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Armi Corte

Smith & Wesson M&P22

Per la precisione quella tedesca e quella americana: la nuova semiautomatica M&P22 nasce infatti nella vecchia Mitteleuropa, grazie alla stretta collaborazione che da qualche anno intercorre tra la casa di Springfield e la storica firma Carl Walther

di Francesco Battista


Una delle tendenze più recenti nel campo delle armi, tanto corte quanto lunghe, è quella di realizzare versioni in calibro .22 Long Rifle dei modelli di maggiore successo, soprattutto se di ispirazione operativa: le armi che oggi si usa definire tattiche godono infatti di vasta popolarità anche presso il pubblico civile – fenomeno non certo nuovo – ma presentano alcuni aspetti negativi. Infatti esse da un lato sono sottoposte a diverse restrizioni in molti Paesi, a causa delle loro caratteristiche di funzionamento e dei calibri che adottano, dall’altro anche dove non vi sono problemi di ordine legale il costo delle munizioni è decisamente sensibile per coloro che non si dedicano al caricamento domestico.

Naturalmente la soluzione è molto semplice e conduce alla diffusissima cartuccia calibro .22 Long Rifle, economica, poco affaticante, divertente e permessa in pratica dovunque un cittadino possa detenere armi da fuoco.
A dire il vero, com’è noto, non si tratta di un’idea nuova in quanto molte armi d’ordinanza sono state riprodotte in versione a percussione anulare o corredate di apposite conversioni sin dai tempi precedenti la Seconda guerra mondiale; oggi però si assiste a un proliferare di repliche quasi filologiche di molte pistole, fucili e carabine impiegate da eserciti e forze di polizia di tutto il mondo e diffuse pure tra i comuni cittadini, esteticamente indistinguibili dagli archetipi e predisposti a impiegare gli stessi accessori, tanto che i vecchi Jager AP15 e AP74 della nostra adolescenza ispirano moti di tenerezza se messi a confronto con uno dei tanti cloni di M16 o M4 oggi disponibili.
Uno tra i modelli più recenti nel settore delle pistole giunge dalla leggendaria Smith & Wesson di Springfield, Massachusetts: si tratta della M&P22, ispirata alla fortunata serie di semiautomatiche di grosso calibro per difesa e servizio che ha ripreso la denominazione delle rivoltelle modello 10, universalmente note come Military and Police cioè M&P.

S&W Bodyguard

Storia di una icona delle rivoltelle per difesa personale, nata ovviamente negli Stati Uniti quando le automobili avevano pinne da squalo, il rock ’n’ roll faceva impazzire i giovani e il futuro sembrava radioso

di Francesco Battista

La storia della rivoltella Smith & Wesson Bodyguard inizia nel 1955, per la precisione il 15 agosto: in quel giorno infatti uscì dalle linee di produzione dell’azienda americana il primo esemplare della Model 38, denominazione ufficiale sotto la quale sarebbe stata conosciuta un paio di anni più tardi.
L’arma recava la matricola 66000, essendo il modello inserito nella sequenza numerica della serie di rivoltelle costruite sul castello J, introdotto con la Chiefs Special del 1950; questo piccolo telaio era stato derivato dal tipo I, opportunamente irrobustito per permettere l’impiego della cartuccia calibro .38 S&W Special in luogo delle meno potenti .32 e .38 S&W Long.

Destinati principalmente agli agenti investigativi di polizia, i revolver J Frame riscossero immediatamente un rimarchevole successo, tanto che già nel 1952 dalla Chiefs Special fu derivata la Centennial (così battezzata in onore del centesimo anniversario della Smith & Wesson), caratterizzata dal telaio chiuso nella parte posteriore per permettere l’adozione del cane interno: questa struttura e la presenza di una sicura a controleva all’impugnatura denunciavano l’influenza delle storiche rivoltelle Smith & Wesson da tasca a telaio incernierato introdotte nel 1887 e prodotte per decine di anni, in particolare della versione Safety Hammerless, rimasta in catalogo addirittura sino al 1940.

