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Armi Corte

Norinco TT Olympia

Al giorno d’oggi questa pistola d’anteguerra non può competere, per un impiego agonistico, con gli ultimi progetti specializzati. Ma per un approccio propedeutico al tiro accademico come per il semplice tiro di divertimento può
dare ampie soddisfazioni senza richiedere sacrifi ci economici.

di Roberto Allara

 

Fritz Walther non era soddisfatto delle pistole da tiro che lui stesso aveva progettato: per le Olimpiadi del 1936, occasione anche allora straordinaria per lanciare un nuovo prodotto, volle decisamente una nuova pistola per il tiro a 25 metri. Era la Walther Olympia, che si fece subito onore perché con essa Cornelius van Oyen vinse la medaglia d’oro.

L’arma era prodotta in tre diversi modelli con altrettante lunghezze di canna ma ben presto, con la guerra, cadde necessariamente nell’oblio perché l’azienda aveva il suo daffare per produrre le P.38 e i Gewehr 41. Il primo di essi, nella versione W adottata come Gewehr 43, giunse anche in Italia, in quanto equipaggiò l’Armata Liguria formata con unità naziste e dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana; quanto alla P.38, alla nascita della Bundeswehr nel 1955 essa tornerà a essere, dal 1957 al 1963, la pistola d’ordinanza del ricostituito esercito tedesco.

Per le pistole da tiro non c’era proprio spazio in tempo di guerra, mentre l’immediato dopoguerra vide il forzato trasferimento dell’azienda da Zella Mehlis (dove la vecchia piazza del mercato era stata rinominata Carl Walther Platz) a Ulm e la necessità di dover ripartire da zero, in quanto tutto ciò che Fritz Walther era riuscito a salvare dalla guerra consisteva in un raccoglitore di disegni tecnici e nei diritti su una ottantina di brevetti.

La pistola Olympia, tuttavia, non era stata dimenticata e fu ripresa dalla svizzera Hämmerli, che ne acquistò i diritti. E come Walther-Hämmerli, con calibro ridimensionato da .22 L.R. a .22 Short, la conoscemmo negli anni Sessanta, benché la diffusione non fosse certo vasta. Le finiture, nello stile Hämmerli, erano impeccabili ma l’arma subiva la concorrenza della Beretta 49, molto meno costosa, munita di un compensatore-freno di bocca e tutt’altro che mal finita.

Browning Buck Mark Standard

Discendente da una nobile famiglia nata mezzo secolo fa sul suolo europeo, l’americana Browning Buck Mark si pone attualmente come una valida pistola calibro .22 impiegabile profi cuamente per divertirsi in poligono e per debuttare nel tiro sportivo, con un ottimo rapporto tra prezzo e qualità complessiva


di Francesco Battista

A voler essere pignoli, la vera antenata della Browning Buck Mark fu la leggendaria Colt Woodsman, o meglio la Colt Automati c Pistol Caliber .22 Target Model del 1915, dato che la denominazione uffi ciale The Woodsman sarebbe apparsa solo nel 1927.

Questa fortunati ssima pistola rappresenta infatti l’archeti po della classica semiautomati ca americana calibro .22 Long Rifl e desti nata a tutti quegli usi che, al di là dell’oceano, vengono defi niti sporti vi; il che signifi ca non solo il ti ro prati cato nei poligoni, come per noi europei, ma anche l’escursionismo, il campeggio, la piccola caccia e la pesca, atti vità all’aria aperta che spesso sono integrate dal ti ro informale a bersagli di svariata natura, ovvero l’invidiato e famoso plinking. Possiamo anzi aff ermare che questi impieghi ludici rappresentano la vera vocazione di queste armi, che diedero poi origine in un secondo tempo a versioni agonisti che che calcarono con successo le pedane negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo e in questa veste acquisirono una buona notorietà anche nel nostro Paese: basta ricordare la Colt Woodsman Match Target, le varie High Standard e la Ruger Mk1 Target, tutt e derivate da modelli base che certo sparavano di più ai baratt oli che non ai bersagli di carta.

