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Classici

Remington-Keene U.S. Navy Rifle

C'è chi l'ha chiamato fucile modello 1880 ma nonostante il nome non fu mai adottato ufficialmente: l'esercto degli Stati Uniti gli preferì il Winchester-Hotchiss e la marina ne ordinò alcuni esemplari per prove comparative, ma non lo accettò Perciò gli esemplari della marina sono davvero pochi.

Di Roberto Allara

C'è chi dice che ne furono punzonati duecento e c'è invece chi parla di duecentocinquanta, cifra che corrisponde al numero dei pezzi ordinati. Ma c'è anche chi sostiene  che i fucili recanti il punzone della marina - la sigla US che corona un'ancora e il marchio di accettazione dell'ufficiale incaricato ( il tenente William W. Kimball che appose la sigla nominativa W.W.K.) - siano stati in tutto centocinquanta, quelli che figurano nel rapporto con il quale il 16 aprile 1880 lo stesso Kimball dichiarò che erano stati ispezionati e che erano pronti per la consegna. Gli altri sarebbero seguiti, ma di essi le pochissime informazioni disponibili non dicono che siamo stati ispezionati e punzonati.
I marchi citati sono gli unici che si trovano sull'arma militare, visto che sul calcio e sui fornimenti non ci sono contrassegni specifici. In ogni caso, i Remington-Keene con i punzoni della marina degli Stati Uniti non possono essere stati più di duecentocinquanta, dei quali non tutti si sono conservati fino ai giorni nostri.

Il fucile non è poco noto solo per questa ragione, ma anche per un altro motivo che ora spieghiamo.
I collezionisti di fucili ex ordinanza conoscono abbastanza bene le armi adottate dagli Stati Uniti a partire dallo Springfield Trapdoor in calibro .45/70 e proseguendo con il Krag-Jorgensen in .30-40, lo Springfield 1903, il Garand M1 e a seguire l'M16 in tutte le sue varianti. Ciascuna di queste srmi è stata descritta minuziosamente in articoli e libri perchè è rimasta in servizio per decenni; per fare un esempio lo Springfield 1903 venne impiegato per oltre quarant'anni e fu lo strumento dei tiratori scelti fino a tutta la guerra di Corea all'inizio degli anni Cinquanta, quindi si tratta di fucili prodotti in quantità rilevanti e accessibili agli appassionati e ai collezionisti.

Winchester modello 1887 & 1901

Winchester mod.1887 & 1901

Il modello 1887 è il più insolito e riconoscibile dei Winchester a leva e anche il meno elegante. A differenza degli altri " lever action" prodotti dall'azienda, l'otturatore non è dotato si alcun movimento rettilineo bensì, in apertura e chiusura, ruota con la leva di azionamento.

di Carlo Camarlinghi

Le armi rese famose dal cinema mi hanno sempre ispirato una certa diffidenza, soprattutto quando si tratta di armi storiche mostrate completamente al di fuori del loro contesto. Non che io metta in discussione il diritto dell'arte a rappresentare fatti e oggetti in piena libertà espressiva e tanto meno mi permetto di pretendere l'esasperata esattezza filologica di un Visconti (magari!), ma concedetemi almeno queste quattro righe per esprimere il mio fastidio di fronte alla triste vicenda cinematografica del vecchio Winchester 1887 ( ni riferisco al fil Terminator 2, il giorno del giudizio, dove appare con calcio e canna tagliati nelle mani di Schwarzenegger).
Detto questo, veniamo ai fatti ossia al solido acciaio americano di fine '800.
Per quanto possa essere istintivo pensare l'epopea western in termini di canne rigate, è un fatto che gran parte degli scontri a fuoco dell'epoca sono stati risolti con ben dirette scariche di pallettoni, che poi questo ci faccia pensare più a Corleone che a Tombstone poco importa. Rileva invece la considerazione che nell'America di allora, come del resto in quella di oggi, i fucili a canna liscia erano estremamente popolari e quindi rappresentavano un mercato quanto lucroso al quale le imprese del settore guardavano con attenzione. Ma non proprio tutte, nel contesto di generale interesse la Winchester si fece notare per la sua assenza fino al 1878, quando iniziò a saggiare il terreno importando dalla Gran Bretagna un certo quantitativo di doppiette.
Questo atteggiamento potrebbe apparire inspiegabile, a prima vista, ma in realtà non è poi così difficile ipotizzare una ragione plausibile. Oliver Winchester diresse la sua azienda fino, si può dire, al giorno della morte, il 10 dicembre 1880, in una fase di assoluto successo delle sue carabine a leva. E' chiaro che, per quanto potesse rendersi perfettamente conto dell'interesse che il mercato mostrava per le armi a canna liscia, la sua attenzione era completamente assorbita dal prodotto tipico della sua azienda e, come si è detto, non volle mai "distrazioni" fino al 1878, quando finalmente autorizzò un esperimento con la commercializzazione di doppiette di media qualità, importate dalla Gran Bretagna.

