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Classici

La strana chiusura di Bethel Abiel Revelli de Beaumont

Agli inizi del secolo la pistola Charola y Anitua attrasse l'attenzione del capitano Revelli de Beaumont, il quale mutò dall'arma spagnola l'intero impianto, in una prima fase, e poi soprattutto il particolarissimo sistema di chiusura che applicò non solo alla pistola 1910 ma anche alla mitragliatrice 1914.

di Carlo Camarlinghi

 Era da tempo che avevo voglia di scrivere su questo argomento, ma tutto era rimasto relegato nello stracolmo magazzino delle buone intenzioni, in attesa del momento giusto. Questo è arrivato all’improvviso, quando ho fatto caso a due eventi concomi-tanti. Gli eventi sono: il centenario della guerra italo-turca, comunemente detta Guer-ra di Libia, e la pubblicazione di un bel libro di Emanuele Marcianò e Adriano Simoni, intitolato “Le cinque vite della Glisenti 1910”.

 Come tutti sanno, i centenari vengono di loro inziativa mentre i libri bisogna che qualcuno li scriva e questo lo dico ammettendo una certa dose di invidia perché quello appena citato vorrei proprio averlo scritto io. Allora, non potendo far di più o di meglio, mi permetto una breve inte-grazione sulla genesi progettuale della pistola automatica M. 910 e qualche conside-razione complementare, non senza una breve premessa.


Questa serie di articoli sulla tecnica e il design delle armi da fuoco ha, tra gli altri, lo scopo, forse si dovrebbe dire la pretesa, di suggerire spunti di riflessione alternativi sul come e sul perché certi progetti sono nati e si sono sviluppati. In questo caso lo spunto di riflessione è in chiave storica, pur contenendo essenziali argomentazioni tecniche, e parte dalla considerazione di come, per una serie di curiose vicende, le ra-dici progettuali delle due pistole d’ordinanza italiane in calibro 9X19 usate durante la Grande Guerra, possano essere ricondotte, in gran parte, se non del tutto, fino alla lontana Spagna.
Tutto ebbe inizio negli ultimi anni del XIX secolo, quando vennero stabilite le fon-damenta tecniche di una nuova categoria di armi, le pistole automatiche.

La produzione di armi leggere nel nord Italia dal '43 al '45

Una serie di documenti trovati dall'autore risalenti alla seconda guerra mondiale consente di ricostruire l'attività dell'industria armiera italiana durante il periodo dell'occupazione nazista.

di Gaetano Alessandro Cipriani

 

Nei giorni seguenti l'8 settembre 1943, con il dissolversi dell'apparato militare italiano, enormi quantitativi di materiali appartenuti al Regio Esercito, la maggior parte dei quali in buone condizioni, cadevano nelle mani dei tedeschi. Il bottino fu realmente impressionante e fornisce le dimensioni di quella che fu indubbiamente come la più grande catastrofe conosciuta dalle nostre Forze Armate: 1.225.660 fucili, 33.383 mitragliatrici, 9.986 cannoni, 970 tra carri armati e cannoni semoventi, 4.553 aeroplani ( di cui però solo 2867 velivoli militari, quasi tutti da addestramento, trasporto e collegamento), 15.500 automezzi, 286.000 tonnellate di munizioni e 12.114 metri cubi di carburante per veicoli. I progionieri, ufficiali e soldati, assommavano a fine settembre 1943, a ben 550.000 unità. In merito il generale Jodl, Capo di Stato Maggiore operativo delle forze armate tedesche, affermò con cinismo che questa tragedia fu, militarmente, il maggiore servizio reso dall'Italia al suo alleato. Dopo l'iniziale periodo di saccheggio sistematico, l'occupante prendeva conoscenza della realtà italiana con lo scopo di razionalizzare la produzione e di riconvertire buona parte delle capacità produttive per gli scopi dell'economia di guerra del Reich: le industrie del nord Italia cedevano così sotto il totale controllo del Ministero degli Armamenti tedesco diretto da Albert Speer.

Remington-Keene U.S. Navy Rifle

C'è chi l'ha chiamato fucile modello 1880 ma nonostante il nome non fu mai adottato ufficialmente: l'esercto degli Stati Uniti gli preferì il Winchester-Hotchiss e la marina ne ordinò alcuni esemplari per prove comparative, ma non lo accettò Perciò gli esemplari della marina sono davvero pochi.

