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Dai lettori

.308 Win. e lunga distanza: è la morte sua

Da poco ho acquistato una carabina Remington con rigatura tipo 5R in calibro .308 Win., come da lei consigliatomi a seguito di una mia mail. A tutt'oggi frequentando vari poligoni mi sento spesso dire che il .308 è superato e nella fattispecie il mio 5R non è competitivo come precisione, qualità e tenuta al vento con le Sabatti ultimamente prodotte in calibro 6,5 mm. Premetto che in un poligono in montagna da me frequentato sono ritornati dopo un breve periodo di prova al .308 Win. e al .300 Win. Magnum asserendo che al minimo soffio di vento il 6,5 devia di più. Io tiro sui 300-600 metri: ho fatto la scelta giusta? Dove sta la verità?.
Grazie per la sua competente risposta. Saluti,
Bruno

Gentile signor Bruno,
la ringrazio innanzitutto per il suo cortese apprezzamento. Non ho purtroppo nessuna verità in tasca e credo che pochi ce l’abbiano. Molti per contro fanno mostra di averla: se è reale, beati loro, diversamente si chiacchiera soltanto.
Ciò premesso ritengo che il Remington 5R sia un’ottima scelta, sempre tenendo presenti i parametri che concorrono alla valutazione e poi al giudizio, non ultimo ovviamente il prezzo di acquisto. Venendo al calibro, di sicuro il .308 Win. (nelle cariche che normalmente si raggiungono con materiale commerciale) è superato nella tenuta al vento laterale e nel tiro a lunghissima distanza, sopra i 600 metri che lei cita, dove diventa infrasonico subendo nel volo del proiettile i perturbamenti di tale passaggio che nuocciono alla precisione e costanza del tiro. Diversamente è e rimane una cartuccia eccellente con cui ottenere ottimi risultati. Anch’io amo molto i nuovi calibri come il 6,5x47 Lapua (può osservare un articolo su ARMI & BALISTICA n. 51), oppure quello di ancor più recente immissione sul mercato, il 6XC Norma con cui si raggiungono prestazioni strabilianti (arma, ottica e manico permettendo).
Per concludere direi che se i bersagli da lei ottenuti parleranno in favore non ci sarà motivo di dubitare del vecchio .308 Win. Altrimenti provi a farsi prestare una delle armi camerate con le novità e avrà contezza dell’eventuale differenza. A mio sommesso parere il vento laterale sarà la questione dirimente e dovrà sempre tenerlo sotto controllo tramite le bandierine, l’erba, la sensazione cutanea (il dr. Arrigucci, campione mondiale F Class 2015 spara per questo con i calzoni corti!). Poi veda ancora quel che ottengono i necrofori del .308 Win.: è sempre istruttivo osservare quel che fanno gli altri.
Si diverta senza cercare lo spasimo: è la cosa primaria per cui andiamo a far bordello nei poligoni. Se poi arrivano i 10 e anche le mouche tanto meglio.
Una cordiale stretta di mano

Emanuele Tabasso
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Tiro sportivo e tiro operativo

Buongiorno sig. Zanti,
Ho avuto il piacere di acquistare e leggere il suo manuale T.O.M.A.S., che mi ha aperto un mondo nuovo perché, anche se mi diletto a sparare con pistola e revolver in poligono da molti anni ormai, quanto ho avuto modo di leggerlo mi ha chiarito molte dinamiche del tiro. Una cosa è il tiro a segno, ovvero il tiro al bersaglio, e un’altra cosa è il tiro per la difesa personale, e mi colpito soprattutto il tiro puntato-mirato, che ho provato a mettere in pratica, così come le posizioni di tiro quali la Mantide e le posizioni a contatto, che giudico un’invenzione geniale. Comunque, nella rivista di questo mese ho visto che ci sono ben 8 Conditions dell’arma corta mentre il manuale parla di 3 tradizionali + 3 del tiro dinamico operativo; inoltre la quarta condizione che appare sulla rivista poi corrisponde alla quinta del manuale T.O.M.A.S. Come si spiega questa discrepanza? Grazie e cordiali saluti.
Giovanni F. – e-mail

