Armi Lunghe


 


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Armi Lunghe

Buono per la caccia

L’azienda gardonese si è specializzata nelle canne rigate producendo sul castello classico molte varianti di fucili da caccia e da tiro mantenendo in questa Tactical dimensioni e pesi che invitano a provarla anche nell’ambito venatorio

di Emanuele Tabasso


Quando in Italia il verbo della canna rigata si diffuse anche al di fuori delle ristrette zone alpine di elezione, il bacino armiero di Gardone era ancora ben radicato sulle produzioni di canne lisce e solo qualche firma aveva solide basi tecniche per l’altro settore, derivate da una pratica di forniture militari di ragguardevole interesse, con qualche rara puntata nel settore venatorio.
Alcune industrie compresero le possibilità insite in questo nuovo orientamento e diedero sviluppo agli impianti per adeguarsi alla recente realtà. Una di queste è senza dubbio la Sabatti che nel tempo ha sviluppato linee di prodotti a canna rigata tra cui i fucili a otturatore girevole scorrevole e i basculanti, sia kipplauf, sia misti. Innegabile che i primi siano la parte maggioritaria per la quale sono richiesti e possibili allestimenti diversi: fra le molte prerogative dell’azienda due sono da tenere in conto come primarie.
Innanzitutto la produzione di canne avviene internamente, grazie all’investimento in una rotomartellatrice di alta qualità; in secondo luogo – e qui l’estro e la padronanza della tecnica sono balzate allo scoperto – le azioni sono ricavate da microfusione.
Oggi è bello sottolinearlo anche perché ci sono oramai alle spalle tali e tanti pezzi in circolazione con una favorevolissima casistica di risultati da non far rimpiangere, come accadeva un tempo, il fresato dal pieno di mauseriana memoria. La Metrocast è lì a poche centinaia di metri dall’azienda e ancora più prossima per quanto attiene a una partecipazione societaria che lega saldamente i reciproci interessi.
È poi un pregio che la progettazione abbia seguito in qualcosa le linee guida di Remington per cui gli utilizzatori si ritrovano a disposizione alcuni accessori adatti, per esempio, al montaggio delle ottiche nel vasto ed economico panorama relativo a tale firma.
La passione e le conoscenze dell’ingegner Emanuele Sabatti hanno fatto il resto e oggi le carabine con quel marchio sono proposte in una tale varietà e con continui aggiornamenti da poter soddisfare un ingente ventaglio di richieste.
All’IWA di Norimberga avevamo potuto osservare la nuova Tactical LW della stirpe Rover 870 e nemmeno un mese dopo averla in mano grazie a un compiacente amico appassionato di poligono. Ci siamo divertiti, abbiamo apprezzato le caratteristiche e la resa: spieghiamo come.

Entry level di gamma alta

Da qualche mese è disponibile la Proarms PAR Mk3 calibro .223 Remington, una originale carabina su piattaforma AR-15 caratterizzata da ottima qualità costruttiva e da particolari soluzioni tecniche che la rendono unica. Il tutto è offerto a un prezzo imbattibile

di Paolo Princi


La Proarms Armory è una azienda con sede in una cittadina a pochi chilometri da Praga, nella Repubblica Ceca; rinomata per produrre parti di AR per fabbricanti e assemblatori europei, nel 2008 decise di immettere sul mercato un’arma completa. Nacque così il PAR (Piston Advanced Rifle) Mk I: si trattava di un AR-15 con funzionamento a pistone a corsa corta in un’epoca in cui la maggioranza dei costruttori offriva ancora carabine a presa diretta di gas. Il progetto diede buoni risultati anche se la ditta non era ancora pronta alla produzione su vasta scala di armi complete.
Nel 2012 finalmente fu in grado di affrontare il mercato e decise di farlo con la terza evoluzione del suo progetto, il modello Mk3: è un AR-15 realizzato per asportazione di materiale da un blocco di alluminio7075-T6, soluzione che permette di uscire dai canoni estetici classici e realizzare prodotti più originali e modaioli.
Si nota immediatamente un aspetto più squadrato dei receiver; il tipico blocchetto che ospita il pulsante del forward assist comprende anche il deflettore dei bossoli, il bocchettone del caricatore è maggiorato e svasato. Sulla parte superiore dell’upper receiver troviamo la classica slitta Picatinny, che risulta però in posizione più rialzata rispetto a un AR-15 standard perché sotto vi scorre il pistone; detta slitta prosegue sull’astina che è in un pezzo unico ed è dotata di quattro rail.
Esaminando l’astina troviamo una delle tante chicche che caratterizzano questo fucile: ricorda infatti quella dell’Heckler & Koch MR223, ma a differenza di quest’ultima si smonta semplicemente agendo su una levetta la quale, compiuta una mezza rotazione, permette di sfilare l’intero pezzo svelandoci un’altra esclusiva. La canna infatti è tenuta in sede da un barrel nut dotato di costolature e da una maniglia (simile concettualmente a quella del Bushmaster ACR) che può essere svitato manualmente con facilità permettendo un rapido smontaggio della canna stessa.
La caratteristica principale del PAR Mk3 è infatti la modularità: viene offerto con una vasta gamma di lunghezze di canna, che per il nostro mercato sono da 12,5, 14,5, 16,75 e 18 pollici. Molteplici anche i calibri disponibili: .223 Remington, 7,62x39 mm, 6,8 SPC e .300 AAC, ma anche quelli da pistola come il 9x21 e il 9x19 mm.