Di Roberto Allara

C'è chi dice che ne furono punzonati duecento e c'è invece chi parla di duecentocinquanta, cifra che corrisponde al numero dei pezzi ordinati. Ma c'è anche chi sostiene  che i fucili recanti il punzone della marina - la sigla US che corona un'ancora e il marchio di accettazione dell'ufficiale incaricato ( il tenente William W. Kimball che appose la sigla nominativa W.W.K.) - siano stati in tutto centocinquanta, quelli che figurano nel rapporto con il quale il 16 aprile 1880 lo stesso Kimball dichiarò che erano stati ispezionati e che erano pronti per la consegna. Gli altri sarebbero seguiti, ma di essi le pochissime informazioni disponibili non dicono che siamo stati ispezionati e punzonati.
I marchi citati sono gli unici che si trovano sull'arma militare, visto che sul calcio e sui fornimenti non ci sono contrassegni specifici. In ogni caso, i Remington-Keene con i punzoni della marina degli Stati Uniti non possono essere stati più di duecentocinquanta, dei quali non tutti si sono conservati fino ai giorni nostri.

Il fucile non è poco noto solo per questa ragione, ma anche per un altro motivo che ora spieghiamo.
I collezionisti di fucili ex ordinanza conoscono abbastanza bene le armi adottate dagli Stati Uniti a partire dallo Springfield Trapdoor in calibro .45/70 e proseguendo con il Krag-Jorgensen in .30-40, lo Springfield 1903, il Garand M1 e a seguire l'M16 in tutte le sue varianti. Ciascuna di queste srmi è stata descritta minuziosamente in articoli e libri perchè è rimasta in servizio per decenni; per fare un esempio lo Springfield 1903 venne impiegato per oltre quarant'anni e fu lo strumento dei tiratori scelti fino a tutta la guerra di Corea all'inizio degli anni Cinquanta, quindi si tratta di fucili prodotti in quantità rilevanti e accessibili agli appassionati e ai collezionisti.

Winchester modello 1887 & 1901

Winchester mod.1887 & 1901

Il modello 1887 è il più insolito e riconoscibile dei Winchester a leva e anche il meno elegante. A differenza degli altri " lever action" prodotti dall'azienda, l'otturatore non è dotato si alcun movimento rettilineo bensì, in apertura e chiusura, ruota con la leva di azionamento.

di Carlo Camarlinghi

Le armi rese famose dal cinema mi hanno sempre ispirato una certa diffidenza, soprattutto quando si tratta di armi storiche mostrate completamente al di fuori del loro contesto. Non che io metta in discussione il diritto dell'arte a rappresentare fatti e oggetti in piena libertà espressiva e tanto meno mi permetto di pretendere l'esasperata esattezza filologica di un Visconti (magari!), ma concedetemi almeno queste quattro righe per esprimere il mio fastidio di fronte alla triste vicenda cinematografica del vecchio Winchester 1887 ( ni riferisco al fil Terminator 2, il giorno del giudizio, dove appare con calcio e canna tagliati nelle mani di Schwarzenegger).
Detto questo, veniamo ai fatti ossia al solido acciaio americano di fine '800.
Per quanto possa essere istintivo pensare l'epopea western in termini di canne rigate, è un fatto che gran parte degli scontri a fuoco dell'epoca sono stati risolti con ben dirette scariche di pallettoni, che poi questo ci faccia pensare più a Corleone che a Tombstone poco importa. Rileva invece la considerazione che nell'America di allora, come del resto in quella di oggi, i fucili a canna liscia erano estremamente popolari e quindi rappresentavano un mercato quanto lucroso al quale le imprese del settore guardavano con attenzione. Ma non proprio tutte, nel contesto di generale interesse la Winchester si fece notare per la sua assenza fino al 1878, quando iniziò a saggiare il terreno importando dalla Gran Bretagna un certo quantitativo di doppiette.
Questo atteggiamento potrebbe apparire inspiegabile, a prima vista, ma in realtà non è poi così difficile ipotizzare una ragione plausibile. Oliver Winchester diresse la sua azienda fino, si può dire, al giorno della morte, il 10 dicembre 1880, in una fase di assoluto successo delle sue carabine a leva. E' chiaro che, per quanto potesse rendersi perfettamente conto dell'interesse che il mercato mostrava per le armi a canna liscia, la sua attenzione era completamente assorbita dal prodotto tipico della sua azienda e, come si è detto, non volle mai "distrazioni" fino al 1878, quando finalmente autorizzò un esperimento con la commercializzazione di doppiette di media qualità, importate dalla Gran Bretagna.

