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Armi Corte

STAR MD

STAR MD

Le pistole spagnole a tiro selettivo sono una parte importante nel quadro storico dello sviluppo di questa categoria di armi, tanto affascinanti quanto difficili da impiegare proficuamente. In questa occasione l’esame di  un modello poco conosciuto e assai meno noto delle varie copie della Mauser C96, la leggendaria Star MD, ci offre il destro di parlare un poco della storia delle armi i questo tipo prodotte dalla storica firma di Eibar.

di Francesco Battista


Nel 1922 la Star aveva appena concluso un lucroso contratto con la Guardia Civil, il famoso corpo di polizia statale spagnolo, per la fornitura di una cospicua quantità di pistole semiautomatiche Modelo 1922: quest’arma, derivata dai modelli 1920 e 1921, era ispirata alla M1911 americana cui assomigliava moltissimo nell’estetica e nel sistema di chiusura geometrica (differenziandosene però in modo sostanziale per quanto attiene al congegno di scatto), fu la base di tutte le successive pistole di grosso calibro prodotte dall’azienda di Bonifacio Echeverria per molti anni, sin quasi alla sua chiusura avvenuta nel 1997.
Tuttavia la ditta di Eibar era conscia che, visto il clima di instabilità politica che caratterizzava la Spagna e altri paesi europei in quel periodo, a causa della depressione e delle conseguenti tensioni sociali successive alla fine della Prima Guerra Mondiale, era di primaria importanza assicurarsi nuovi sbocchi commerciali: il che voleva dire trovare nuovi mercati per i propri prodotti. Mercati che non fu peraltro difficile individuare nell’estremo oriente, in particolare nella Cina, sterminato paese da anni in preda a una continua e cruenta guerra civile iniziata nel 1911. In quell’anno infatti crollò il millenario Celeste Impero, avvenimento che dette origine a un periodo di caos sociale e politico destinato a protrarsi sino al 1949, quando il conflitto tra il governo nazionalista del Kuomintang retto da Chiang Kay-Shek e la fazione comunista di Mao Tse-Tung ebbe termine con la definitiva vittoria di quest’ultima; per i lettori più giovani aggiungiamo che il primo era appoggiato e sostenuto dagli Stati Uniti, mentre il secondo aveva l’appoggio dell’Unione Sovietica. Ma oltre alla lotta tra questi due feroci avversari l’immenso territorio cinese era funestato da continui conflitti tra i vari Signori della Guerra che si disputavano il controllo di importanti città e province: questi generali, ex ufficiali dell’esercito imperiale o autonominatisi tali, erano a capo di veri e propri eserciti privati, che non obbedivano ad alcun governo centrale ed erano di notevole consistenza. Basti pensare che tra il 1928 e il 1929 i tre più importanti capi militari cinesi, ovvero i generali Feng Yu-Hsiang, Yen Hsi-Shan e Pai Ch’unghsi, avevano ai propri ordini non meno di 230.000 uomini a testa. Ovviamente una simile massa di soldati, che nella Cina del nord superava largamente la consistenza totale dell’esercito governativo, aveva bisogno di armi, e tante. Le capacità produttive cinesi erano tuttavia pressoché nulla e quindi tutti i contendenti dovevano approvvigionarsi all’estero, in particolare in Europa, importando le armi tramite compagnie di spedizione giapponesi o valendosi dei tanti mercanti di Shangai; per cercare di porre un freno ai continui conflitti, le potenze straniere che di fatto detenevano il potere economico in Cina sin dai tempi della rivolta dei Boxer (1900), occupando anche alcune zone del paese, chiesero alla Società delle Nazioni di decretare un embargo sulla fornitura di armi pesanti ai belligeranti; la misura fu (di malavoglia) implementata dai giapponesi. Essa comprendeva anche i fucili, ma non riguardava le armi corte, ragion per cui fiumi di pistole iniziarono a confluire verso la Cina:

Smith & Wesson Modello 340PD

Smith & Wesson Modello 340PD

Anche se non è più diffuso come ai tempi dei classici “gangster movies”, il revolver di piccole dimensioni e con la canna da 2”rimane un’ottima scelta nel campo delle armi per difesa, soprattutto nell’attuale interpretazione ultratecnologica della Smith & Wesson.

di Francesco Battista

 