Gentilissimo sig. Giovanni,
la ringrazio per le sue benevoli parole. Certamente, il tiro a segno è cosa del tutto diversa dal Tiro Dinamico Operativo®, non soltanto perché il primo è un tiro sportivo e il secondo è un tiro operativo/difensivo, ma anche perché le modalità nel mandare i colpi a bersaglio sono diverse. Innanzitutto il TDO utilizza il tiro puntato. Il tiro mirato, inoltre, segue differenti metodologie: nel tiro a segno è prassi che il tiratore metta a fuoco il mirino, mentre il TDO prescrive che l’operatore ponga gli organi di mira tra il bersaglio e l’occhio dominante, lasciando entrambi gli occhi aperti. Quindi, egli metterà a fuoco il bersaglio e vedrà con l’occhio dominante tacca di mira e mirino allineati con la vista “periferica”, mentre l’altro occhio scorgerà una pistola “fantasma”, a causa del fenomeno di convergenza/divergenza che i nostri occhi ci costringono ad eseguire ogni volta che mettiamo a fuoco oggetti a varie distanze. Nel TDO questo fenomeno visivo va sotto il nome di Tiro Puntato-Mirato™. Il mettere a fuoco il bersaglio, piuttosto che il mirino, è dettato dalla necessità di adattarsi all’insorgere dei fenomeni connessi con il Combat Stress, piuttosto che avversarli. Il discorso è lungo ed è spiegato esaurientemente nel Manuale Operativo per la Preparazione al Certificato TOMAS™, che lei ha letto.
La posizione di tiro Mantide™ del TDO è una posizione unicamente derivante dalla necessità di conformare il corpo dell’operatore al Combat Stress, come sopra detto. Molti credono che sia derivata dalla posizione di tiro isoscele, ma non è affatto così, come avrà letto. Le Posizioni a Contatto™ sono un’altra chicca del TDO non riscontrabili in nessun altro metodo di tiro operativo. Sulla presente rivista si potrà leggere un primo articolo sulle Posizioni a Contatto™ e altri faranno seguito.
Per quanto riguarda le Conditions, l’intero discorso rischia di diventare un patema per molti. È da accettare il fatto che le Conditions of Readiness originali, ossia le diverse modalità nelle quali è possibile portare l’arma corta in fondina o sulla persona sono soltanto tre (One, Two, Three), mentre la Condition Zero si può verificare dopo che la pistola semiautomatica ha sparato oppure prima di sparare. La Condition Zero-point-five (zero virgola cinque) è semplicemente un modo di vedere l’utilizzo di un’arma in relazione alla meccanica del gruppo di scatto, con riferimento particolare alla Glock (che altri pongono nella Condition Zero e altri ancora nella Condition Two quando ha il colpo camerato – altrimenti va nella Condition Three). Insomma, confusionario!
Condition Four, Five, Six sono stati dell’arma (aperta, chiusa, parzialmente aperta o parzialmente chiusa, con munizionamento all’interno o completamente scarica e, infine, una combinazione di questi elementi). In realtà la dottrina tradizionale statunitense si ferma alla Condition Four, che io originariamente avevo identificato con la Five e ultimamente modificato, come si può leggere nel mio articolo sullo scorso numero di questa rivista: lasciamo perdere, non è materia d’esame!


Cordiali Saluti,
Tony Zanti

Quel Mauser 66...

