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NUMERO 27 - 2014

Amarcord


Ho visto per la prima volta l'IWA di Norimberga trent'anni fa: correva l'anno 1984 e la rassegna tedesca delle armi e della caccia si snodava attraverso tre soli padiglioni, l'A, il B e il C. Già allora era una bella fiera, molto ricca e veramente organizzata “alla tedesca”. E già allora l'Italia faceva la sua rispettabile figura, perché – complici le industrie armiere inglesi e francesi in declino – in quegli anni il nostro paese si piazzava regolarmente al terzo posto per numero di espositori, preceduto solo dai padroni di casa e dagli americani.
Oggi l'IWA ha raggiunto quota nove padiglioni e, se consideriamo che i vecchi A e B sono stati accorpati nell'attuale padiglione 1, ciò significa che il loro numero complessivo si è moltiplicato per quasi cinque volte. Un risultato eccezionale, una crescita che si commenta da sola con l'Italia che continua a portare in fiera delle cose bellissime che gli altri ci invidiano e che, per fortuna, ci comprano. Oddio, a volte ci copiano anche.
In questa situazione di crescita generalizzata l'Italia è riuscita a mantenere il passo e, da qualche anno ormai, è diventata il secondo paese per numero di espositori all'IWA, superando gli USA; tutto ciò nonostante il nostro paese sia in crisi perenne e nonostante la forte crescita di Cina e Turchia. Il made in Italy è un giusto orgoglio e vanto che, stranamente, viene glorificato dai media solo quando si parla di moda, di cibi tipici o di vini doc. Mai nessuno ricorda il forte contributo alle esportazioni, e dunque alla crescita Pil, portato dal comparto delle armi, delle munizioni e degli accessori, che non solo non riceve mai le attenzioni che meriterebbe dalle istituzioni, ma addirittura riesce a crescere nonostante le istituzioni e le mille difficoltà che queste sono capaci di creare.
La miglior sintesi della situazione italiana credo l'abbia scritta su Facebook l'amica Giulia Levi: “Pare che i maggiori problemi, in Italia, siano le quote rosa e il David con il fucile americano in mano (a proposito, dio benedica quel pubblicitario)”.
Ci pensi, presidente Renzi, ci pensi.

Paolo Tagini

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