Nel corso degli ultimi due decenni l’evoluzione delle pistole semiautomatiche tascabili ha eroso sempre di più la cospicua quota di mercato tradizionalmente appannaggio dei revolver Snub Nose, che in special modo negli Stati Uniti regnavano sovrani presso l’utenza tanto civile quanto professionale: il poter disporre di pistole dalle dimensioni sovrapponibili a quelle delle vecchie 6,35 ma in grado di impiegare calibri ben più sostanziosi ed efficaci, come il 7,65 Browning e il 9 Corto (che oggi oltreoceano vengono proposti in caricamenti con palle espansive molto sofisticate e funzionali), si è infatti dimostrato un fattore primario nella scelta di molti potenziali clienti, allettati dai vantaggi che le semiauto presentano sulle rivoltelle in termini di capacità di fuoco e comodità di porto. Però il revolver è talmente radicato nell’immaginario collettivo e nella tradizione socioculturale americani da essere sempre in grado di risorgere dalle proprie ceneri a mò di metallica Araba Fenice, soprattutto se a questa impresa pone mano una leggenda del settore come la Smith & Wesson.

Un nuovo corso
In fin dei conti, devono aver pensato in quel di Springfield qualche anno fa, se la Glock ha rivoluzionato il mercato delle pistole con l’introduzione del polimero perché noi non dovremmo essere in grado di fare altrettanto trovando nuovi materiali per la realizzazione dei revolver? Così, nell’ultimo scorcio del secondo millennio, fece la sua comparsa il titanio, grazie al quale la Smith & Wesson rivitalizzò la sua storica serie di armi basate sul piccolo telaio J – quello del Chiefs Special, tanto per intenderci – che vide la comparsa della gamma Airlite Ti.
L’avvenimento destò non poco scalpore nei circoli di settore e non pensiamo di sbagliarci ritenendo che abbia contribuito in modo significativo al rilancio della rivoltella di piccole dimensioni nel comparto delle armi destinate al porto continuato in contesti operativi o difensivi: ridurre il peso di quasi un etto nei confronti delle già alleggerite versioni con fusto in lega dei classici J Frames è fattore certamente non trascurabile per chi debba portare sulla persona l’arma per molte ore. La serie Titanium si sviluppò quindi in breve tempo su diversi modelli che trovarono un’accoglienza favorevole sia in patria sia sui mercati esteri: alle tradizionali caratteristiche di sicurezza e facilità d’impiego del revolver, che per molti utilizzatori fanno passare in secondo piano l’ ingombro del tamburo e la sua limitata capacità di munizioni rispetto alle semiautomatiche, si aggiungevano infatti proprio in quegli anni tanto la riduzione del peso quanto la possibilità di impiegare i potenti caricamenti +P e +P+ del calibro .38 Special, grazie all’introduzione del nuovo castello J Magnum grazie al quale era divenuto altresì possibile camerare i Chiefs, i Bodyguard e i Centennial in acciaio persino per il .357 Magnum.

Remington 1911 R1

Remington 1911 R1

Era da quasi ottant’anni che il prestigioso nome Remington non campeggiava su una pistola semiautomatica, dopo che per tutta la seconda metà del diciannovesimo secolo esso era stato sinonimo di una ampia gamma di apprezzati revolver. Nel 2010 questa lacuna è stata finalmente colmata con il ritorno della casa di Ilion alla produzione della leggendaria 1911

