Armi Lunghe


 


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Armi Lunghe

Benelli Vinci Amazonia Green 12/76

Un semiautomatico d'avanguardia deve proporre allestimenti di pari grado e nel Vinci ecco pronto il modello con calciatura di sintetico dotata del Comfortech Plus, il nuovo sistema da Benelli fatto per soddisfare chi desidera la novità e soprattutto una notevole praticità d'impiego.

di Emanuele Tabasso

 

Ma ti sembra bello? Domanda stringata e perentoria che non sottende assolutamente una risposta preconfezionata: lo diciamo con certezza conoscendo troppo bene l'amico che l'ha posta mentre prepariamo questo nuovissimo fucile di Benelli per una prova sul campo, quelle che in definitiva chiariscono meglio di tanti esami visivi e qualche colpo in poligono quale sia l'essenza dell'arma.
Il Vinci è concettualmente molto giovane e di conseguenza ancora poco conosciuto: quindi è necessario osservarlo con calma per apprezzare il suo design innovativo. La testa a questo punto ha già cambiato le sue abituali considerazioni sull'estetica tradizionale e la risposta deve essere si, ci pare bello perchè coniuga in sè slanci di linee nuovi e non peregrini, esteticamente apprezzabili, dinamicamente funzionali.
Tutto parte dalla struttura meccanica che si affida al nuovo Vinci Inertia System, ma suddividendo in tre moduli distinti e assolutamente innovativi le componenti dell'arma.
Vediamo innanzitutto che alla canna è collegata stabilmente una culatta tubolare di acciaio in cui scorre l'otturatore a sistema inerziale con la testina mobile dotata delle due alette anteriori ritanti, grazie a un piolo e una pista a camme, e del gancio a molla dell'estrattore: le mortise per la chiusura sono ricavate direttamente nello spessore del fodero tubolare dalla cui sezione interna sporge una bacchetta in funzione di guida e, tramite un risalto intermedio, da esplusore.
Nella zona posteriore troviamo la molla di recupero con asta di guida coassiale: la forza è quindi scaricata in maniera rettilinea dal moto dell'otturatore terminando la corsa sul fondo della culatta dove un ammortizzatore di materiale sintetico assorbe utilmente vibrazioni ed energia. Le componenti angolari esistenti nella meccanica tradizionale fra bielletta e molla di recupero posteriore sono azzerate e il contenuto innalzamento dell'arma allo sparo rimane a carico della linea del calcio, poco sotto l'asse della canna.......

Benelli Legacy calibro 28

Benelli Legacy calibro 28

Carattere ereditario

Un gioiellino come il Raffaello calibro 28 non poteva restare solo e unicamente un esempio di tecnica: occorreva un ampliamento della gamma con un modello di studiata raffinatezza per color che giustamente desiderano sparare bene e con un bel fucile

