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Classici

Tascabili e da fondina

Derivate dal modello militare del 1902, e nate nella fase della produzione dei prototipi e modelli fabbricati anche su larga scala che portò alla gloriosa 1911, le due Colt Pocket Hammerless 1903 e 1908 furono prodotte nell’arco di oltre quaranta anni in più di settecentomila unità

di Adriano Simoni


Le prime pistole semiautomatiche ideate da John Moses Browning e realizzate dalla Colt a livello di prototipo risalgono agli anni 1897 e 1898, e furono seguite dai vari (e poco noti) modelli del 1900; invece il primo modello militare, previsto inizialmente in una piccola serie di duecento pezzi e poi in seguito adottato dall’esercito degli Stati Uniti, fu il Military Model of 1902 in calibro .38 rimless, che venne distribuito in circa diciottomila esemplari.
Parallelamente ne fu disegnata una versione di minori dimensioni sempre nello stesso calibro .38, provvista di cane esterno e con meccanica analoga a quella del modello 1902: il Model 1903 Pocket Hammer calibro .380 ACP, completato nel 1903 e rimasto in catalogo sino alla fine degli anni Venti.
Sempre nel 1903 fu messo in produzione anche un modello hammerless in calibro .32 ACP, denominato appunto Colt Pocket Hammerless Automatic Pistol, che venne commercializzato sino agli anni successivi alla Seconda guerra mondiale e affiancato cinque anni più tardi, dal 1908, da una versione nel maggiore calibro .380 ACP.
Questo modello è sostanzialmente analogo al Military Model 1902 in .38 Long Colt, ma in scala ridotta e con una meccanica diversa, basata su una chiusura a massa con canna fissa; ed è delle due versioni di questa semiautomatica a cane interno (hammerless) che vi vogliamo parlare ora.

Il modello 1903
La produzione del modello Pocket Hammerless .32 Caliber fu avviata nel 1903 e interrotta nel 1945 a un totale di 571mila pezzi suddivisi in cinque varianti. L’arma era costruita interamente con acciaio di ottima qualità, e la finitura è la bella e tipica brunitura opaca stile Colt old time.
Duecentomila pistole furono prodotte per il governo statunitense fra il 1941 e il 1945; erano caratterizzate dal prefisso M e da un range matricolare particolare nonché contraddistinte dalla scritta US Property. Per quella commessa militare la finitura fu eseguita per fosfatazione.

Manufrance Le Français

Era l’epoca del Can can e delle nuove scoperte della scienza e della tecnica: automobili, aerei e anche le pistole semiautomatiche. Tra le ultime particolare successo avevano le piccole 6,35 che i gentiluomini portavano nelle tasche degli abiti eleganti, prodotte in decine di modelli diversi tra cui uno della Manufrance si distingueva per le innovative caratteristiche

di Francesco Battista


La Manufacture Française d’Armes et Cycles de Saint-Étienne, nota dal 1911 con il nome commerciale Manufrance, fu fondata nel 1887 nella città di Saint-Étienne che, come è noto, rappresenta il centro storico della produzione di armi in Francia.
Finalità precipua dell’azienda era la vendita per corrispondenza di armi e biciclette, oltre che di una vasta gamma di altri articoli sportivi; benché molti prodotti fossero realizzati da ditte esterne, Manufrance si fece apprezzare soprattutto per i solidi e funzionali fucili ad anima liscia, come il giustapposto Robust e vari altri modelli dai nomi significativi e facilmente memorizzabili (Simplex, Falcor e Idéal).
Ben presto fu intrapresa anche la produzione di armi corte, dalla famosa pistola a ripetizione Gaulois a una serie di rivoltelle in calibro 5,7 Velodog e 8 mm Lebel, sia a telaio incernierato (modelli L’Africain e L’Explorateur) sia a telaio chiuso (come L’Agent e il Renforcé), che conobbero un buon successo tanto in patria quanto nelle colonie e nei dipartimenti d’oltremare.
Nel 1914 la Manufrance decise di tentare anche la carta delle allora infanti pistole semiautomatiche, presentando sul mercato un compatto modello in calibro 6,35 Browning per ritagliarsi un posto al sole in un segmento particolarmente vivace e lucroso in quegli anni, in cui né in Francia né in molti altri Paesi europei occorrevano autorizzazioni per girare armati: progettata da Étienne Mirnard, uno dei fondatori della ditta, la nuova arma fu patriotticamente battezzata Le Français e introdotta nel 1914, proprio all’inizio della Prima guerra mondiale