Un Express di Barella

Un Express di Barella

Costruttore poco noto ma appartenente alla miglior scuola tedesca, Barella realizzò fucili non solo di grande finezza,ma anche di  straordinaria eleganza formale, come quello che vi presentiamo

di Roberto Allara


Della famiglia Barella in letteratura c’è davvero poco, ancorché a Soest-Ostönnen esista tuttora un’armeria Waffen Barella, il cui proprietario, peraltro, si chiama Kramer. Un Heinrich Barella nacque a Soest nel 1819 e morì a Berlino nel 1893. Però un Heinrich Philipp Johannes Barella è registrato come nato il 2 giugno 1822. Considerando la data di nascita del 1819, Heinrich Barella potrebbe aver ottenuto il brevetto di Maestro Armaiolo nel 1843; nel 1844 fu fondata la H.Barella Gewehrfabrik in Magdeburgo. Intorno alla metà degli anni Sessanta Barella, che si era trasferito a Berlino dove c’erano i clienti ai quali si rivolgeva, fu Hof-Büchsenmacher, un titolo simile a quello di Kaiserliche & Koingliche Hoflieferanten che da noi si sarebbe detto Fornitore dell’Imperial-Regia Casa. In effetti, in quegli anni Barella si registra come fornitore della Casa Reale di Prussia, mentre nel 1871 lo diverrà della Corte Reale di Berlino. Benché taluni autori inglesi, con superciliosa supponenza, affermino che il titolo poteva essere acquistato, ciò poteva avvenire in Gran Bretagna, non nella rigida e precisa Germania dell’epoca. Sempre per gli inglesi, ai quali tuttavia si deve la maggior parte delle  scarse informazioni disponibili, l’acquirente delle armi di Barella presso le Case reali sarebbe benissimo potuto essere un guardiacaccia o un servitore. E’ il tentativo decisamente scoperto e altrettanto decisamente disprezzabile di sminuire un costruttore che per qualità non sfigurava affatto rispetto ai migliori nomi della Gran Bretagna, e che sarebbe diventato fornitore anche dei re d’Italia e di Romania nonché dello Zar. Non ho notizie delle armi destinate alla casa reale romena, ma le armi degli Zar e dei re d’Italia sono ancor oggi visibili e testimoniano che quelle case reali non si accontentavano certo di prodotti dozzinali. Dopo la morte di Heinrich il suo laboratorio berlinese continuò l’attività, mantenendo ancora il titolo di Hof-Buchsenmacher come elemento di marketing, ma verosimilmente cessò di fornire case reali alla fine della guerra mondiale. Per dare un’idea della qualità, se questo fucile non fosse sufficiente, il nipote di Barella, Leue, che apprese l’arte dallo zio e diede origine ad un proprio laboratorio, nel 1890 si associò con Greener, di cui divenne il rappresentante in Germania.
Il fucile che stiamo considerando è un express a cani esterni della tarda e migliore produzione di Heinrich  Barella, in calibro 8x57R altrimenti noto come 8x57R/360. La cartuccia deriva dal bossolo del 9.3x62 ed è considerata dal Barnes una sorta di copia della munizione britannica .360 Nitro Express. Considerazione opinabile, visto che la carica iniziale dell’8x57R fu a polvere nera. La cartuccia sarà poi sostituita dall’8x57RJS, peraltro anch’essa non giovanissima essendo stata presentata nel 1888. Con palla da 196 grani, l’8x57R raggiungeva una velocità iniziale, a seconda dei caricamenti, tra i 1800 e i 1900 metri al secondo; 1800 esatti nel caricamento RWS. La munizione si prestava quindi per la caccia alla selvaggina europea, con traiettorie tese fino a circa 100 metri.