L’icona del Vietnam

Dopo tanti articoli sugli attuali discendenti del Black Rifle, torniamo per un attimo alle origini ripercorrendo la strada che portò tra le mani dei GI impegnati nella giungla vietnamita la più controversa arma marziale degli anni Sessanta

di Francesco Battista


Oggi è quasi impossibile concepire un qualsivoglia AR-15 o M16 privo di guide Picatinny e calcio telescopico, nonché onusto di impugnature anteriori, puntatori elettronici e altre diavolerie assortite e, soprattutto, con la canna non più lunga di 16 pollici al massimo.
Siamo oramai talmente abituati a queste armi emblematiche della più sfrenata operatività che quando, qualche tempo fa, ci è capitato di esaminare presso la Nuova Jager di Basaluzzo un bel lotto di M16A1 siamo rimasti quasi sorpresi dal loro aspetto spartano: all’improvviso siamo tornati ai telegiornali in bianco e nero con i reportage sulla guerra del Vietnam, agli articoli dei rotocalchi sul ‘fucile di Flash Gordon’ e alle roventi polemiche che ne accompagnarono i primi anni di vita.
Come sembrava moderno e avveniristico il successore dello sfortunato M14 in quegli anni, e come affascinava noi giovani appassionati di armi… Nostalgia a parte, in effetti tutto iniziò allora, con la scelta senz’altro coraggiosa da parte delle autorità militari americane di adottare un fucile ultramoderno per tecnologia costruttiva e materiali e camerato per una munizione ancor più innovativa.

Una storia lunga e complessa
Tutto iniziò nell’autunno del 1954 in quel di Hollywood, California, dove accanto agli studios cinematografici sorgeva un’azienda chiamata Fairchild Engine and Airplane Corporation che decise di creare una divisione specializzata nella produzione di armi leggere dalle caratteristiche inusuali: in particolare le moderne tecnologie costruttive mutuate dalle realizzazioni in campo aeronautico e basate sull’impiego di materiali quali le leghe di alluminio e la plastica.
Come responsabile tecnico della nuova organizzazione, battezzata ArmaLite Division, fu scelto il giovane e promettente progettista Eugene Stoner, che gettò il seme del futuro Black Rifle realizzando il fucile AR-3; questo modello presentava già le caratteristiche meccaniche proprie dei suoi più famosi discendenti, quali la chiusura tramite otturatore rotante con alette multiple in testa (una variante del brevetto ottenuto da Melvin Johnson negli anni Trenta) e il sistema a presa diretta dei gas di sparo. Sebbene prodotto in pochissimi esemplari l’AR-3 è importante in quanto diede origine all’AR-10, diretto ascendente dell’AR-15.

Si scrive SturmGewehr, si legge M4

Si evolve la linea delle carabine semiautomatiche Astra Arms in calibro .223 Remington con il nuovo modello StG4 Guernica, prodotto con quattro diverse lunghezze di canna e in ben cinque combinazioni cromatiche