Chiefs e Centennial erano di dimensioni tali da poter essere comodamente portate nelle tasche di pantaloni, giacche e cappotti, ma ognuna di esse presentava difetti: per alcuni infatti il cane esterno della prima rivoltella era di intralcio durante l’estrazione, mentre per altri l’impossibilità del tiro in azione singola con la seconda era di grave nocumento. In entrambe le lamentele vi sono indubbi elementi di verità, ma l’argomento portato nei confronti della Chiefs appare oggi decisamente più solido; occorre però pensare che all’epoca il principale modo di impiego della pistola a rotazione era in azione singola, tecnica che veniva precipuamente insegnata nei corsi di addestramento dei dipartimenti di polizia americani, ragion per cui la Smith & Wesson si impegnò nella risoluzione del problema, fedele alla sua linea di dare a ogni fascia di clientela ciò che essa desiderava.

P210-9 - Le leggende non muoiono mai

Dopo aver felicemente oltrepassato il traguardo del mezzo secolo di vita, la SIG P210 continua a essere sulla breccia. Il marchio di fabbrica è leggermente diverso e le versioni offerte sono solo due, ma la qualità e l’eleganza sono quelle di sempre

di Francesco Battista

La Schweizerische Industrie-Gesellschaft, più nota con la sigla SIG, fu fondata da Friedrich Peyer, Conrad Neher e Heinrich Moser nella cittadina svizzera di Neuhausen am Rheinfall nei pressi di Sciaffusa nel 1853; l’azienda fu dapprima impegnata nella produzione di carrozze ferroviarie ma già nel 1860 decise di estendere la propria attività alla produzione di armi portatili, settore in cui si affermò rapidamente.

Nei decenni successivi la storica firma fu impegnata in contratti per le forze armate della Confederazione Elvetica e in realizzazioni per il mercato commerciale, sia civile sia militare, acquisendo una notevole capacità industriale e progettuale; poi, nel 1937, la SIG acquistò i diritti di produzione della pistola semiautomatica francese M1935A, progettata qualche anno prima dall’ingegnere Charles G. Petter per la Société Alsacienne de Constructions Mécaniques, ovvero la SACM, e adottata dal Paese transalpino quale pistola d’ordinanza nel 1935.

I vertici dell’azienda elvetica ritenevano infatti assai interessante, e a ragione, il disegno di quell’arma e iniziarono una serie di studi basati sulla 1935A in quanto avevano probabilmente avuto sentore che le autorità militari pensavano fosse giunto il momento di trovare una erede alla mitica Parabellum, che dal 1900 armava i cittadini-soldato svizzeri ma che era diventata troppo costosa da costruire persino per loro nonostante le semplificazioni introdotte con il modello 06/29.

Dopo aver immediatamente scartato il calibro originale 7,65 Long – decisione senz’altro difficile da contestare – i tecnici di Neuhausen derivarono dall’arma francese due prototipi, il primo nel calibro d’ordinanza 7,65 Parabellum e il secondo, nel 1939, nel più diffuso 9 Parabellum: entrambe le versioni, che differivano dall’archetipo per pochissimi particolari di scarsa rilevanza, non raggiunsero mai la produzione, anche perché nel frattempo l’Europa era sprofondata nella Seconda guerra mondiale e la Svizzera di tutto aveva bisogno fuorché di impegnarsi in un programma di sostituzione della pistola d’ordinanza.

Taurus 85 Per tutte le stagioni

Da molti anni il modello 85 è uno dei cavalli di battaglia della brasiliana Taurus, una delle più importanti realtà industriali nel settore delle armi corte per impieghi civili e professionali: conveniente, è basato su un impianto decisamente classico ma non privo di spunti peculiari

di Francesco Battista

La Forjas Taurus produsse la prima rivoltella nel lontano 1941, quando era ancora una piccola azienda basata a Porto Alegre rivolta principalmente al mercato interno e a quello sudamericano.
La sua espansione ebbe inizio nel 1968, quando iniziò a esportare i propri funzionali ma un po’ spartani modelli negli Stati Uniti e, di lì a poco, anche in Europa; l’acquisizione nel 1970 del 54 percento dell’azienda da parte della Bangor Punta Corporation, all’epoca proprietaria della Smith & Wesson, si tradusse in preziosa esperienza tecnica e produttiva che preparò la Taurus – ritornata completamente in mani brasiliane nel 1977 – alla conquista dei mercati internazionali con una linea di prodotti completamente rinnovata.