Il mercato nordamericano è sempre stato un vorace consumatore di questo ti po di armi e non desta quindi meraviglia che, nel 1962, la storica azienda belga Fabrique Nati onale (allora ancora D’Armes de Guerre) decidesse di realizzarne una, che batt ezzò Nomad per l’esportazione oltreoceano e Standard per il Vecchio Conti nente: chiaramente ispirata alla Woodsman, di cui riprendeva l’impianto con alcune modifi che volte a facilitarne la manutenzione (sopratt utt o per quanto riguardava le procedure di smontaggio), essa era affi ancata dalla versione di lusso Challenger, o Target per l’Europa, meglio rifinita e con guancette avvolgenti .

Ruger GP100

Da quasi trent’anni la rivoltella modello GP100 della Sturm, Ruger & Company raccoglie consensi in ogni strato della variegata compagine degli estimatori delle armi corte a rotazione, grazie alla ancor oggi moderna impostazione e alle doti di robustezza e  precisione che lo caratterizzano


di Francesco Battista

Nei primi anni Ottanta dello scorso secolo Bill Ruger decise che era oramai giunto il momento di sostituire la linea di rivoltelle ad azione mista calibro .38/.357 prodotta dalla sua azienda con un nuovo modello, più moderno e innovativo sia per la struttura meccanica sia per le caratteristiche estetiche e funzionali; questo nonostante l’apprezzamento che ancora circondava i modelli della cosiddetta serie Six, ovvero il Police Service Six, il Security Six e lo Speed Six, apparsi tra il 1970 e il 1973 e certo tutt’altro che antiquati come impostazione e costruzione.

Ruger era però spinto dalla passione e dal genio progettuale a ricercare soluzioni sempre più razionali e, al contempo, semplici e tecnologicamente avanzate per offrire il meglio ai tiratori, senza perdere troppo tempo per tradurre in pratica le proprie idee: in men che non si dica il tecnico Larry Larson disegnò una nuova arma che mutuava il meglio dalle rivoltelle Ruger già in produzione, come la costruzione modulare delle Six e il nuovo sistema di chiusura della recente Redhawk calibro .44 Magnum (apparsa nel 1979), integrandole con soluzioni del tutto originali.

Il progetto venne poi industrializzato nello stabilimento di Newport e così, nel giro di poco più di due anni e mezzo, la nuova GP100 fu pronta per il debutto, che avvenne nel 1985.

Canna lunga e scatto leggero. O no?

Molti sono convinti che una pistola da tiro debba avere la canna lunga e lo scatto molto leggero, aggiungendovi magari la percussione velocissima. Allora qualunque buona pistola per il poligono dovrà avere queste caratteristiche, giusto? Beh, non proprio…

 

di Roberto Palamà

Se proviamo a indagare più a fondo su qualche affermazione, può darsi che alcune radicate convinzioni vengano un po’ scosse: non sempre, infatti, quello che è il comune pensiero corrisponde integralmente alla realtà dei fatti.
Cominciamo dalla lunghezza della canna, limitandoci alle pistole perché per i fucili le considerazioni da fare sono molto diverse, ed esaminiamo ciò che avviene nell’intervallo di tempo che va dal momento in cui il controcane libera il cane a quello in cui il proiettile esce dalla volata; in quel periodo succedono molte cose, la più importante delle quali è che per effetto del principio di azione e reazione – terzo principio della dinamica – l’arma inizia a rinculare.