di Emanuele Tabasso

Non stiamo a ripetere quanto il calibro 28 sia un nostro vecchio pallino: questa cartuccia e diversi fucili così camerati si sono succeduti nel corso di più di cinquant’anni della nostra pratica venatoria quindi l’affezione deriva dalle rese verificate sul terreno e dalle tante esperienze raccolte nel tempo. La nascita del primo Benelli in questo calibro non ci aveva colti impreparati: a quell’epoca sentivamo oramai pronta una fascia consistente di cacciatori per compiere il salto in basso, la diminuzione drastica del calibro, e quindi la Casa di Urbino, sempre attentissima ai segnali evolutivi, doveva per forza essere in prima fila per offrire il suo 28. Non ci sbagliammo, era pur facile indovinare conoscendo le menti dell’azienda, e il piccolo calibro venne alla luce. Era il 20…
Approfittando di fiere, mostre e in primis della cortesia della Casa, abbiamo avuto modo di effettuare, nel recente passato, diverse prove di tiro al piattello con ampia soddisfazione. Partiamo di qui, da una pratica sportiva per osservare il cammino di questo calibro e le conseguenti realizzazioni armiere fra cui il semiauto della Benelli ha un posto di spicco per la tecnologia applicata. La discesa dei calibri da impiegare si manifesta soprattutto nella caccia e già occorre una prima separazione fra quel che è successo e succede da noi, abbastanza differente da quel che avviene negli Stati Uniti d’America. La prima importante dirimente è il numero di praticanti, di coloro che usano un fucile per lo sport del tiro a volo o per l’arte della caccia: nel Nuovo Mondo (anche se è già un po’ usurato) i numeri sono fantastici ed è comprensibile come ogni branca del settore, fucili, cartucce, accessori, possa trovare ampio sviluppo confortata da ritorni economici che giustificano i costi di studi e prove. Da noi è tutto più limitato, parliamo in particolare della nostra nazione, e sovente si va a rimorchio ideale di quanto combinano gli altri. Torniamo ai calibri: il 12/70 rimane fisso e immutabile per il tiro di pedana con la forte variazione delle grammature di pallini che dai 36 originari sono scese alle odierne 28 e 24, secondo la graduatoria dei tiratori. I fabbricanti hanno brillantemente risolto il controsenso balistico realizzando canne con rese prima inimmaginabili. L’abolizione dei calibri 10 e 8 ha portato ai 12 Magnum e Supermagnum con camere da 76 e 89 mm: stesso discorso per la balistica e la bravura dei fabbricanti. In questo ambito si è mosso parecchio il calibro 20 che da decenni occupa uno spazio discretamente ampio: non ci sembra che gli specifici campionati di pedana abbiano avuto la risonanza che, per contro, la bella cartuccia ha sul terreno venatorio. Anche qui 70 e 76 mm ampliano la scelta, ma la preponderanza indica la misura più corta e tradizionale dove si ha già un ventaglio di grammature da soddisfare tutti, o quasi: e qui si chiude il capitolo dei calibri medi che riprenderemo nella nostra reiterata verbosità con il negletto calibro 24, ultimo della serie. La battaglia si è accesa da non molto tempo sui piccoli calibri: 28 e 36 Mg., questa la corretta dicitura europea perché .410 Mg. è di pretto uso americano, e anche qui chiniamo un attimo il capo in memoria del calibro 32, non proprio defunto, ma oramai di scarsissima diffusione. Vediamo allora che succede in questo piccolo e interessantissimo ambito.

Il chiodo da roccia: Tikka Hunter in 6,5x55 SM

Il chiodo da roccia:

Tikka Hunter in 6,5x55 SM

Dalla Finlandia una carabina dove semplicità e inventiva unite a eccellenti materiali e attente lavorazioni sono garanti di elevata affidabilità a una quotazione interessante: l’abbiamo provata nel calibro più classico della penisola scandinava

