Armi Corte


 


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Armi Corte

La principessa delle nevi

I lettori ci perdoneranno il titolo fiabesco, ma ci sembra che la pistola di cui ci occupiamo questa volta lo meriti pienamente: dalla fredda e nevosa Finlandia, infatti, dopo tanti anni è giunta a noi la favolosa pistola semiautomatica Lahti L-35

di Francesco Battista


Nella seconda metà degli anni Venti dello scorso secolo la giovane Finlandia, che aveva conquistato l’indipendenza dalla Russia imperiale solo approfittando della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917, decise che era giunto il momento di adottare per le proprie forze armate una pistola semiautomatica di produzione – e soprattutto di progettazione – nazionale: i ben addestrati e coriacei soldati finnici erano infatti dotati di diversi modelli di fabbricazione principalmente tedesca, come la Mauser C-96, la Bergmann Bayard e l’immancabile Parabellum P.08, acquistata in una variante calibro 7,65 Parabellum e denominata m/23.
L’impegnativo compito fu affidato al grande progettista Aimo Johannes Lahti, capo armaiolo dell’esercito finlandese e già famoso per il suo moschetto automatico Suomi (ovvero Finlandia), prodotto nei modelli m/26 calibro 7,63 Mauser e m/31 calibro 9 Luger, nonché per il fucile mitragliatore Lahti-Sahloranta.
Lahti, che avrebbe poi disegnato altre armi tra cui anche un cannone automatico e un fucilone controcarro, si mise al lavoro senza indugio e fu in grado di presentare il prototipo della nuova arma da fianco nel 1929.
Dopo una serie assai limitata di prototipi (o forse addirittura dopo un singolo esemplare) in calibro 7,65 Parabellum, si decise saggiamente a camerare l’imponente pistola per la rampante cartuccia 9x19 mm e poterono iniziare le severe prove di valutazione, che si protrassero sino al 1934; l’anno successivo l’arma fu ufficialmente adottata con la denominazione Pistooli L-35 (o Sotilaspistooli Lahti L-35, cioè pistola militare Lahti L-35), anche se essa è sempre stata conosciuta più semplicemente come L-35 o – tra collezionisti e appassionati – come Lahti tout court.

Para-USA 1911

Dal 2012 questa ditta è entrata a far parte del Freedom Group e, sotto la guida e il controllo della Remington, ha completamente rivoluzionato la sua produzione di pistole tipo 1911 che oggi garantiscono un livello qualitativo costante ed elevato

di Paolo Tagini


Nella seconda metà degli anni Ottanta, stimolata delle gare di tiro pratico – così si chiamava allora il tiro dinamico sportivo – iniziò la costruzione delle prime pistole basate sul classico archetipo Colt Government alimentate con un caricatore bifilare. I tentativi originari avvennero a livello amatoriale o artigianale, per opera di arditi armaioli o dei tiratori stessi; accanto a questi prototipi (per lo più pezzi unici), si videro anche le prime realizzazioni industriali.
Nel 1988 la canadese Para-Ordnance, nome fino a quel momento sconosciuto, presentò un fusto tipo Government di lega leggera con caricatore bifilare da quattordici colpi in calibro .45 ACP che poteva essere montato su una normale Colt Government. Due anni dopo la Para-Ordnance uscì sul mercato con l’arma completa (modello P14-45).
Dal punto di vista industriale fu sicuramente una buona idea e la Casa nordamericana, nel corso degli anni, sviluppò una linea completa di pistole tipo Government, con caricatore tanto bifilare quanto monofilare, disponibili in diversi calibri e allestimenti.
Con la morte improvvisa di Ted Szabo (uno dei due fondatori) avvenuta nel 2007, iniziò un periodo di crisi per l’azienda, che nel 2009 si trasferì negli Stati Uniti assumendo la nuova denominazione di Para-USA. La qualità di queste pistole non dava però più garanzie di costanza e le cose non tardarono a peggiorare. Nel gennaio 2012 la Para-USA LLC è stata acquistata dal gruppo industriale Freedom Group che è capitanato dalla Remington e del quale fanno parte, fra l’altro, anche Marlin, Bushmaster e Dakota Arms.
La ‘cura Remington’ è stata piuttosto drastica, con una radicale rivoluzione dell’impostazione della fabbrica; tuttavia nel giro di un anno si è cominciato a vedere i risultati.