Il Velodog di Auguste Francotte

Una piccola rivoltella che siamo abituati a vedere in esecuzioni economiche spagnole, ma che può avere una esecuzione davvero raffinata, come nel caso di quest’arma in sola doppia azione costruita da uno dei migliori artigiani di scuola belga

di Roberto Palamà

 

A cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo le armi a serbatoio rotante giungono all’ultima fase del lento processo evolutivo durato tre secoli: innovazioni come il cane a rimbalzo (Stanton 1867), lo sportellino di caricamento Abbadie (1878), il meccanismo di rotazione del tamburo (Mauser ‘Zig-zag’ 1878), l’eliminazione della discontinuità tra tamburo e canna (Nagant 1895 e 1910), la transfer bar (Iver Johnson 1896), l’aumento della capacità a otto colpi (Gasser 1898) e infine la possibilità di sfruttare l’energia prodotta dalla carica di lancio per armare il cane e far ruotare il cilindro (Webley-Fosbery 1901) rendono la rivoltella un prodotto senza prospettive di ulteriori perfezionamenti se non quelli relativi all’impiego di nuovi materiali.

Nello stesso periodo cominciano a comparire le prime pistole semiautomatiche subito oggetto di vivo interesse negli ambienti militari di numerose nazioni che presto le adottano per i propri eserciti come armi individuali in sostituzione delle rivoltelle.

La vitale risorsa delle commesse governative di armi a rotazione sarebbe presto venuta a mancare ma l’industria del settore, mentre si attrezza per produrre i nuovi ritrovati, può pur sempre contare sui mercati civili e proporre, agli estimatori delle rivoltelle, le realizzazioni più raffinate grazie al cospicuo patrimonio di conoscenze accumulate e all’esperienza acquisita dalle proprie maestranze.
Va considerato che le pistole semiautomatiche, con poche eccezioni, sono all’epoca meno affidabili rispetto alle rivoltelle. Il porto in condition one (colpo in canna, cane armato e sicura inserita) è ancora di là da venire e la doppia azione, che consente di sparare senza altre manovre se non la trazione del grilletto, è prerogativa delle sole armi a rotazione. È logico quindi che sul mercato civile un’arma affidabile, che consenta la veloce ripetizione del colpo in caso di mancata accensione della cartuccia, abbia un largo spazio e annoveri numerose nuove e interessanti proposte.

Mauser HSc

Nella Germania del primo dopoguerra, mentre l’ombra del nazismo si allungava sinistramente, apparvero diverse pistole semiautomatiche di nuova e moderna concezione: una di queste fu la HSc della leggendaria firma Mauser, di cui vogliamo ripercorrere la storia e illustrare la tecnica

di Francesco Battista

 

All’inizio degli anni Trenta dello scorso secolo la Mauser-Werke iniziò a notare un preoccupante declino delle vendite della sua gamma di pistole semiautomatiche di piccolo e medio calibro: sino a quel momento i vari modelli in calibro 6,35 (WTP, 1910 e 1910/34) e 7,65 Browning (1914 e 1934) si erano portati bene sul mercato tanto interno quanto internazionale, ma ora la situazione stava cambiando.

Infatti mentre le pistole di grosso calibro continuavano a essere apprezzate, soprattutto la P.08 che la Mauser produceva dal 1930 e forniva sia alla clientela civile sia alle forze di polizia e alla Reichswehr (la C96 furoreggiava nella Cina dominata dai molti Signori della Guerra, costantemente in lotta tra loro), quelle meno potenti perdevano sempre più terreno nei confronti delle nuove creature della storica concorrente dell’azienda, la Carl Walther Waffenfabrik di Zella-Mehlis, che tra il 1929 e il 1930 aveva introdotto le nuove e modernissime PP e PPK.

In effetti tra queste e le loro avversarie di Oberndorf, per esempio il modello 1934, vi era un abisso sotto il profilo non solo meccanico, ma anche estetico: le Walther offrivano il cane esterno e lo scatto in azione mista, rivelandosi quindi perfettamente adatte a essere portate con la cartuccia in camera in piena sicurezza, e si presentavano con una linea elegante e sinuosa.