Kris Hilts

La professoressa Vanna Scolari Ghiringhelli è persona ampiamente nota sia in  Italia che in  Europa, America ed Asia  a chi si interessi anche marginalmente al mondo dei kris. Suoi sono infatti vari testi specialistici di cui il primo 'The invincibile keris' scritto nel 1991  a due mani con il marito Mario e la più recente versione ' The invincibile krises 2" pubblicato da Saviolo nel  2007.  La sua profonda cultura sulle etnie indonesiane   ed orientali in genere  (ha insegnato fino allo scorso anno lingua hindi all'Università degli studi di Milano) la porta spesso ad essere consultata dagli appassionati, come lo scrivente, per un suo parere. E' anche il caso del collezionista Lele Lanfranchi che ha richiesto la redazione del libro recentemente pubblicato. Si trattava di catalogare e descrivere  numerosi manici di kris. Il lavoro ha richiesto vari mesi ed alcune impugnature erano particolarmente misteriose e di difficile collocazione storica. Il risultato è stato all'altezza della meritata fama, non poteva essere altrimenti, ed è ancor più apprezzabile per la elegante veste grafica con cui il libro 'Kris hilts' Si presenta.  Tralasciando i dettagli tecnici per gli addetti ai lavori ritengo che 5 Continents, editore del libro, sia perfettamente riuscito nel presentare un libro d'arte che può essere letto ed apprezzato anche da chi non conosce i kris e le relative impugnature. La perfezione della fotografia e la stampa impeccabile lo rendono fruibile da tutti quelli che apprezzano gli oggetti artistici, frutto di abili mani che hanno dato forma a figure antropomorfe, zoomorfe, mitologiche o che si rifanno a varie religioni locali. Il libro colpisce subito il lettore per la sua eleganza e per la particolarità delle impugnature raffigurate. Un binomio sinergico che va di pari passo con le didascalie necessariamente sintetiche ma tuttavia complete. Un vero e proprio masterpiece come gli oggetti raffigurati. Il libro è già disponibile al pubblico nelle librerie specializzate ed è stato presentato all'inizio di settembre presso la libreria Fischbacher di Parigi. Vengono riprese tutte le principali tipologie di impugnatura delle isole indonesiane, da Bali a Madura passando per Java e Sumatra senza tralasciare le forme più primordiali ed apparentemente grezze ma ricche di fascino, storia e mistero come quella che accoglie il primo sguardo della copertina e che non può lasciare indifferenti. Basta una rapida sfogliata all'interno del libro per rendersi conto della sua validità artistica e storica: grazie Vanna !

Sandro Forgiarini

 

Il libro costa 40 Euro ed è pubblicato dalla 5 continents editions - piazza Caiazzo 1 - 20124 Milano,
Tel.  02 33603276 www.fivecontinentseditions.com

Le cinque vite della Glisenti 1910

 

Ermanno Albertelli Editore ha pubblicato una monografia sulla prima pistola semiautomatica italiana, la Glisenti Modello 1910 opera scritta a quattro mani da Emanuele Marcianò ed Adriano Simoni.
La storia di questa pistola, come apparsa su tanti articoli pubblicati da riviste specializzate, ha fornito indicazioni frammentarie e spesso inesatte in particolar modo circa il suo sviluppo e la sua vera nascita.
In questa monografia,che parte da molto lontano, facendo un panorama molto completo sullo stato dell’arte delle pistole semiautomatiche alla fine del XIX secolo e l’inizio del XX , si esamina approfonditamente la genesi dell’arma fornendo moltissime immagini in gran parte inedite che partono dal prototipi di Revelli dei primi anni del ‘900 per arrivare alla nascita prima della 1905/1906 e poi alla 1910 attraverso la vera Glisenti, quella prodotta dalla Siderurgica Glisenti: infatti la Modello 1910 distribuita al Regio Esercito fu prodotta dalla Metallurgica Bresciana Tempini.
Si parla anche delle altre due vite della Modello 1910 che si trasforma prima in Brixia nel 1913 e dell’l’ultimo tentativo nel 1920 prima del definitivo tramonto.
Gli appassionati sia collezionisti che storici troveranno notizie inedite che potranno riempire i vuoti nella storia di questa bella pistola spesso ingiustamente chiamala la Luger dei poveri in virtù delle somiglianze esterne della ben più celebre Parabellum, ma che può considerarsi un vanto dell’industria armiera italiana del tempo.

Per info: www.tuttostoria.it

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