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Armi Corte

Remington 1911 R1

Remington 1911 R1

Era da quasi ottant’anni che il prestigioso nome Remington non campeggiava su una pistola semiautomatica, dopo che per tutta la seconda metà del diciannovesimo secolo esso era stato sinonimo di una ampia gamma di apprezzati revolver. Nel 2010 questa lacuna è stata finalmente colmata con il ritorno della casa di Ilion alla produzione della leggendaria 1911

di Francesco Battista

Se si associa il nome della Remington Arms al settore delle armi corte la mente della maggior parte degli appassionati corre ai famosi revolver ad avancarica della Guerra Civile americana, i modelli Navy e Army, storici concorrenti delle Colt in quel sanguinoso conflitto; qualcuno potrebbe ricordarsi anche della bella pistola semiautomatica Model 51, prodotta in .32 e 380 ACP dal 1918 al 1934, mentre chi apprezza le armi originali penserebbe immediatamente alla XP-100 con otturatore girevole e scorrevole. I cultori della Government, però, non avrebbero esitazioni nel rammentare che la Remington produsse, tra il 1918 e il 1919, anche la creatura di J. M. Browning, o meglio la sua versione militare denominata Model 1911 Automatic Pistol. Nel quadro dello sforzo industriale a seguito dell’entrata degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale, nell’aprile del 1917, l’Ordnance Department si trovò infatti nella necessità di incrementare la produzione di armi corte, che avrebbero dovuto essere fornite al 60% delle truppe combattenti: nell’agosto del 1917 il fabbisogno della sola pistola modello 1911 era stimato in 750.000 armi, aumentate a circa un milione nel gennaio dell’anno seguente: a fronte di questa richiesta, la Colt aveva sino ad allora prodotto poco più di 100.000 esemplari della 1911. A questo punto l’O. D. si risolse a considerare la possibilità di commissionare la costruzione dell’arma alla Remington Arms U.M.C. Company (l’acronimo sta per Union Metallic Cartridges), azienda dalle notevoli capacità produttive che aveva appena terminato di evadere un cospicuo contratto per la realizzazione di un grosso quantitativo di fucili Moisin Nagant per conto del governo imperiale russo. Le autorità governative si fecero parte attiva affinché venisse concluso un accordo di collaborazione e supporto tra Colt e Remington che avrebbe permesso a quest’ultima di impiantare la linea di produzione nel giro di pochi mesi; dagli stabilimenti di Bridgeport, nel Connecticut, sarebbero dovute uscire inizialmente 6.000 pistole al mese, con la speranza che in breve il numero potesse aumentare sino ad almeno 10.000. Il primo lotto di 1911 fu spedito dalla Remington nell’agosto del 1918, ma la mancanza di personale specializzato e una serie di scioperi influirono negativamente sui ratei di produzione, per cui in dicembre la Remington aveva costruito solo 13.000 pistole, ovvero meno di 4.200 pezzi al mese. Nonostante tutte le difficoltà, l’azienda continuò comunque la realizzazione della 1911 sino ai primi mesi del 1919, per un totale di 21.676 pistole, immatricolate in un’unica serie continua recante sul carrello sia il suo nome sia quello della Colt e le stampigliature di controllo degli ispettori governativi E o B.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale un’azienda legata da parentela alla Remington di Ilion produsse un enorme numero di pistole modello 1911 A1: si trattava della Remington  Rand, Inc., di Syracuse, nello stato di New York, nata nel 1927 dalla fusione della Remington Typewriter Company – la divisione della casa madre che si occupava della produzione di macchine per scrivere – con la Rand Kardex Company e la Powers Accounting Machine Company. La Remington Rand, che oltretutto nell’immediato dopoguerra introdusse sul mercato il primo calcolatore elettronico, costruì 1.086.624 1911 A1 in soli due anni, dal 1943 al 1945; contraddistinte dai marchi ispettivi FJA, G e HS, queste armi non sono propriamente ascrivibili alla Remington Arms, ma rappresentano comunque l’ultima apparizione del nome Remington su una pistola, almeno sino al 2010.