Buongiorno mi chiamo Carlo Borgioli e ho letto e apprezzato molto il suo articolo su ARMI & BALISTICA relativo ai Mauser 66. Sono entrato in possesso da pochissimo di una di queste carabine avente matricola numero SG55935, in calibro .270 Win., monogrillo con alleggeritore posto dietro la sicura e con porta-cinghia sulla canna. Poiché nel suo articolo e foto non ho trovato niente di simile, gradirei sapere che tipo è e presumibilmente quando è stata costruita. La ringrazio fin d’ora per le notizie che potrà darmi e sapere se esiste qualche pubblicazione su dette carabine. Grazie molte e saluti,
Carlo Borgioli – Firenze

Egregio Signor Borgioli,
lieto che possieda una Mauser 66 S, esempio di come si costruivano allora le carabine.
Le rispondo così di getto: la maglietta con anello investito sulla canna si trova sia all’inizio che alla fine della produzione, sparsa qua e là a muzzo, come direbbe Montalbano, quindi non serve a indicare annate.
Diversa la questione dello stecher, partito e conservato per parecchio tempo con la splendida versione a due grilletti per passare, da ultimo verso il 1986, a quella con slitta dietro alla sicura. Questa è la versione “S” conclusiva della storia della modello 66 Europa che termina circa nel 1992-93, quando i costi di produzione erano oramai a un punto tale da non poter essere riversati sul prezzo di vendita con speranze di successo.
Non abbiamo conoscenza di pubblicazioni in lingua italiana sul tema, al di là dello splendido articolo a cui ci rifacciamo, scritto nel 1971 da Pietro Colombano per la rivista DIANA ARMI.
Un cordiale saluto e tenga cara la sua Mauser 66: anche se in un calibro validissimo, ma filologicamente un poco stonato per l’essenza teutonica dell’arma, rappresenterà sempre una pietra miliare dell’arte di far fucili.
In bocca al lupo,


Emanuele Tabasso
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Beretta 87 BB

Gent.mo direttore di Armi & Balistica,
vorrei avere un suo parere sulle Beretta 87 BB calibro .22 LR e sulla Beretta 87 Target sempre in .22 LR. In particolare, ritiene che siano adatte per il Tiro Rapido Sportivo, dal punto di vista tecnico e da quello regolamentare?
Grazie,
Domenico

Gent.mo Domenico,
secondo il regolamento in vigore nel 2016, al punto 4.2 è individuata la Categoria Calibro .22 LR che qui di seguito, per comodità, riproduciamo:

4.2 Categoria Calibro .22 l.r. (è vietato l’uso della buffetteria)
1. Calibro 5,6 mm. - .22 long rifle
2. Massima capacità del caricatore: 10 colpi; è possibile utilizzare caricatori con capacità maggiore, purché il numero di colpi contenuti non superi il numero di 10.
3. Possibilità di utilizzo delle Ottiche di puntamento: No
4. Possibilità di utilizzo dei Compensatori: No
5. Possibilità di utilizzo dei Fori di compensazione: No


Entrambe le armi che ci ha indicato rispondono ai requisiti stabiliti dal regolamento sportivo. Riteniamo che entrambe siano perfettamente adatte a questo tipo di competizione. In particolare, per il fatto che non si usano le fondine per l'estrazione, la Beretta 87 Target (foto 1) appare preferibile per le sue più spiccate caratteristiche di arma da tiro. Tuttavia non è nemmeno da sottovalutare la 87 BB (foto 2) che, grazie alla linea di mira più corta, è certamente più rapida da collimare sul bersaglio.
Paolo Tagini
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Il corpo umano, le armi e il tiro