di Francesco Battista

Se si associa il nome della Remington Arms al settore delle armi corte la mente della maggior parte degli appassionati corre ai famosi revolver ad avancarica della Guerra Civile americana, i modelli Navy e Army, storici concorrenti delle Colt in quel sanguinoso conflitto; qualcuno potrebbe ricordarsi anche della bella pistola semiautomatica Model 51, prodotta in .32 e 380 ACP dal 1918 al 1934, mentre chi apprezza le armi originali penserebbe immediatamente alla XP-100 con otturatore girevole e scorrevole. I cultori della Government, però, non avrebbero esitazioni nel rammentare che la Remington produsse, tra il 1918 e il 1919, anche la creatura di J. M. Browning, o meglio la sua versione militare denominata Model 1911 Automatic Pistol. Nel quadro dello sforzo industriale a seguito dell’entrata degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale, nell’aprile del 1917, l’Ordnance Department si trovò infatti nella necessità di incrementare la produzione di armi corte, che avrebbero dovuto essere fornite al 60% delle truppe combattenti: nell’agosto del 1917 il fabbisogno della sola pistola modello 1911 era stimato in 750.000 armi, aumentate a circa un milione nel gennaio dell’anno seguente: a fronte di questa richiesta, la Colt aveva sino ad allora prodotto poco più di 100.000 esemplari della 1911. A questo punto l’O. D. si risolse a considerare la possibilità di commissionare la costruzione dell’arma alla Remington Arms U.M.C. Company (l’acronimo sta per Union Metallic Cartridges), azienda dalle notevoli capacità produttive che aveva appena terminato di evadere un cospicuo contratto per la realizzazione di un grosso quantitativo di fucili Moisin Nagant per conto del governo imperiale russo. Le autorità governative si fecero parte attiva affinché venisse concluso un accordo di collaborazione e supporto tra Colt e Remington che avrebbe permesso a quest’ultima di impiantare la linea di produzione nel giro di pochi mesi; dagli stabilimenti di Bridgeport, nel Connecticut, sarebbero dovute uscire inizialmente 6.000 pistole al mese, con la speranza che in breve il numero potesse aumentare sino ad almeno 10.000. Il primo lotto di 1911 fu spedito dalla Remington nell’agosto del 1918, ma la mancanza di personale specializzato e una serie di scioperi influirono negativamente sui ratei di produzione, per cui in dicembre la Remington aveva costruito solo 13.000 pistole, ovvero meno di 4.200 pezzi al mese. Nonostante tutte le difficoltà, l’azienda continuò comunque la realizzazione della 1911 sino ai primi mesi del 1919, per un totale di 21.676 pistole, immatricolate in un’unica serie continua recante sul carrello sia il suo nome sia quello della Colt e le stampigliature di controllo degli ispettori governativi E o B.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale un’azienda legata da parentela alla Remington di Ilion produsse un enorme numero di pistole modello 1911 A1: si trattava della Remington  Rand, Inc., di Syracuse, nello stato di New York, nata nel 1927 dalla fusione della Remington Typewriter Company – la divisione della casa madre che si occupava della produzione di macchine per scrivere – con la Rand Kardex Company e la Powers Accounting Machine Company. La Remington Rand, che oltretutto nell’immediato dopoguerra introdusse sul mercato il primo calcolatore elettronico, costruì 1.086.624 1911 A1 in soli due anni, dal 1943 al 1945; contraddistinte dai marchi ispettivi FJA, G e HS, queste armi non sono propriamente ascrivibili alla Remington Arms, ma rappresentano comunque l’ultima apparizione del nome Remington su una pistola, almeno sino al 2010.

Pistole H&K 4

Pistole H&K 4

Heckler und Koch 4

La prima pistola prodotta dall’azienda tedesca fece epoca per l’innovativa idea di mettere a disposizione dell’utilizzatore ben quattro calibri diversi, sviluppando con sagacia ed eleganza tecnica il già noto concetto delle conversioni.

di Francesco Battista

Nel 1964 la Heckler & Koch di Oberndorf era un’azienda giovane, essendo stata fondata solo nel 1964, ma già affermata nel settore delle armi portatili grazie al crescente successo del suo fucile d’assalto G3, da poco adottato dalla Bundeswehr e avviato a una luminosa carriera in molti eserciti dell’allora Mondo Libero. La ditta tedesca ritenne giunto il momento di lanciare sul mercato la sua prima arma corta, nel tentativo di inserirsi nel segmento delle forniture alle forze di polizia e, secondariamente, di affermarsi anche nel settore civile. Entrambe le motivazioni possono spiegare il motivo della scelta del tipo di pistola che venne sviluppato, ovvero una semiautomatica di piccolo e medio calibro: a quell’epoca infatti la stragrande maggioranza dei corpi di pubblica sicurezza europei impiegava pistole di contenute dimensioni camerate in 7,65 Browning o, tutt’al più, in 9 Corto, cartucce tradizionalmente giudicate in grado di assolvere a ogni compito operativo e difensivo; le armi di calibro maggiore, il che sottintendeva il 9 Parabellum, erano riservate alle forze armate o a qualche corpo di polizia militarizzato come la Gendarmeria Nazionale francese o la Polizia di Frontiera tedesca. Lo stesso valeva per i privati: i rari cittadini che portavano armi per difesa (rari perché, nonostante la normativa in materia fosse assai meno rigida di oggi, pochi sentivano questa esigenza) certo non sceglievano le FN High Power o le Walther P38 ma si affidavano anch’essi alle più compatte e meno ingombranti pistole nei due calibri citati prima, quando non addirittura in 6,35.
Fedele alla sua linea progettuale, che era quella di rivisitare secondo le ultime tendenze tecnologiche le migliori armi del passato, la H&K prese a modello la Mauser HSc, arma tra le più moderne alla sua comparsa nel 1940 e ancora valida ventiquattro anni dopo. Questa scelta non deve essere motivo di meraviglia, in quanto i fondatori della H&K, Edmund Heckler, Theodor Koch e Alex Seidel, avevano lavorato alla Mauser AG e gli ultimi due vi avevano ricoperto importanti posizioni prima e durante la seconda guerra mondiale; Seidel, poi, la HSc l’aveva addirittura progettata. Individuata dunque la fonte ispiratrice, nacque l’idea di incrementare la flessibilità dell’arma progettandola in modo da renderne possibile l’impiego, in modo rapido e semplice, in ben quattro calibri con la semplice sostituzione di canna, molla di recupero e serbatoio caricatore per le tre cartucce a percussione centrale più diffuse all’epoca, cioè 6,35, 7,65 e 9 Corto, e una semplice operazione supplementare per la .22 Long Rifle a causa della percussione periferica che caratterizza quest’ultima. Occorre ricordare che allora le conversioni in calibri diversi per le pistole erano limitate in pratica ai modelli in calibro .22 della Colt, per la Government, e della Erma per la Parabellum, entrambe comprendenti nuovi carrelli e canne. L’idea della H&K era quindi decisamente innovativa e allineata allo spirito della firma tedesca.