di Emanuele Tabasso

Vissute per diverso tempo come due aziende ben distinte Tikka e Sako si sono poi fuse trovando nella Beretta Holding una casa comune con determinanti prerogative: la preminente è senz’altro il saper fare industria nel senso più ampio del termine con una potenzialità di espansione notevolissima, seguita da tante altre fra cui, a nostro parere, spicca il mantenimento nelle fabbriche acquisite delle personali caratteristiche progettuali e realizzative, assodata ovviamente la loro validità. Vediamo così come le due produttrici finlandesi mantengano proprie linee di fucili in cui la parentela evidente si estrinseca nel disegno della zigrinatura delle calciature. E sottolineiamo questo punto come un titolo di merito: è molto comodo, ma poco oculato omologare tutto con poche differenze marginali e la clientela non dà ragione a chi si comporta in tale maniera. Il livello di raffinatezza e quindi di prezzo crea subito una proficua divisione fra i possibili acquirenti, moltiplicando le possibilità di soddisfarne un maggior numero. Se la Sako ha ottime aperture nel mercato di fascia alta, in quella più utilitaristica la Tikka si piazza in prima linea con un progetto non banale: la ricerca di soluzioni operative di costo minore non è certo rivolta a un minimalismo di maniera, ma è anzi collegata a una funzionalità di alto livello per la soddisfazione di cacciatori e tiratori che seguono poco le mode e parecchio i risultati.
Nel corso degli ultimi anni la struttura del progetto ha subito solo modifiche di dettaglio e l’unico passo indietro è stato quello di unificare l’azione a una misura unica: peccato perché troviamo eleganti le cose proporzionate e un complesso castello e otturatore di  adeguata dimensione per una certa fascia di cartucce rappresenta la soluzione ottimale. Ciò non di meno la struttura dell’arma in esame non è assolutamente ridondante e la cameratura per la sempreverde ordinanza svedese calza a pennello. Osserviamo le caratteristiche partendo proprio dal cuore dell’arma.
Castello e otturatore
Il castello in acciaio lavorato di fresa con anello e ponte chiuso ha una sezione prismatica a facce spianate che conferisce una forte rigidità pur senza eccedere negli spessori e quindi sul peso complessivo; si evidenzia una riduzione delle aperture con la finestra di espulsione sul fianco destro mantenuta al livello minimo come la feritoia di inserimento del caricatore monofilare staccabile. Se si desidera prelevare il bossolo con le dita occorre far attenzione a fermare il movimento retrogrado al punto esatto in cui il colletto sporge dall’apertura: diversamente, procedendo con lentezza, lo si ritrova nel pozzetto e catturarlo con le dita non è sempre agevole. Non ci sono problemi invece se si attua l’espulsione con movimento deciso e regolare. Nel cielo sono presenti due lunghe unghiature e quattro grani a vite per il montaggio delle basi dell’ottica del tipo a slitta Picatinny o, in alternativa, quelle specifiche aziendali. Sul fianco destro spicca la sede del manubrio che funge da terza chiusura di rispetto e, più indietro, la rotaia di scorrimento del tasto di sicura; su quello sinistro è imperniata la comoda leva di svincolo otturatore a fondo corsa.  
All’interno dell’anello sono fresate le mortise per le alette di chiusura e la canna è avvitata con un lungo passo a vite: la sezione della parte ricevente è decisamente maggiore di quest’ultima, altro elemento di irrigidimento favorevole alla precisione. Anche il prisma di scarico delle forze si presenta semplice e funzionale: una spessa lama in acciaio viene inserita in una tasca ricavata con precisione nel legno del fusto, contrastando con una fresatura trasversale praticata sotto all’anello. La sede del castello è macchinata con precisione nella calciatura e risulta pressoché inutile l’interposizione di un letto di resina epossidica. Tutto quanto concorre inoltre a mantenere i costi di lavorazione a livelli correnti.  L’otturatore lucidato scorre nella propria sede con un effetto di ghiaccio su ghiaccio a testimonianza di un’esecuzione notevole e grazie agli incavi tondeggianti che riducono la superficie di frizione. Il corpo cilindrico termina anteriormente con due alette contrapposte poco sporgenti, ma di massa appropriata a un assorbimento razionale della spinta grazie alla lunghezza e alla forma conica nella zona più avanzata; la faccia profondamente incavata supporta a dovere il fondello cartuccia e il foro di egresso del percussore è rettificato. L’unghia dell’estrattore a movimento pivottante è ricavata da un robusto blocchetto di acciaio con tempera dal colore rossastro: un perno radiale e un puntone a molla longitudinale mantengono l’insieme a registro mentre l’appoggio della superficie esterna alla parete interna dell’anello rende quasi impossibile lo scavallamento del solco di presa del bossolo. L’espulsore si avvale del normale nottolino elastico. In coda troviamo il manubrio cilindrico con la nocca di forma peculiare, rotonda e scampanata con foro apicale di alleggerimento: la giunzione al corpo centrale è demandata a una ingegnosa e semplice soluzione con l’apice a facce inclinate inserite in una fresatura a coda di rondine praticata nel cilindro. Non c’è nulla di particolarmente costoso, ma ancora una efficace soluzione tecnica. Il tappo di coda sagomato è in lega leggera ricavato da microfusione: al di sotto sporge il codolo del percussore, un quadrello con punto rosso, osservabile e percepibile al tatto quando la meccanica è armata. L’indovinata inclinazione dei piani di armamento garantisce un’apertura dolce e ben calibrata insieme a un’efficace estrazione primaria.

