centenari vengono di loro inziativa mentre i libri bisogna che qualcuno li scriva e questo lo dico ammettendo una certa dose di invidia perché quello appena citato vorrei proprio averlo scritto io. Allora, non potendo far di più o di meglio, mi permetto una breve inte-grazione sulla genesi progettuale della pistola automatica M. 910 e qualche conside-razione complementare, non senza una breve premessa.


Questa serie di articoli sulla tecnica e il design delle armi da fuoco ha, tra gli altri, lo scopo, forse si dovrebbe dire la pretesa, di suggerire spunti di riflessione alternativi sul come e sul perché certi progetti sono nati e si sono sviluppati. In questo caso lo spunto di riflessione è in chiave storica, pur contenendo essenziali argomentazioni tecniche, e parte dalla considerazione di come, per una serie di curiose vicende, le ra-dici progettuali delle due pistole d’ordinanza italiane in calibro 9X19 usate durante la Grande Guerra, possano essere ricondotte, in gran parte, se non del tutto, fino alla lontana Spagna.
Tutto ebbe inizio negli ultimi anni del XIX secolo, quando vennero stabilite le fon-damenta tecniche di una nuova categoria di armi, le pistole automatiche.

La produzione di armi leggere nel nord Italia dal '43 al '45

Una serie di documenti trovati dall'autore risalenti alla seconda guerra mondiale consente di ricostruire l'attività dell'industria armiera italiana durante il periodo dell'occupazione nazista.

di Gaetano Alessandro Cipriani

 

Nei giorni seguenti l'8 settembre 1943, con il dissolversi dell'apparato militare italiano, enormi quantitativi di materiali appartenuti al Regio Esercito, la maggior parte dei quali in buone condizioni, cadevano nelle mani dei tedeschi. Il bottino fu realmente impressionante e fornisce le dimensioni di quella che fu indubbiamente come la più grande catastrofe conosciuta dalle nostre Forze Armate: 1.225.660 fucili, 33.383 mitragliatrici, 9.986 cannoni, 970 tra carri armati e cannoni semoventi, 4.553 aeroplani ( di cui però solo 2867 velivoli militari, quasi tutti da addestramento, trasporto e collegamento), 15.500 automezzi, 286.000 tonnellate di munizioni e 12.114 metri cubi di carburante per veicoli. I progionieri, ufficiali e soldati, assommavano a fine settembre 1943, a ben 550.000 unità. In merito il generale Jodl, Capo di Stato Maggiore operativo delle forze armate tedesche, affermò con cinismo che questa tragedia fu, militarmente, il maggiore servizio reso dall'Italia al suo alleato. Dopo l'iniziale periodo di saccheggio sistematico, l'occupante prendeva conoscenza della realtà italiana con lo scopo di razionalizzare la produzione e di riconvertire buona parte delle capacità produttive per gli scopi dell'economia di guerra del Reich: le industrie del nord Italia cedevano così sotto il totale controllo del Ministero degli Armamenti tedesco diretto da Albert Speer.

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