Settima generazione

Nata nel 1994, la pistola slovacca Grand Power K100 si è via via evoluta e da qualche anno a questa parte la sua diffusione ha superato anche i confini nazionali. Si colloca fra le ‘polimeriche’ di fascia più elevata grazie alle soluzioni tecniche adottate e all’ottimo livello costruttivo: l’abbiamo provata nel calibro 9x21 IMI

di Massimo Castiglione


La pistola slovacca Grand Power K100 Mk 7 è la settima evoluzione del modello base K100 nato nel 1994; si caratterizza per la possibilità di sostituire la parte posteriore dell’impugnatura con quattro inserti diversi a scelta, differenti per misura e quindi in grado di soddisfare le taglie delle mani di tutta l’utenza.
Che l’arma sia di concezione moderna, lo si capisce poi dal fatto che è completamente ambidestra nei comandi (persino la leva hold open), mostra gli intagli anteriori di presa del carrello, è alimentata da un serbatoio caricatore bifilare da quindici colpi e vanta una impostazione ergonomica e razionale.
Il meccanismo di scatto è del tipo ad azione mista, vale a dire con possibilità di sparo in singola e doppia azione. Il cane è esterno e presenta la tradizionale mezza monta di sicurezza; a proposito di quest’ultimo aspetto, si deve segnalare la presenza del meccanismo automatico che blocca il percussore a grilletto non premuto.
Stranamente, invece, per un’arma con il meccanismo di scatto ad azione mista non è stato previsto un comando di disarmo del cane in sicurezza; così, dopo avere camerato una cartuccia, è possibile inserire la sicura manuale e l’arma è pronta per poi sparare in singola azione. Viceversa, se si intende sfruttare la doppia azione, è necessario disarmare manualmente il cane accompagnandolo delicatamente in posizione di riposo.
Un’altra caratteristica degna di nota è il sistema di chiusura a canna roto-traslante, retaggio della Steyr modello 1912 e oggi utilizzato in larga misura dalla Beretta nei modelli serie 8000 e Px4 Storm.
Sarebbe del tutto inutile dissertare su vantaggi e svantaggi rispetto al sistema Browning a corto rinculo di canna, perché entrambi convivono senza problemi. Di sicuro, alla prova dei fatti, quello della Grand Power si è dimostrato molto ben costruito e perfettamente funzionale.

HS2000 Dalla Croazia all’Illinois

Non è un suggerimento per un itinerario turistico dal Vecchio al Nuovo Mondo, bensì la sintesi del viaggio compiuto da una delle pistole semiautomatiche di maggior successo sul mercato nordamericano degli ultimi anni, ora approdata anche nel nostro Paese