Walther Ppq

Walther Ppq

A tre lustri dalla sua presentazione, la diffusa e apprezzata pistola Walther P99 si veste a nuovo dentro e fuori, portando a compimento un percorso evolutivo perseguito con attenzione alle soluzioni meccaniche e volontà di offrire alla clientela un prodotto sempre più funzionale.

di Francesco Battista

La P99, presentata nel 1997, rappresenta un punto di svolta per la filosofia costruttiva della Carl Walther Sportwaffen nel segmento delle armi corte: essa fu infatti la prima pistola costruita dalla storica firma di Ulm in base alle più moderne tendenze del settore, ovvero sicurezza e semplicità d’uso e impiego di moderne tecnologie costruttive. Dopo aver osservato e analizzato l’impatto sul mercato della nuova generazione di pistole semiautomatiche d’ordinanza principiata con la Glock nei primi anni Ottanta, la Walther comprese quindi che doveva scendere nell’agone, ma non certo limitandosi a replicare moduli tecnici ed estetici già visti; nel 1994 iniziò quindi il programma di sviluppo di una nuova pistola di grosso calibro che avrebbe portato tre anni dopo alla comparsa della P99 e segnato l’uscita dalla scena di modelli di impostazione tradizionale come la P88 e, in breve, di leggende quali le costose PP e PPK. I parametri costruttivi e stilistici della P99 furono infatti ripresi nelle P22 e PK 380, che andarono a coprire la fascia di pistole di piccolo e medio calibro in sostituzione dei due modelli suddetti, nati durante la Repubblica di Weimar (nel catalogo dell’azienda compaiono ancora la PPK e la PPK/S, prodotte però su licenza in altri paesi).
La P99 ottenne in breve tempo una buona accoglienza sia da parte del mercato civile sia in ambito professionale: il successo di un’arma si desume anche dal suo impiego cinematografico e la P99 raccolse l’eredità della PPK nei film di James Bond/007, mentre fu adottata da alcuni dipartimenti regionali di polizia tedeschi, dalle forze dell’ordine polacche e da diversi reparti dell’esercito finlandese. I tecnici della Walther non si misero però a dormire sugli allori e, nonostante il gradimento accordato alla P99, si impegnarono in un costante programma di perfezionamento che è giunto sino a oggi:
Il modello originale con scatto in azione mista tramite percussore a lancio inerziale fu seguito nel 2004 dalla cosiddetta Seconda Generazione caratterizzata, oltre che da aggiornamenti afferenti l’estetica e la tipologia della slitta anteriore del fusto per il montaggio di congegni di designazione e illuminazione del bersaglio (passata da una configurazione dedicata a specifici accessori al disegno Weaver), dalla comparsa di due varianti del sistema di scatto denominate Anti Stress, Double Action Only e Quick Action: la prima rappresentava una ottimizzazione del sistema SA/DA, la seconda sparava solo in doppia azione (come la precedente P990) mentre la terza era munita di un congegno di armamento parziale del percussore attivato dalla traslazione del carrello, secondo il diffuso schema Glock. Ulteriori modifiche del disegno del carrello e della guardia del grilletto portarono poi in tempi più recenti a una serie ulteriori, a volte definita come Terza Generazione.

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