Al confronto la pur ben costruita 1934, con la sua azione singola, il percussore lanciato e l’aspetto squadrato e severo, appariva irrimediabilmente obsoleta. Per di più i corpi di polizia e le forze armate tedesche avevano espresso la necessità di avere a disposizione una pistola più semplice e leggera rispetto alla costosa e pesante P.08 e, naturalmente, osservavano con interesse i nuovi prodotti della Walther.

Alla fine del 1933 i vertici aziendali della Mauser affidarono quindi alla Sezione Sviluppo (V-Abt) il progetto di una nuova serie di pistole semiautomatiche con scatto in azione mista, basata su un comune disegno di base capace di essere adattato a calibri e finalità diversi – come era avvenuto anni prima per i modelli 1910 e 1914 – semplicemente variando le dimensioni dei componenti.
Dell’impegnativo compito fu incaricato un giovane ingegnere da poco entrato alla Mauser, Alex Seidel, che affiancò e poi sostituì il famoso Josef Nickl, oramai a fine carriera: iniziò così lo sviluppo della serie HahnSelbstspanner, denominazione che significa letteralmente ‘cane autoarmantesi’ e abbreviata nella sigla HS cui seguivano lettere minuscole a indicare la sequenza dei prototipi.

 

 

 

Uno Sharps-Borchardt da gara

Nell’autunno del 1878, a Creedmor, il fucile Sharps-Borchardt modello 1878 fu impiegato in sedici gare e ne vinse dodici ivi incluse quelle a ottocento, novecento e mille yarde. Ma il fucile non ebbe fortuna commerciale: cerchiamo di raccontare il perché.

di Roberto Allara

Di Hugo Borchardt sappiamo che nacque in Germania, nel 1845 o nel 1846: la data esatt a si ignora, al pari del luogo. Situazione non così inconsueta a quei tempi se si pensa che anche di Georg Luger non si conosce l’esatta data di nascita e perfino il suo tesserino militare riporta la religione (Katholisch) ma non l’anno natale che è citato solo con il millesimo.

Il giovane Borchardt emigrò negli Stati Uniti con i genitori all’età di sedici anni e nel 1875 ottenne la cittadinanza americana, circostanza che oltreoceano consente di definire un tedesco come inventore americano. Dopo aver lavorato per anni alla Winchester, dove progettò un macchinario e varie rivoltelle, per via dell’accordo ben noto ancorché mai dimostrato tra Winchester e Colt lasciò l’azienda e approdò alla Sharps. Anche se manca una documentazione di tale accordo, è comunque noto che le rivoltelle Winchester non furono mai commercializzate.

Christian Sharps (1811-1874) fu l’ideatore di una linea di robusti fucili associati a numerosi eventi che contribuironoa definire l’America dell’Ottocento, ivi inclusi il conflitto armato nel Kansas degli anni Cinquanta, la guerra civile e la nascita delle moderne gare di tiro a lunga distanza. Dalla collaborazione di Borchardt con Sharps, che all’epoca proponeva come prodotto di punta il modello 1874 denominato Old Reliable, nacque l’azione Sharps-Borchardt a blocco cadente e percussore lanciato, ancora oggi una delle più solide e veloci, estesamente usata nella sperimentazione di cartucce wildcat. Roy Dunlap, l’autore di GUNSMITHING, scrive: Se vi capita di trovare una vecchia azione Sharps-Borchardt, comperatela e lavorateci: imparerete un sacco di cose.

La caratteristica principale dell’azione, la più evidente, era la scomparsa del massiccio e ingombrante cane laterale, peculiarità che impresse all’arma un aspetto moderno ma che si rivelò esiziale per le vendite, tanto che dal 1877 al 1881 la produzione fu di soli 22.500 esemplari, in maggioranza militari. Nel settore civile nocque all’arma l’assenza del cane esterno; per la caccia mancava uno stecher e i militari si stavano orientando verso i fucili a otturatore girevole-scorrevole.
Il fucile Sharps-Borchardt era discreto, ma il mercato richiedeva altro e il nuovo fucile era troppo moderno per i gusti dell’epoca. Anche la grande caccia al bisonte, per la quale il nuovo fucile camerava munizioni adeguate, stava volgendo al termine.
In seguito Borchardt, ricco di idee ma povero di denaro, tornò in Europa nel 1880 e a Budapest entrò in contatto con Krnka, Mannlicher e von Kromar per poi lasciare la città nel 1890 e impiegarsi alla Loewe. Ma questa, benché interessante e ricca di sviluppi, è un’altra storia.

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