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Legge e normative

La velocità della Giustizia Amministrativa

Sempre più spesso il Giudice Amministrativo spinge sull’acceleratore e definisce i processi con le cosiddette ‘sentenze in forma semplificata’, che consentono al cittadino di vedere soddisfatte le proprie ragioni entro pochi mesi dal deposito del ricorso

di Maria Beatrice Zammit
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La sentenza che oggi andremo a commentare dimostrerà ai nostri lettori che, a fronte di tanti esempi di Giustizia lenta e svogliata e di processi interminabili e defatiganti, i Tribunali Amministrativi Regionali e il superiore Consiglio di Stato riescono ad abbreviare i tempi ricorrendo frequentemente allo strumento della sentenza in forma semplificata, introdotto nel processo amministrativo dalla legge 21 luglio 2000 numero 205 e attualmente disciplinato dagli articoli 60 e 74 del Codice del Processo Amministrativo contenuto nel decreto legislativo numero 104 del 2 luglio 2010.
Nell’esempio che proponiamo, e che per il tema trattato potrebbe interessare i nostri lettori, utilizzando tale strumento e quindi in soli due mesi il Consiglio di Stato ha definito il giudizio annullando i provvedimenti con cui la Questura di Genova aveva rigettato, a causa di pregresse vicende penali, l’istanza con cui Tizio aveva richiesto il rinnovo del porto di fucile per uso di tiro a volo.
La vicenda
Tizio fu condannato nel 1981 per resistenza a pubblico ufficiale e per violazione delle norme sugli stupefacenti e sulle armi, ma aveva ottenuto nel 2005 la riabilitazione dal Tribunale di Genova.
Da allora è titolare di licenza per porto di fucile uso tiro a volo e dal 2007 è anche istruttore di tiro presso la Sezione di Acqui Terme del Tiro a Segno Nazionale.
Nel 2011, dopo aver quindi ottenuto per alcuni anni il rinnovo della licenza, si è visto negare l’autorizzazione dal Questore di Genova in base al rilievo che una delle condanne riportate sarebbe ostativa al rilascio del titolo di polizia richiesto, non rilevando né l’avvenuta riabilitazione né le precedenti autorizzazioni, che l’autorità di polizia non è tenuta a reiterare se erroneamente rilasciate.
Ha quindi impugnato il provvedimento di diniego avanti il Tribunale Amministrativo Regionale Liguria - Genova, il quale con sentenza della Sezione II numero 809 del 13 giugno 2012 ha respinto il ricorso in base all’argomento in forza del quale l’articolo 43 del regio decreto 18 giugno 1931 numero 773 (il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, o T.U.L.P.S.) deve essere interpretato nel senso che qualora l’interessato abbia riportato condanne per i reati ivi indicati, alla Pubblica Amministrazione non residua alcuna discrezionalità in ordine alla valutazione dell’istanza di rilascio o di rinnovo delle autorizzazioni di polizia, che deve essere necessariamente e automaticamente rigettata.
Avverso tale sentenza Tizio ha proposto appello al Consiglio di Stato, chiedendone l’annullamento, previa sospensione dell’esecuzione.

Addio al Catalogo




Con una mossa a sorpresa, la legge di stabilità 2012 ha abrogato l’intero articolo 7 della legge n. 110/1975. La disposizione in parola è quella che istituiva il Catalogo nazione delle armi comuni da sparo. In pratica, la sua abrogazione determina l’abolizione del Catalogo

di Biagio Mazzeo



Non è semplice prefigurare quali potranno essere gli effetti pratici e l’impatto generale dell’eliminazione del Catalogo.
Nessun altro articolo della legge n. 110/1975 è stato abrogato, neppure quelli che presupponevano l’esistenza del Catalogo, con conseguenti complessi problemi interpretativi.

Effetti dell’introduzione del Catalogo

Volendo entrare nel merito delle conseguenze dell’abrogazione dell’art. 7, la prima è certamente che le armi comuni da sparo non dovranno più essere sottoposte alla procedura di catalogazione per essere prodotte o importate in Italia.
Ricordiamo ai lettori che, dall’entrata in vigore della legge n. 110/1975 (in realtà, dal 1978, quando sono stati resi operanti i decreti attuativi), la circolazione legale di ogni arma da sparo in Italia è stata condizionata dall’inserimento del relativo prototipo o modello nel Catalogo nazionale delle armi comuni da sparo.
Lo scopo principale della procedura di catalogazione era quello di verificare che il prototipo o modello non presentasse le caratteristiche tecniche di arma da guerra o tipo guerra. L’articolo abrogato stabiliva che “l'iscrizione dell'arma nel catalogo costituisce accertamento definitivo della qualità di arma comune da sparo posseduta dal prototipo”. Pertanto, una volta passata al vaglio della commissione e inserita nel Catalogo con decreto ministeriale, l’arma diventava in modo definitivo e incontestabile “arma comune da sparo”.
La norma citata – pur con tutti i difetti del sistema della catalogazione – aveva pertanto il pregio di stabilire in modo definitivo, a tutti gli effetti di legge, che il modello di arma inserito in Catalogo non poteva più essere qualificato arma da guerra.

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