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Armi Corte

CZ999: lo scorpione dei Balcani

Solida, affidabile ed economica: questi tre aggettivi descrivono concretamente la CZ999 Scorpion, una pistola moderna ma di impianto classico prodotta, nonostante la denominazione, non nella Mitteleuropa ma nei Balcani

di Francesco Battista

 

La sigla CZ, infatti, in questo caso non sta per Česká Zbrojovka ma per Crvena Zastava, cioè la storica azienda di Kragujevac in Serbia, più nota con la moderna denominazione internazionale Zastava Arms (Zastava Oružje).
Fondata nel 1853 con la precipua finalità di realizzare artiglierie, la Zastava si è sempre contraddistinta per la qualità dei suoi prodotti e la costante attenzione al progresso tecnologico, cosa che le ha permesso di adattarsi efficacemente all’evoluzione delle metodologie produttive; tra le armi lunghe più significative progettate o uscite dai suoi alacri opifici ci limitiamo a ricordare il Mauser-Milovanović M1878/80 e le due carabine su azione Mauser 1898, la M24 realizzata su licenza FN e la sua evoluzione postbellica M48, nonché il moschetto automatico M49, interessante connubio tra il nostro MAB 38 e il sovietico PPSh 41. Tra il 1953 e il 1954 l’azienda iniziò la produzione di armi sportive e da caccia, settore che ben presto affiancò con autorità quello delle armi militari sia sul mercato interno sia su quello internazionale.

Nel campo delle armi corte la Zastava è sempre stata alquanto tradizionalista, proponendo principalmente una linea di modelli derivati dalla Tokarev TT33 (M57, M70A e M88) e un paio di pistole semiautomatiche per difesa personale nei calibri 6,35 e 7,65 Browning (P35 e M70), tutte armi ancora presenti in catalogo e molto diffuse tra gli utenti tanto civili quanto professionali.

Il salto di qualità si ebbe verso la fine degli anni Ottanta dello scorso secolo, quando l’esercito e le forze di polizia dell’allora Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, di cui la Zastava era tradizionale fornitrice in materia di armamenti, ritennero fosse giunto il momento di rimodernare la propria dotazione di armi da fianco, giudicando a ragione che le varie reincarnazioni della Tokarev all’epoca in uso fossero oramai obsolete.
L’azienda di Kragujevac non rimase insensibile a questo input istituzionale e mise al lavoro un gruppo di tecnici e progettisti altamente qualificati, sotto la guida di Božidar ‘Zida’ Blagojević, con il non facile compito di sviluppare una nuova pistola di grosso calibro in un lasso di tempo inusitatamente breve, ovvero dai cinque ai sei mesi. Una impresa da far tremare le vene ai polsi, che tuttavia non spaventò più di tanto la squadra: in soli novanta giorni infatti essa completò la documentazione tecnica di base e alla fine del 1989 il progetto era pronto per essere tradotto in pratica.

Heckler & Koch Mark 23

Potente, aggressiva, quasi esagerata: queste sono le sensazioni che suscitò in noi la semiautomatica Mark 23 quando, alcuni anni fa, la vedemmo per la prima volta. Oggi siamo tornati a esaminarla per narrarne la storia e la tecnica, che si inseriscono con autorevolezza nella recente ma ricca tradizione della Heckler & Koch

di Francesco Battista

L’acronimo US SOCOM individua lo United States Special Operations Command, ovvero il Comando per le Operazioni Speciali delle forze armate statunitensi: questo organismo, creato il 16 aprile 1987, coordina reparti speciali provenienti dall’esercito, dalla marina e dall’aviazione aventi particolari e specifiche capacità nelle operazioni belliche non ordinarie condotte in settori d’impiego altrettanto fuori dagli usuali schemi quali l’antiterrorismo, il sabotaggio, la raccolta di informazioni sul campo e altri ancora.
Dunque gli uomini delle Forze Speciali dipendenti dalla complessa struttura del SOCOM espletano tutti quei compiti che vanno oltre quelli assegnati ai normali soldati e lo fanno nei teatri operativi più diversi; volendo si potrebbe individuare questo complesso di incarichi con la locuzione ‘guerra non convenzionale’, come al di fuori degli schemi convenzionali sono l’addestramento e buona parte dell’equipaggiamento del personale, tra cui troviamo per esempio i leggendari Berretti Verdi e i Navy SEALs.
Naturalmente anche alcune delle armi necessarie per portare a termine missioni dalle caratteristiche peculiari devono essere di natura, per così dire, non convenzionale: come recita un vecchio adagio ‘a ogni specialista serve il proprio attrezzo speciale’.