Salve sig. Zanti,
sono un dipendente dello stato da pochissimo trasferito in Sardegna. Mi sono spesso dilettato col tiro in cava, con armi corte e lunghe, e sono dichiaratamente contrario ai piccoli spazi che offre il poligono di tiro a segno, dove non è possibile muoversi dalla postazione e non è neanche possibile estrarre la pistola dalla fondina per poi sparare alcuni colpi e rinfoderarla e così via. Nella città nella quale mi trovavo precedentemente il poligono di tiro aveva le sagome poste esclusivamente a 25 metri; l’ho visitato due volte, poi mi sono industriato per trovare un campo di tiro all’aperto e la differenza era enorme, dalla distanza delle sagome al poter sparare anche con l’arma lunga nei calibri che sono proibiti al poligono. Sono appassionato di tutto ciò che ruota intorno al mondo del tiro e ho seguito negli anni molti dei suoi articoli sulle riviste. Ho visto che lei predilige alcune posizioni di tiro rispetto ad altre. A ognuno il suo, come ho già letto. Sì, ma non si dovrebbe sparare tutti allo stesso modo, con la stessa impostazione? Del resto il corpo umano è uno solo e mi sembra difficile che tanti modi diversi di sparare possano servire veramente, se non a gratificare chi li diffonde (senza offesa). Può spiegare, cortesemente?
Con i miei migliori saluti,
M.P. - (e-mail a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Gentilissimo amico,
è con piacere che rispondo ai quesiti di un lettore, specialmente se mi ha seguito da tempo, come mi pare di leggere tra le righe. Innanzi tutto mi lasci dire che sono solidale con lei circa la migliore fruibilità delle armi da fuoco nelle strutture di tiro all’aperto, soprattutto per quanto riguarda il tiro informale, nonché le esercitazioni di tiro ad uso degli operatori della sicurezza pubblica e privata. I poligoni del Tiro a Segno sono infatti dedicati soprattutto al Tiro Sportivo; chiaramente, in una cava, il contesto stesso del tiro cambia e l’addestramento acquisisce un aspetto più realistico. Per non parlare delle armi e dei calibri che è possibile usare, dello spazio maggiore (anche “calpestabile”) e delle distanze da cui è possibile ingaggiare i bersagli. Molto diverso, chiaramente.
Per quanto riguarda le posizioni di tiro che è possibile assumere quando si impugnano o si imbracciano le armi, andiamo a toccare un tasto dolente, in quanto molto di quanto si dice e si fa al riguardo è più legato a un movente emotivo che non a uno propriamente logico. Il consenso attuale di chi maneggia armi da fuoco per scopi ludici o anche professionali è dipendente da un set di regole che fanno capo a presenti e passati Guru del Tactical Training, ma anche ad elementi sportivi e infine a richiami di culture estere. Attualmente, statunitensi e israeliani si contendono tecniche di tiro e tattiche operative, difensive e protettive. Tutto lo scibile connesso al cosiddetto tiro operativo ruota intorno a loro. Credo di essere una delle pochissime voci fuori dal coro, ma intanto forse il solo – che io sappia – che abbia ideato un metodo alternativo. Per metodo intendo una serie di tecniche e tattiche non scollegate tra loro, perché, se così fosse, metodo non sarebbe. Il Tiro Dinamico Operativo®, per esempio, comprende tecniche e tattiche che hanno come comune denominatore l’ergonomia e l’adattamento al combat stress. L’aver preso in massima e prioritaria considerazione questi fattori fa del Tiro Dinamico Operativo® un metodo a parte, le cui tecniche sono diverse da tutte le altre non per voglia – o necessità – di diversità, ma perché seguono un filo conduttore unico. Altrove tutto questo non esiste. Chi vuole trovare supponenza e impertinenza in queste parole non ha che mettere alla prova del nove le tecniche che propongo. Come? Semplice! Semplicemente sottoponendo ciascuna tecnica ai rigorosi principi del REMS (Reattività, Ergonomia/Equilibrio, Mobilità e Sicurezza). Ciò vale per tutte le tecniche, non soltanto le mie. In questo modo si può giudicare qualsiasi tecnica. Prendiamo, per esempio, le posizioni di tiro tradizionali effettuate con l’arma corta. La Weaver ha dalla sua una certa reattività, ma è carente negli altri aspetti, dando preferenza ad una lato del corpo del tiratore. L’Isoscele, invece, non può vantare neanche quella ed è soltanto un’ottima posizione di tiro, ossia si riesce a colpire il bersaglio statico molto bene con essa, anche perché favorisce il tiro puntato. Infatti, Weaver ed Isoscele sono ottime posizioni di tiro statico, ma quando parliamo di tiro Combat, le conseguenti “posizioni” saranno Combat Stances e non Shooting Stances. Nei prossimi numeri di questa rivista illustrerò questi concetti con il dovuto approfondimento, in quanto in queste pagine lo spazio è insufficiente. Qualche mese di pazienza!
Cordiali Saluti,

Tony Zanti
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