Pistole H&K 4

Pistole H&K 4

Heckler und Koch 4

La prima pistola prodotta dall’azienda tedesca fece epoca per l’innovativa idea di mettere a disposizione dell’utilizzatore ben quattro calibri diversi, sviluppando con sagacia ed eleganza tecnica il già noto concetto delle conversioni.

di Francesco Battista

Nel 1964 la Heckler & Koch di Oberndorf era un’azienda giovane, essendo stata fondata solo nel 1964, ma già affermata nel settore delle armi portatili grazie al crescente successo del suo fucile d’assalto G3, da poco adottato dalla Bundeswehr e avviato a una luminosa carriera in molti eserciti dell’allora Mondo Libero. La ditta tedesca ritenne giunto il momento di lanciare sul mercato la sua prima arma corta, nel tentativo di inserirsi nel segmento delle forniture alle forze di polizia e, secondariamente, di affermarsi anche nel settore civile. Entrambe le motivazioni possono spiegare il motivo della scelta del tipo di pistola che venne sviluppato, ovvero una semiautomatica di piccolo e medio calibro: a quell’epoca infatti la stragrande maggioranza dei corpi di pubblica sicurezza europei impiegava pistole di contenute dimensioni camerate in 7,65 Browning o, tutt’al più, in 9 Corto, cartucce tradizionalmente giudicate in grado di assolvere a ogni compito operativo e difensivo; le armi di calibro maggiore, il che sottintendeva il 9 Parabellum, erano riservate alle forze armate o a qualche corpo di polizia militarizzato come la Gendarmeria Nazionale francese o la Polizia di Frontiera tedesca. Lo stesso valeva per i privati: i rari cittadini che portavano armi per difesa (rari perché, nonostante la normativa in materia fosse assai meno rigida di oggi, pochi sentivano questa esigenza) certo non sceglievano le FN High Power o le Walther P38 ma si affidavano anch’essi alle più compatte e meno ingombranti pistole nei due calibri citati prima, quando non addirittura in 6,35.
Fedele alla sua linea progettuale, che era quella di rivisitare secondo le ultime tendenze tecnologiche le migliori armi del passato, la H&K prese a modello la Mauser HSc, arma tra le più moderne alla sua comparsa nel 1940 e ancora valida ventiquattro anni dopo. Questa scelta non deve essere motivo di meraviglia, in quanto i fondatori della H&K, Edmund Heckler, Theodor Koch e Alex Seidel, avevano lavorato alla Mauser AG e gli ultimi due vi avevano ricoperto importanti posizioni prima e durante la seconda guerra mondiale; Seidel, poi, la HSc l’aveva addirittura progettata. Individuata dunque la fonte ispiratrice, nacque l’idea di incrementare la flessibilità dell’arma progettandola in modo da renderne possibile l’impiego, in modo rapido e semplice, in ben quattro calibri con la semplice sostituzione di canna, molla di recupero e serbatoio caricatore per le tre cartucce a percussione centrale più diffuse all’epoca, cioè 6,35, 7,65 e 9 Corto, e una semplice operazione supplementare per la .22 Long Rifle a causa della percussione periferica che caratterizza quest’ultima. Occorre ricordare che allora le conversioni in calibri diversi per le pistole erano limitate in pratica ai modelli in calibro .22 della Colt, per la Government, e della Erma per la Parabellum, entrambe comprendenti nuovi carrelli e canne. L’idea della H&K era quindi decisamente innovativa e allineata allo spirito della firma tedesca.