Il progetto SOCOM
Verso la metà del 1991 il SOCOM emanò una direttiva per lo sviluppo di una nuova pistola semiautomatica destinata agli operatori delle SOF (Special Operations Forces), che avrebbe dovuto integrare una serie di parametri tali da renderla una ‘arma (corta) offensiva’: il che costituisce con tutta evidenza una contraddizione in termini, visto che anche in ambito militare pistole e rivoltelle sono armi difensive per antonomasia.
Com’era ovvio nessuno dei modelli allora presenti sul mercato rispondeva alle rigide specifiche del bando, ragion per cui il SOCOM invitò i maggiori produttori a partecipare al Programma OHWS, cioè Offensive Handgun Weapon System; un impegno certo non da poco, viste le caratteristiche che la nuova pistola avrebbe dovuto possedere e che riteniamo interessante riassumere

Norinco TT Olympia

Al giorno d’oggi questa pistola d’anteguerra non può competere, per un impiego agonistico, con gli ultimi progetti specializzati. Ma per un approccio propedeutico al tiro accademico come per il semplice tiro di divertimento può
dare ampie soddisfazioni senza richiedere sacrifi ci economici.

di Roberto Allara

 

Fritz Walther non era soddisfatto delle pistole da tiro che lui stesso aveva progettato: per le Olimpiadi del 1936, occasione anche allora straordinaria per lanciare un nuovo prodotto, volle decisamente una nuova pistola per il tiro a 25 metri. Era la Walther Olympia, che si fece subito onore perché con essa Cornelius van Oyen vinse la medaglia d’oro.

L’arma era prodotta in tre diversi modelli con altrettante lunghezze di canna ma ben presto, con la guerra, cadde necessariamente nell’oblio perché l’azienda aveva il suo daffare per produrre le P.38 e i Gewehr 41. Il primo di essi, nella versione W adottata come Gewehr 43, giunse anche in Italia, in quanto equipaggiò l’Armata Liguria formata con unità naziste e dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana; quanto alla P.38, alla nascita della Bundeswehr nel 1955 essa tornerà a essere, dal 1957 al 1963, la pistola d’ordinanza del ricostituito esercito tedesco.

Per le pistole da tiro non c’era proprio spazio in tempo di guerra, mentre l’immediato dopoguerra vide il forzato trasferimento dell’azienda da Zella Mehlis (dove la vecchia piazza del mercato era stata rinominata Carl Walther Platz) a Ulm e la necessità di dover ripartire da zero, in quanto tutto ciò che Fritz Walther era riuscito a salvare dalla guerra consisteva in un raccoglitore di disegni tecnici e nei diritti su una ottantina di brevetti.

La pistola Olympia, tuttavia, non era stata dimenticata e fu ripresa dalla svizzera Hämmerli, che ne acquistò i diritti. E come Walther-Hämmerli, con calibro ridimensionato da .22 L.R. a .22 Short, la conoscemmo negli anni Sessanta, benché la diffusione non fosse certo vasta. Le finiture, nello stile Hämmerli, erano impeccabili ma l’arma subiva la concorrenza della Beretta 49, molto meno costosa, munita di un compensatore-freno di bocca e tutt’altro che mal finita.