Benelli SuperVinci

Benelli SuperVinci

che le rivoluzioni si evolvono


Il mercato non ha ancora fatto a tempo ad inglobare mentalmente il rivoluzionario Vinci che subito la Benelli assesta un altro colpo presentandone la versione con cameratura supermagnum. E’ davvero ammirevole come la genialità del progetto tenga banco pure con i cartuccioni da 89 millimerti


di Emanuele Tabasso

Le visite alla Benelli nella gradevole sede di Urbino si susseguono negli anni con la costante di nuove realizzazioni, sempre al passo con i tempi. Dire che siano al passo non è propriamente la verità perché qui il precedere le richieste del mercato sembra la realtà costitutiva aziendale. La produzione non è ancora giunta a soddisfare appieno la curiosità di molti con il rivoluzionario Vinci, appena arrivato a calpestare l’assito di un’immaginaria ribalta, che già appare dalle quinte la sua evoluzione, il SuperVinci destinato a chi non si accontenta e vuole ottenere il massimo delle prestazioni balistiche per quelle caccie di alta specializzazione. Nei nostri territori europei possiamo esemplificare con l’aspetto alle oche nelle pianure danubiane queste occasioni importanti; parimenti dicasi nel continente americano dove si aggiunge il tacchino selvatico per avere conto delle difficoltà insite nella cattura di questi animali cauti, diffidenti e coriacei.
Con la poco razionale restrizione del calibro imposta dalle frange estremiste anticaccia e l’abbandono quindi dei calibri 10 e 8 i fabbricanti di armi e di cartucce hanno cercato di ottimizzare al massimo il calibro 12, compiendo virtuosismi balistici permessi dai nuovi materiali sintetici e dalle recenti polveri progressive: per strada si è aggiunta un’altra imposizione e si sta abbandonando il pallino di piombo a favore di quello in acciaio. Ecco, se fosse possibile usare le stesse grammature di carica in un 10 o, più ancora, in un 8, si otterrebbero risultati migliori con meno affaticamento delle canne, ma tant’è: hic Rhodus, hic salta e i bravissimi progettisti dei settori implicati in queste svolte epocali hanno trovato soluzioni valide e interessanti, privilegiando in alcuni caricamenti la velocità dei pallini rispetto al loro numero, in funzione del rapporto fra area vitale del bersaglio e l’energia necessaria alla cattura.
Solide basi
Se le radici hanno un significato è bene considerare come Benelli abbia da molti anni il primato per i semiautomatici in calibro 12/89, richiesti specificatamente dal mercato nordamericano che acquista ben il 40% di canne lisce con tale cameratura: la partenza con il Black Eagle diventato poi il Super Black Eagle nel 1991 ha messo in chiaro di che cosa fossero capaci i fucili di Urbino nello specifico settore. Ora si conserva il cuore inerziale del meccanismo di riarmo ponendolo in un diverso supporto tecnologico: sia chiaro che la produzione dell’affermatissimo predecessore continua, ma gli si affianca il nuovo per soddisfare chi ama sperimentare personalmente il divenire delle armi. Nella lingua d’oltre Atlantico i due fucili sono rispettivamente nominati come “The Original” e “The Ultimate”. Va da sé che in Europa e in molte altre parti del mondo la cameratura da 76 mm rappresenta il vertice delle vendite: ed è bene così con una favorevole differenziazione della produzione. Una nota tecnica viene dall’obbligo, oramai assai esteso, di impiegare pallini di acciaio: la cartucce supermagnum e le canne per loro progettate assolvono in maniera migliore questo compito gravoso, anche in presenza di strozzature adeguate al tiro alle massime distanze.