La lunghezza della canna
Il moto di rinculo si avvia molto presto, al punto che una carabina da tiro in calibro .22, lasciata libera di scorrere longitudinalmente, nel momento in cui il proiettile esce dalla volata si è già spostata di quasi un millimetro e mezzo. È un calcolo teorico, non accuratissimo perché sia per l’arma sia per la cartuccia sono stati adottati valori medi, assunti in base all’equazione di conservazione della quantità di moto; però rende l’idea.
È il caso di ricordare che a parità di calibro una carabina pesa come svariate pistole; inoltre, che un’arma leggera rinculi di più di una pesante lo abbiamo provato tutti in poligono.
Per giunta un’arma non rincula linearmente: qualunque oggetto cui venga applicata una forza in un punto diverso dal baricentro non si muove con moto rettilineo uniforme ma comincia a girare intorno al baricentro, il quale non è fisso, perché il movimento del proiettile all’interno della canna sposta, sia pur di poco, la distribuzione dei pesi. Aggiungiamo poi la diversa distribuzione dei pesi dovuta al progressivo svuotarsi del serbatoio.

Infine, l’arma non rincula nello spazio libero, ma contro la mano, quindi ogni volta in modo diverso. Non solo: per quanto si stia attenti, l’arma non è sempre impugnata nell’identico modo, ma la mano può essere più o meno gonfia, come sanno tutti coloro che si sono fatti realizzare una impugnatura troppo precisa, e bisogna anche considerare che la consistenza dei muscoli è diversa al ritorno dalle ferie, quando si è fatto del moto, rispetto a quanto lo sia nel cuore dell’inverno.
C’è quindi una serie di fattori che influenzano il movimento dell’arma, ma ancora non basta: occorre considerare pure il movimento del tiratore, perché nessuno sta fermo come una roccia.
Non sarebbe quindi opportuno che la maggior parte dei movimenti avvenisse quando il proiettile è già in viaggio?

FN 1900 (Seconda Parte)

Subito dopo il suo debutto nel 1899, la pistola semiautomatica progettata da Browning per la Fabrique Nationale suscitò l’interesse delle autorità militari belghe, che dopo averla provata suggerirono alcune modifiche da cui nacque la definitiva versione del 1900.

di Francesco Battista

 

Anche l’esercito del Belgio si era infatti reso conto che, alla fine del diciannovesimo secolo, il futuro delle armi da fianco marziali era oramai riposto nelle pistole semiautomatiche: al pari delle forze armate di molte altre potenze più o meno grandi dell’epoca, quindi, esso decise di condurre una serie di prove aventi per oggetto diversi tra i modelli appena affacciatisi sul mercato internazionale, al fine di selezionare una nuova e moderna arma corta d’ordinanza.


In pratica i belgi esaminarono e provarono tutte le pistole disponibili e, accanto alle Mauser, Bergmann, Mannlicher, Roth-Steyr, Borchardt e Borchardt-Luger si procurarono anche la piccola FN calibro 7,65, che presumibilmente doveva apparire un poco esile al cospetto della Mauser C96 e della Borchardt C93. Forse fu questa la ragione che spinse l’azienda di Herstal a realizzare e sottoporre all’attenzione dei militari una versione pantografata della 1899; sebbene camerata sempre in 7,65 Browning, la 1899 Large Size era lunga 184 mm e vantava una canna che ne misurava 122, oltre a un serbatoio caricatore capace di una cartuccia in più rispetto all’arma standard, ovvero 8 in luogo di 7. Entrambe le pistole belghe furono sperimentate anche dalla Gran Bretagna nelle prove del 1900, ma rifiutate a causa del calibro, ritenuto secondo la miglior tradizione inglese troppo anemico per l’impiego militare.


I belgi non furono invece dello stesso parere, né prestarono troppa attenzione alle dimensioni: essi infatti scelsero la FN 1899 commerciale (della versione maggiorata furono prodotti pochissimi esemplari), suggerendo però alcune modifiche, che dettero origine alla definitiva versione della pistola che è oggi nota come Modello 1900. La FN, difatti, in un primo momento pensò di produrre due modelli separati, riservando quello modificato alle forniture militari e continuando a commercializzare il 1899 per il pubblico civile; ben presto però i responsabili dell’azienda si resero conto che sarebbe stato decisamente più logico realizzare un solo modello e così poco prima della fine del 1901 la costruzione della pistola originale M1899 ebbe termine, dopo che ne erano stati approntati oltre 14.400 esemplari.

 

 

 

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