Browning Buck Mark Standard

Discendente da una nobile famiglia nata mezzo secolo fa sul suolo europeo, l’americana Browning Buck Mark si pone attualmente come una valida pistola calibro .22 impiegabile profi cuamente per divertirsi in poligono e per debuttare nel tiro sportivo, con un ottimo rapporto tra prezzo e qualità complessiva


di Francesco Battista

A voler essere pignoli, la vera antenata della Browning Buck Mark fu la leggendaria Colt Woodsman, o meglio la Colt Automati c Pistol Caliber .22 Target Model del 1915, dato che la denominazione uffi ciale The Woodsman sarebbe apparsa solo nel 1927.

Questa fortunati ssima pistola rappresenta infatti l’archeti po della classica semiautomati ca americana calibro .22 Long Rifl e desti nata a tutti quegli usi che, al di là dell’oceano, vengono defi niti sporti vi; il che signifi ca non solo il ti ro prati cato nei poligoni, come per noi europei, ma anche l’escursionismo, il campeggio, la piccola caccia e la pesca, atti vità all’aria aperta che spesso sono integrate dal ti ro informale a bersagli di svariata natura, ovvero l’invidiato e famoso plinking. Possiamo anzi aff ermare che questi impieghi ludici rappresentano la vera vocazione di queste armi, che diedero poi origine in un secondo tempo a versioni agonisti che che calcarono con successo le pedane negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo e in questa veste acquisirono una buona notorietà anche nel nostro Paese: basta ricordare la Colt Woodsman Match Target, le varie High Standard e la Ruger Mk1 Target, tutt e derivate da modelli base che certo sparavano di più ai baratt oli che non ai bersagli di carta.

Il mercato nordamericano è sempre stato un vorace consumatore di questo ti po di armi e non desta quindi meraviglia che, nel 1962, la storica azienda belga Fabrique Nati onale (allora ancora D’Armes de Guerre) decidesse di realizzarne una, che batt ezzò Nomad per l’esportazione oltreoceano e Standard per il Vecchio Conti nente: chiaramente ispirata alla Woodsman, di cui riprendeva l’impianto con alcune modifi che volte a facilitarne la manutenzione (sopratt utt o per quanto riguardava le procedure di smontaggio), essa era affi ancata dalla versione di lusso Challenger, o Target per l’Europa, meglio rifinita e con guancette avvolgenti .

Ruger GP100

Da quasi trent’anni la rivoltella modello GP100 della Sturm, Ruger & Company raccoglie consensi in ogni strato della variegata compagine degli estimatori delle armi corte a rotazione, grazie alla ancor oggi moderna impostazione e alle doti di robustezza e  precisione che lo caratterizzano


di Francesco Battista

Nei primi anni Ottanta dello scorso secolo Bill Ruger decise che era oramai giunto il momento di sostituire la linea di rivoltelle ad azione mista calibro .38/.357 prodotta dalla sua azienda con un nuovo modello, più moderno e innovativo sia per la struttura meccanica sia per le caratteristiche estetiche e funzionali; questo nonostante l’apprezzamento che ancora circondava i modelli della cosiddetta serie Six, ovvero il Police Service Six, il Security Six e lo Speed Six, apparsi tra il 1970 e il 1973 e certo tutt’altro che antiquati come impostazione e costruzione.

Ruger era però spinto dalla passione e dal genio progettuale a ricercare soluzioni sempre più razionali e, al contempo, semplici e tecnologicamente avanzate per offrire il meglio ai tiratori, senza perdere troppo tempo per tradurre in pratica le proprie idee: in men che non si dica il tecnico Larry Larson disegnò una nuova arma che mutuava il meglio dalle rivoltelle Ruger già in produzione, come la costruzione modulare delle Six e il nuovo sistema di chiusura della recente Redhawk calibro .44 Magnum (apparsa nel 1979), integrandole con soluzioni del tutto originali.

Il progetto venne poi industrializzato nello stabilimento di Newport e così, nel giro di poco più di due anni e mezzo, la nuova GP100 fu pronta per il debutto, che avvenne nel 1985.

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