MAG con azione ULA in .25 WSSM

 

MAG con azione ULA in .25 WSSM

Vittorio Giani ha la passione delle canne rigate nel sangue e si ingegna continuamente per realizzare fucili adeguati alle richieste del momento con una varietà di proposte in grado di soddisfare diverse esigenze

di Emanuele Tabasso

Sovente si trova conforto alle proprie opinioni osservando quel che succede intorno, magari anche solo nella cerchia più ristretta di amici: uno dei pensieri ricorrenti fa a pugni con la teoria statica secondo cui fucili e soprattutto calibri vanno scelti in un ristrettissimo ambito da cui è bene non distaccarsi. Diamo per scontato che le sempreverdi del passato siano comunque risolutive, affidabili e con una bella somma di valenze, ciò non di meno scendere dal classico di cui si è sperimentato tutto o quasi e salire su di un progetto nuovo concede, almeno, il gusto della novità. Poi strada facendo si possono mettere a fuoco alcune idee di affinamento per l’obiettivo che ci si pone che è poi la funzionalità a caccia, la soddisfazione estetica di una stretta rosata in poligono, ma soprattutto un fucile che pesi poco più di un giunco con una robustezza a tutta prova. Questa premessa vale per dissipare il concetto secondo cui il nuovo è superfluo se non addirittura inutile: ammettiamo facilmente che nel nostro settore ci sia ben poco da inventare, parimenti come nell’auto dove motore, carrozzeria portante e quattro ruote si ripetono oramai da qualche tempo: la sostanza è sempre quella, ma sarebbe un affronto all’intelligenza non riconoscere che a fianco di un ritrovato di base si sia dipanata tutta una serie di migliorie che hanno permesso anche alle utilitarie di passare, stiamo in Casa Fiat per una volta, dalla 509 degli inizi del XX secolo, alla Balilla degli Anni Trenta, alla 600 dei primi Cinquanta per approdare alla recente 500 Abarth: guidarle tutte, scendendo da una per salire sull’altra, chiarisce il concetto. Nei fucili l’evidenza è assai più contenuta pur se all’occhio attento di un tiratore che sappia quel che fa non sfuggono gli elementi che compongono il nuovo mosaico. Alcune tessere ci erano già note e nell’ultima prova esperita sul campo abbiamo avuto agio di sperimentare la completezza del lavoro con un fucile che pare costruito apposta per chi in montagna ci va di corsa, o quasi, e per chi, in ogni modo, non desidera affaticarsi più di tanto.

Idea e azione
Il titolo suona bene e richiama una nota canzone del buon De André dove le comari di un rione, osservando maliziosamente un gorilla prima in gabbia, poi in libertà scoprono inopinatamente la differenza fra i due moti dell’animo. Poniamo a cavallo dell’idea la tenacia della Winchester nel coltivare, industrializzandola, la soluzione del 6 PPC, quel tanto di nuovo fattibile in un settore dove  l’ambito di movimento è per forza ristretto; le due linee di cartucce corte e cortissime sono materia interessante per lo sperimentatore e le comparazioni rendono atto della realtà per nulla stravolgente, ma degna di considerazione. Per l’azione occorre spiegare la bivalenza della parola: noi approfittiamo del termine anglofono con cui si designa l’insieme castello e otturatore di un fucile e qui i due elementi sovvengono a comporre la giusta veste della cartuccia prescelta, la .25 WSSM, il maggior calibro della misura cortissima. Si rivela in effetti come una mezza mortificazione sistemare le ultime novità in fatto di compattezza di bossolo entro castelli progettati per altre lunghezze: se corto dev’essere, che corto sia s’è detto Giani scegliendo nell’ampio panorama di forniture specialistiche provenienti soprattutto dagli Stati Uniti e un’azione ULA (Ultra Light Arms) ha risolto l’abbinamento. Ne vediamo ora i particolari, semplici e funzionali.

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