Una ulteriore e decisiva iniezione di know how si concretizzò nel 1980, quando la Taurus acquistò chiavi in mano gli stabilimenti della Beretta Brasil in Sao Paulo, dopo che l’azienda italiana aveva completato il contratto di fornitura di armi leggere alle forze armate brasiliane stipulato nel 1974; nel 1982 nacque la sussidiaria americana Taurus International Mfg, nota anche come Taurus USA, che oggi cura la commercializzazione dei prodotti della Casa madre e realizza in proprio le armi non importabili negli Stati Uniti per gli effetti del Gun Control Act del 1968.
La continua espansione portò la Taurus ad acquistare, nel 1997, anche la sua diretta concorrente brasiliana, la Amadeo Rossi.
Oggi la Forjas Taurus è attiva in diversi settori dell’industria meccanica e di quella delle armi civili e militari (queste ultime sono riservate però ai soli clienti istituzionali brasiliani) e la produzione è caratterizzata da un elevato livello di padronanza delle tecnologie costruttive tanto classiche, come la forgiatura, quanto moderne: la ditta sudamericana impiega infatti sia la microfusione sia la tecnica Metal Injected Molding (MIM), il tutto ovviamente con l’ausilio dei più aggiornati programmi informatici.

Desert Eagle 1911 G. Giovane aquila

Dall’incontro tra Stati Uniti e Israele, due Paesi che in fatto di armi possono dire la loro con indiscussa autorevolezza, un paio d’anni fa è nata la Desert Eagle 1911 G., da qualche mese disponibile anche in Italia

di Francesco Battista

Il nome Desert Eagle riporta immediatamente tutti gli appassionati alla mastodontica pistola costruita sino a qualche anno fa dalle IMI, poi IWI (rispettivamente Israel Military Industries e Israel Weapons Industries) e camerata per le potenti cartucce da rivoltella .357, .41 e .44 Magnum nonché nel prestante calibro .50 Action Express.
Forse meno nota è l’origine americana di quest’arma esagerata: essa fu infatti progettata nei primi anni Ottanta dalla Magnum Research Inc. (MRI), una giovane azienda di Minneapolis nello stato del Minnesota, che ne affidò la produzione alle IMI.

Il nome Desert Eagle è quindi di esclusiva proprietà della MRI, che sull’onda del successo della sua pistola lo ha poi usato anche per altri modelli: così nel catalogo troviamo la Baby Desert Eagle calibro 9 Luger – qualche anno fa importata anche nel nostro Paese come IMI Jericho – e la Micro Desert Eagle, che poi è la tascabile ZVI Kevin in .380 ACP.
Non poteva quindi mancare a questa fortunata serie una 1911 e così, all’approssimarsi del centesimo compleanno del capolavoro di John Moses Browning, la MRI presentò al pubblico la Desert Eagle 1911 G. calibro .45 ACP, andando a ingrossare la folta schiera dei fabbricanti di questo tipo di arma.

Memore della passata e positiva collaborazione con la IMI/IWI, la firma di Minneapolis pensò bene di rivolgersi a un’altra azienda israeliana per la realizzazione del nuovo modello; la scelta cadde sulla BUL Ltd., già nota per le sue apprezzate pistole derivate dalla Government che, però, sono fabbricate su fusto sintetico, cioè di polimero. La MRI invece desiderava una 1911 classica, tutta di genuino acciaio, anche se provvista di quegli accessori e componenti oggi di rigore per le armi custom, per dirla all’americana.

 

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