Walther Ppq

Walther Ppq

A tre lustri dalla sua presentazione, la diffusa e apprezzata pistola Walther P99 si veste a nuovo dentro e fuori, portando a compimento un percorso evolutivo perseguito con attenzione alle soluzioni meccaniche e volontà di offrire alla clientela un prodotto sempre più funzionale.

di Francesco Battista

La P99, presentata nel 1997, rappresenta un punto di svolta per la filosofia costruttiva della Carl Walther Sportwaffen nel segmento delle armi corte: essa fu infatti la prima pistola costruita dalla storica firma di Ulm in base alle più moderne tendenze del settore, ovvero sicurezza e semplicità d’uso e impiego di moderne tecnologie costruttive. Dopo aver osservato e analizzato l’impatto sul mercato della nuova generazione di pistole semiautomatiche d’ordinanza principiata con la Glock nei primi anni Ottanta, la Walther comprese quindi che doveva scendere nell’agone, ma non certo limitandosi a replicare moduli tecnici ed estetici già visti; nel 1994 iniziò quindi il programma di sviluppo di una nuova pistola di grosso calibro che avrebbe portato tre anni dopo alla comparsa della P99 e segnato l’uscita dalla scena di modelli di impostazione tradizionale come la P88 e, in breve, di leggende quali le costose PP e PPK. I parametri costruttivi e stilistici della P99 furono infatti ripresi nelle P22 e PK 380, che andarono a coprire la fascia di pistole di piccolo e medio calibro in sostituzione dei due modelli suddetti, nati durante la Repubblica di Weimar (nel catalogo dell’azienda compaiono ancora la PPK e la PPK/S, prodotte però su licenza in altri paesi).
La P99 ottenne in breve tempo una buona accoglienza sia da parte del mercato civile sia in ambito professionale: il successo di un’arma si desume anche dal suo impiego cinematografico e la P99 raccolse l’eredità della PPK nei film di James Bond/007, mentre fu adottata da alcuni dipartimenti regionali di polizia tedeschi, dalle forze dell’ordine polacche e da diversi reparti dell’esercito finlandese. I tecnici della Walther non si misero però a dormire sugli allori e, nonostante il gradimento accordato alla P99, si impegnarono in un costante programma di perfezionamento che è giunto sino a oggi:
Il modello originale con scatto in azione mista tramite percussore a lancio inerziale fu seguito nel 2004 dalla cosiddetta Seconda Generazione caratterizzata, oltre che da aggiornamenti afferenti l’estetica e la tipologia della slitta anteriore del fusto per il montaggio di congegni di designazione e illuminazione del bersaglio (passata da una configurazione dedicata a specifici accessori al disegno Weaver), dalla comparsa di due varianti del sistema di scatto denominate Anti Stress, Double Action Only e Quick Action: la prima rappresentava una ottimizzazione del sistema SA/DA, la seconda sparava solo in doppia azione (come la precedente P990) mentre la terza era munita di un congegno di armamento parziale del percussore attivato dalla traslazione del carrello, secondo il diffuso schema Glock. Ulteriori modifiche del disegno del carrello e della guardia del grilletto portarono poi in tempi più recenti a una serie ulteriori, a volte definita come Terza Generazione.