Un Express di Barella

Un Express di Barella

Costruttore poco noto ma appartenente alla miglior scuola tedesca, Barella realizzò fucili non solo di grande finezza,ma anche di  straordinaria eleganza formale, come quello che vi presentiamo

di Roberto Allara


Della famiglia Barella in letteratura c’è davvero poco, ancorché a Soest-Ostönnen esista tuttora un’armeria Waffen Barella, il cui proprietario, peraltro, si chiama Kramer. Un Heinrich Barella nacque a Soest nel 1819 e morì a Berlino nel 1893. Però un Heinrich Philipp Johannes Barella è registrato come nato il 2 giugno 1822. Considerando la data di nascita del 1819, Heinrich Barella potrebbe aver ottenuto il brevetto di Maestro Armaiolo nel 1843; nel 1844 fu fondata la H.Barella Gewehrfabrik in Magdeburgo. Intorno alla metà degli anni Sessanta Barella, che si era trasferito a Berlino dove c’erano i clienti ai quali si rivolgeva, fu Hof-Büchsenmacher, un titolo simile a quello di Kaiserliche & Koingliche Hoflieferanten che da noi si sarebbe detto Fornitore dell’Imperial-Regia Casa. In effetti, in quegli anni Barella si registra come fornitore della Casa Reale di Prussia, mentre nel 1871 lo diverrà della Corte Reale di Berlino. Benché taluni autori inglesi, con superciliosa supponenza, affermino che il titolo poteva essere acquistato, ciò poteva avvenire in Gran Bretagna, non nella rigida e precisa Germania dell’epoca. Sempre per gli inglesi, ai quali tuttavia si deve la maggior parte delle  scarse informazioni disponibili, l’acquirente delle armi di Barella presso le Case reali sarebbe benissimo potuto essere un guardiacaccia o un servitore. E’ il tentativo decisamente scoperto e altrettanto decisamente disprezzabile di sminuire un costruttore che per qualità non sfigurava affatto rispetto ai migliori nomi della Gran Bretagna, e che sarebbe diventato fornitore anche dei re d’Italia e di Romania nonché dello Zar. Non ho notizie delle armi destinate alla casa reale romena, ma le armi degli Zar e dei re d’Italia sono ancor oggi visibili e testimoniano che quelle case reali non si accontentavano certo di prodotti dozzinali. Dopo la morte di Heinrich il suo laboratorio berlinese continuò l’attività, mantenendo ancora il titolo di Hof-Buchsenmacher come elemento di marketing, ma verosimilmente cessò di fornire case reali alla fine della guerra mondiale. Per dare un’idea della qualità, se questo fucile non fosse sufficiente, il nipote di Barella, Leue, che apprese l’arte dallo zio e diede origine ad un proprio laboratorio, nel 1890 si associò con Greener, di cui divenne il rappresentante in Germania.
Il fucile che stiamo considerando è un express a cani esterni della tarda e migliore produzione di Heinrich  Barella, in calibro 8x57R altrimenti noto come 8x57R/360. La cartuccia deriva dal bossolo del 9.3x62 ed è considerata dal Barnes una sorta di copia della munizione britannica .360 Nitro Express. Considerazione opinabile, visto che la carica iniziale dell’8x57R fu a polvere nera. La cartuccia sarà poi sostituita dall’8x57RJS, peraltro anch’essa non giovanissima essendo stata presentata nel 1888. Con palla da 196 grani, l’8x57R raggiungeva una velocità iniziale, a seconda dei caricamenti, tra i 1800 e i 1900 metri al secondo; 1800 esatti nel caricamento RWS. La munizione si prestava quindi per la caccia alla selvaggina europea, con traiettorie tese fino a circa 100 metri.

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