di Paolo Tagini


Una delle maggiori novità del 2009 sono state le carabine semiautomatiche Astra StG4 e StG15, entrambe in calibro .223 Remington. Nascono in Svizzera, a Sion, dalla Astra Arms, una giovane casa produttrice di armi che è nata nel 2008 e ha adottato il logo della nota (e scomparsa) ditta spagnola per riallacciare la gloriosa tradizione armiera iberica alla moderna industria elvetica.
La scelta di costruire un M4 europeo (il modello StG4 è di fatto paragonabile all’M4 perché monta una canna da 16 pollici, mentre l’Astra StG15 l’ha da 20) è stata coraggiosa ma oculata, vista la domanda sempre più crescente per questo tipo di fucili che dagli Stati Uniti – a causa delle misure restrittive adottate dopo l’11 settembre 2001 – arrivano con maggiore difficoltà.
Astra ha deciso di produrre un fucile che si inserisce nel filone degli AR-15 mantenendo molte delle specifiche militari che rendono questo tipo di arma particolarmente costoso da costruire. Tanto l’upper receiver quanto il lower receiver, cioè i castelli superiore e inferiore, sono di lega di alluminio della serie 7 (7075) con trattamento per anodizzazione a livello T6. Questa lega, al vertice degli allumini aeronautici, è lo standard per le forze armate statunitensi per gli M16 e derivati.
A questi modelli di esordio è seguita la naturale evoluzione, vale a dire il nuovo modello StG4 Guernica, sempre in calibro .223 Remington. Mentre le due carabine primigenie erano praticamente in allestimento ‘di serie’, con componentistica standard, e si prestavano pertanto a elaborazioni, il nuovo StG4 Guernica nasce di fatto come un’arma custom, già dotata della componentistica più moderna e avanzata.
Al cliente non resta che la scelta fra quattro versioni: StG4 Guernica Commando 10.5”, Commando GL 12.5”, Carbine 14.5” o Carbine 16.0”, nelle quali il numero che compare nella denominazione è ovviamente la lunghezza di canna espressa in pollici. Ciascuna di queste versioni è poi disponibile in cinque diverse colorazioni: Black, Foliage, OD Green, Tan e Urban.

Rustico ma molto preciso

Il Mosin Nagant calibro 7,62x54 R è tra le pietre miliari nella storia delle armi militari e una delle sue versioni più affascinanti è la 91/30 PU, sviluppata nel 1941-42 per rispondere alle esigenze dei tiratori scelti sovietici. In questa prima puntata vediamo come è possibile riconoscere gli esemplari originali dai falsi che girano nel mercato, poi spiegheremo come si fa sparare bene un 91/30 PU

di Paolo G. Motta


Il Mosin Nagant 91/30 PU calibro 7,62x54 R si guadagnò la fama di ottimo sniper, estremamente preciso e robusto fino all’incredibile: l’organizzazione meccanica gli conferisce una linea un po’ datata e a prima vista appare nettamente inferiore a eleganti prodotti occidentali come il Mauser K98, lo Springfield 03 e l’elvetico K31, ma la realtà è molto differente.
L’azione del Mosin Nagant è molto rigida e quando viene dotata di canne di qualità permette di assemblare armi, come il finlandese m28/30, che surclassano in precisione le ordinanze americane, tedesche e svizzere. Il Mosin Nagant 91/30 PU è quindi un’arma assai interessante e molto appetibile per il tiratore e il collezionista; sul mercato se ne trovano a prezzi ragionevoli, nettamente inferiori a quelli assurdi richiesti per i K98 sniper tedeschi che, per quanto dotati di aquilette varie, sparano quasi sempre meno bene.
L’acquisto di un 91/30 PU è dunque caldamente consigliabile, ma bisogna fare attenzione. Le cautele relative all’acquisto derivano dalle condizioni disparate degli esemplari in vendita e soprattutto dalla presenza di numerosi pezzi assemblati in maniera da ottenere qualche cosa di simile a un 91/30 PU ‘vero’.
Sono presenti sul mercato italiano almeno tre tipologie di 91/30 PU: gli originali sovietici utilizzati nella Seconda guerra mondiale o ricostruiti negli arsenali del dopoguerra; gli esemplari prodotti in Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia tra il 1950 e il 1965; infine i falsi assemblati in epoca recente con pezzi di varia provenienza.
Dal punto di vista collezionistico gli originali russi sono i più ambiti. La produzione avvenne nelle fabbriche di Izhevsk e di Tula tra il 1942 e forse il 1946; i fucili di Izhevsk sono riconoscibili per lo stemma costituito da un triangolo, mentre il marchio dell’arsenale di Tula è una stella con una freccia all’interno.
I 91/30 PU utilizzati in guerra sono facilmente identificabili perché sono piuttosto usati e usurati, con canne ‘scure’, righe arrotondate e calci impregnati di untume: possono esserci eccezioni, ma la norma è questa. In linea teorica, può capitare di trovare anche esemplari catturati dai finlandesi, che possono avere il cannocchiale e gli attacchi sostituiti con pezzi di produzione finnica, mentre gli originali sniper finlandesi m/39 su meccanica modello 91/30 sovietica sono anch’essi rarissimi: quelli in circolazione sono in genere falsi penosi creati da qualcuno dotato di fantasia.

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