Revolver Doc Holliday firmato Pedersoli

La produzione della Davide Pedersoli ha sempre rivolto l’attenzione ai modelli che hanno caratterizzato l’epopea napoleonica, la frontiera e la guerra civile americana, il periodo d’oro dei fabbricanti di pistole e fucili da tiro dell’Europa della prima metà dell’Ottocento, delle prime armi a cartuccia metallica della storia armiera statunitense.
Non poteva mancare una piccola pagina da dedicare anche a quella breve parentesi di fine secolo in cui un nostalgico West crepuscolare si apprestava a essere assorbito da quelle innovazioni tecnologiche che avrebbero cambiato la storia armiera del nuovo continente. L’azienda gardonese ha voluto sintetizzare quella pagina con tre particolari modelli in modo da arricchire la propria gamma di prodotti. Al noto fucile Lightning, pertanto, si è aggiunta più recentemente la doppietta Wyatt Earp e, per concludere una trilogia western estremamente significativa, è stato presentato il nuovo revolver Doc Holliday.
Questo revolver, di chiara ispirazione Colt, nasce dopo le numerose richieste degli appassionati del Cowboy Action Shooting di tutto il mondo e vuole ricordare il famoso John Henry Holliday (1851-1887), soprannominato “Doc” per la sua saltuaria professione di dentista. Pistolero e giocatore d’azzardo, Doc Holliday è divenuto famoso per aver partecipato, al fianco dei fratelli Earp, alla sparatoria dell’O.K. Corral di Tombstone, Arizona (26 ottobre 1881). Quell’evento racconta lo scontro tra Virgil, Morgan e Wyatt Earp e i fratelli Clanton (Billy e Ike) e McLaury (Frank e Tom) uniti a tale Billy Claiborne. Nella sparatoria ebbero la peggio i due fratelli McLaury e Billy Clanton, mentre altri rimasero feriti o abbandonarono perchè disarmati. Sarà stato per la notorietà dei fratelli Earp, e dello stesso Doc Holliday, che lo scontro venne tramandato come uno dei più famosi di quell’epopea western già sul viale del tramonto e ispiratore, nel secolo successivo, di numerosi film interpretati sempre da famosi attori.
Il revolver Doc Holliday è camerato per la cartuccia .38 Special, mentre per le configurazioni si potrà scegliere tra le lunghezze di canna di 127 mm (5”) o 107 mm (4.2”) e una finitura nichelata oppure brunita nera. Le guancette dell’impugnatura, avente profilo a testa d’uccello, presentano i fianchi zigrinati con, scolpito nella parte superiore, il logo “dp” dell’azienda inscritto in un ovale.
Sulla fascetta dell’impugnatura è inciso J.H. Holliday, mentre sulla parte superiore della canna compare la scritta D. Pedersoli - Italy e il riferimento 38 Spec del calibro.
La canna è rigata tramite brocciatura ed è solcata da sei righe che sviluppano un passo di 450 mm (18”). Il sistema di scatto è accuratizzato e il peso è contenuto, in base alla lunghezza di canna, tra 0,800 (1.76 lbs) e 0,850 kg (1.87 lbs): caratteristiche, queste, che assieme alla tipica impugnatura rendono questo revolver un campione di maneggevolezza e precisione.
Commenti particolarmente lusinghieri sono stati rivolti alla versione con canna da 107 mm (4.2”): perfettamente bilanciata (il punto di equilibrio è davanti al paragrilletto), l’arma mette in condizione il tiratore di mirare e sparare facilmente e rapidamente. La peculiare impugnatura, con un perfetto connubio tra angolatura, forma e dimensione, permette di posizionare la mano sempre nella stessa posizione. Apprezzamenti anche per la scorrevolezza e la precisione del congegno di scatto.
La lunghezza totale della versione con canna da 107 mm (4.2”) è 230 mm (91/16”); il modello con canna da 127 mm (5”) ha una lunghezza totale di 250 mm (97/8”).
Il revolver Doc Holliday è stato approvato dalla SASS (Single Action Shooting Society) per le principali gare di tiro western. Calzato in una fondina da spalla (come visto nei più celebri film) o in una fondina da fianco si presenta come un revolver dallo stile sicuramente western ma ben più accattivante di altri modelli Single Action abitualmente utilizzati.

Per info: www.davide-pedersoli.com

Arriva la Beretta Nano

Progettata e costruita dalla Beretta USA la Nano è una interessante pistola "Micro compatta" per difesa personale. Camerata per la cartuccia calibro 9 parabellum, ha un caricatore da 6+1 colpi, canna da 80 millimetri e un peso di 500 grammi. Il carrello è in acciaio 4140 con finitura Pronox, il fusto è in plastica con inserto in acciaio inox. Gli organi di mira sono regolabili e intercambiabili. La lunghezza della Nano è di 140 millimetri. In attesa di poter vedere dal vero questa pistola, vi invitiamo a visitare il suo microsito ufficiale.

Per info: www.berettanano.com

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