di Francesco Battista


All’inizio dell’ultimo decennio dello scorso secolo la Repubblica Federale di Jugoslavia, lacerata dagli afflati nazionalistici delle sue varie etnie sin dalla scomparsa del suo creatore Tito, si disintegrò con una serie di conflitti intestini. Slovenia e Croazia infatti dichiararono l’indipendenza nel 1991, cosa che ovviamente scatenò la violenta reazione della Serbia, sino ad allora egemone, dando origine a una serie di sanguinose guerre civili che, complicatesi via via secondo il migliore stile balcanico, insanguinarono il Paese per buona parte degli anni Novanta.
Le nuove nazioni si trovarono quindi nella necessità di provvedere alla propria difesa e ben presto si resero conto che le armi e gli equipaggiamenti della ex Armata Federale da loro requisiti non erano sufficienti allo scopo; così si ingegnarono in vari modi a colmare questa lacuna, sia ricorrendo a importazioni più o meno legali dall’estero sia cercando di impiantare una propria industria degli armamenti, così come era avvenuto quasi un secolo e mezzo prima negli Stati confederati americani dopo la secessione.
In breve tempo apparve una serie di nuove armi leggere, in particolare pistole semiautomatiche e pistole mitragliatrici, basate su progetti ora spartani ora alquanto moderni e sofisticati: tra le armi corte realizzate in Croazia vi fu anche la PHP dell’azienda privata I.M. Metal, una pistola semiautomatica calibro 9 Parabellum ispirata alle più recenti realizzazioni del settore, con fusto di polimero e sistema di scatto in semi doppia azione con prearmamento del percussore a lancio.
La PHP, sigla che sta per Prvi Hrvatski Pištolj ovvero Prima Pistola Croata, era un’arma concettualmente valida e razionale ma presentava alcuni problemi di affidabilità dovuti alle comprensibili difficoltà produttive derivanti dall’emergenza bellica; terminata quest’ultima, la pistola fu sottoposta a un accurato riesame tecnico dal suo progettista Marko Vuković sino alla presentazione, nel 1995, della nuova HS95 (cioè Hrvatski Samokres – cioè Pistola Croata – del 1995), seguita nel 1999 dalla definitiva HS2000.

La piccola americana

Con la BU9 Nano calibro 9x21 mm, la Beretta rivoluziona gli schemi costruttivi delle sue pistole tascabili più recenti. In realtà qualche richiamo al passato c’è e anche lo stabilimento nel Maryland, dove è costruita, assicura una qualità sempre molto elevata

di Paolo Tagini


La tradizione delle pistole tascabili Beretta risale al 1919 e da allora la Casa di Gardone Val Trompia ha sempre mantenuto in catalogo uno o più modelli di questa categoria. In quasi un secolo la tecnologia si è comprensibilmente evoluta e dalle minuscole pistole in calibro 6,35 Browning si è passati a modelli poco più grandi quanto a ingombri, ma decisamente più prestanti.
Ne è testimonianza la nuova Beretta Nano, pistola tascabile da difesa che è stata sviluppata – ed è prodotta – dalla consociata americana Beretta USA di Accokeek nel Maryland: presentata in terra natia nel 2012, è finalmente disponibile anche sul mercato italiano nel calibro 9x21 IMI (in luogo dell’originale 9 Parabellum).
Dal punto di vista tecnico la Nano è piuttosto interessante perché gli elementi di novità superano quelli tradizionali. Intanto il meccanismo di chiusura è del tipo a corto rinculo di canna ed è stato adottato il sistema Browning – già visto sulla Beretta Px4 Storm Sub Compact – che consente di ridurre al minimo lo spessore dell’arma.
Quanto al meccanismo di percussione, è presente il percussore lanciato che apparentemente potrebbe sembrare quasi un tradimento storico nei confronti del cane esterno che è stato una specie di trade mark di tutte le Beretta moderne. In realtà il percussore lanciato si riallaccia proprio alla tradizione della Casa e, in particolare, a quel modello 1919 che abbiamo citato all’inizio.
Il meccanismo di scatto, definibile ad azione continua, è invece parente prossimo della Safe Action Glock: il ritorno in chiusura del carrello provoca il parziale armamento del percussore e l’azione del dito sul grilletto fa il resto.
Diciamo subito che i progettisti Beretta hanno scelto senza dubbi uno scatto consono a un’arma da difesa, quale una pistola tascabile inequivocabilmente è: corsa del grilletto piuttosto lunga e forza da applicarvi adeguata alle situazioni di tensione emotiva (3.720 grammi di media, secondo il nostro dinamometro digitale).

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