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Direttiva europea sulle armi da fuoco


Schema di decreto legislativo di attuazione della Direttiva europea sulle armi da fuoco

Il governo Gentiloni, nell’approssimarsi a lasciare il campo a un nuovo gabinetto, ci ha fatto dono di questo decreto legislativo, come commiato di una legislatura che, certamente, non sarà ricordata con simpatia da appassionati e possessori di armi per le numerose norme introdotte penalizzanti il tiro, la caccia e il collezionismo. L'ultima parola spetterà al Parlamento

di Biagio Mazzeo

Anche questa volta, le menti ministeriali si sono messe al lavoro di buona lena per partorire un testo in un burocratese stretto, talvolta incomprensibile, zeppo di citazioni di altre leggi, in cui – ancora una volta – l’attuazione della direttiva è, in parte, il pretesto per inserire disposizioni vessatorie, che nulla hanno a che fare con la direttiva, a cui si dovrebbe dare attuazione.
Veniamo ad esporre il dettaglio del provvedimento, limitandoci alle disposizioni che riguardano i detentori di armi, con esclusione di quelle dirette ai fabbricanti. Va tenuto presente che tutte le disposizioni del decreto legislativo entreranno in vigore a partire dal 14 settembre 2018 (art. 15, comma 1).



Modifica dell’art. 35 TULPS – avviso ai familiari conviventi
La consegna del nulla osta all’acquisto delle armi, nonché di quello che consente l’acquisizione, a qualsiasi titolo, della disponibilità di un’arma, è subordinata alla produzione da parte dell’interessato di una dichiarazione sostitutiva [...], con la quale attesta di avere avvisato dell’avvenuto rilascio i familiari conviventi maggiorenni, compreso il convivente more uxorio, indicandone le relative generalità.

Commento:
Tralasciando il fatto che la direttiva europea non prevede affatto una simile norma, viene fatto di domandarsi quale ostacolo possa essere per una persona, realmente decisa a comprare un’arma per sterminare la propria famiglia, quello di presentare una dichiarazione mendace, che lo espone a una sanzione amministrativa risibile e certamente molto meno severa di quella prevista per l’omicidio.

Modifica dell’art. 42 TULPS – avviso ai familiari conviventi
La consegna della licenza di porto d’armi è subordinata alla produzione da parte dell’interessato di una dichiarazione sostitutiva [...] con la quale attesta di avere avvisato dell’avvenuto rilascio i familiari conviventi maggiorenni, compreso il convivente more uxorio, indicandone le relative generalità.
Commento:
Valgono le stesse considerazioni relative alla modifica dell’art. 35.
Aggiungiamo che – almeno per ora – non è affatto previsto che i familiari possano opporsi al rilascio della licenza ma solo che debbano esserne informati.

Modifica dell’art. 38 TULPS – certificato medico periodico per detentori
Viene introdotto l’obbligo a carico dei meri detentori (cioè delle persone che detengono armi denunciate ma non sono in possesso di licenza di porto d’armi) di presentare un certificato medico ogni cinque anni. Attualmente, è prevista la presentazione del certificato ogni sei anni. Probabilmente, la modifica è stata ispirata dalla previsione della direttiva europea della “licenza di detenzione” quinquennale. Viene precisato che il titolare di licenza di porto d’armi è tenuto a presentare il certificato alla scadenza della licenza (e poi, in seguito, ogni cinque anni).
Alla fine del decreto legislativo è stata inserita la seguente disposizione:
L’obbligo di cui all’articolo 38, quarto comma, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, […] è assolto entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto.
Pertanto, la presentazione della certificazione medica deve avvenire entro un anno dall’entrata in vigore del decreto legislativo. In caso di mancata presentazione, il prefetto può emettere il provvedimento di divieto di detenzione armi. Non sono previste altre sanzioni.
Commento:
Non è stata riprodotta la previsione di una preventiva diffida, prevista nell’articolo 6 del decreto legislativo n. 121/2013 (cosiddetto “decreto correttivo”), per cui si deve presumere che la disposizione sia automaticamente efficace, senza alcun preavviso.

Modifica dell’art. 1 della legge n. 110/1975 – armi camuffate
Agli effetti della legge penale sono, altresì, considerate armi tipo guerra le armi da fuoco camuffate di cui all’art. 1 bis, comma 1, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 527.
Commento:
Viene impiegata la norma che vieta le armi tipo guerra, categoria che sarebbe stato più logico eliminare, per ricomprendervi le armi camuffate, che nulla hanno a che vedere né con la guerra né con le armi da guerra ma che sono contemplate tra le armi vietate di cui alla categoria A della direttiva europea.
Osserviamo in proposito che, se si volesse dare seriamente attuazione alla direttiva, basterebbe prevedere nella legge nazionale due sole categorie di armi: vietate e consentite. Il ridicolo attaccamento dei nostri legislatori alla distinzione tra armi comuni, da guerra e tipo guerra, oltre ad essere irrazionale ed inutile, non agevola l’adeguamento della normativa interna a quella comunitaria, che non prevede siffatte categorie.

Modifica delle disposizioni in materia di marcatura delle armi (art. 11 della legge n. 110/1975)
La novità è che si prevede la possibilità di una marcatura ridotta (numero di serie o codice alfanumerico o digitale) per le parti di armi di dimensioni troppo ridotte per essere provviste di marcatura. Si prevede inoltre la possibilità di rottamare le armi danneggiate mediante consegna alle forze armate o ad altri enti sottoposti al controllo del ministero della difesa.

Modifica dell’art. 20, comma 8, della legge n. 110/1975 – misure di custodia delle armi
Viene abrogata la previsione del regolamento di attuazione e si attribuisce direttamente all’autorità di pubblica sicurezza la facoltà di imporre adeguate misure di custodia anche comprendenti sistemi di sicurezza elettronici o di difesa passiva in relazione alle caratteristiche del luogo di detenzione, nonché alla tipologia e al numero delle armi e munizioni detenute.
Commento:
Si attribuisce, in pratica, a ogni commissariato o questura il potere di imporre misure di custodia, anche molto costose e di difficile attuazione (si pensi all’imposizione di inferriate alle finestre a chi abita in affitto e non può toccare i muri), sulla base di un puro apprezzamento discrezionale da parte di un funzionario che – come non di rado avviene – può essere un antiarmi sfegatato, che approfitta del suo potere per scoraggiare le persone a lui soggette dal detenere armi.
Per ricondurre la discrezionalità entro limiti ragionevoli si sarebbero dovuti prevedere criteri ben precisi, legati al numero e alla tipologia di armi detenute, al luogo dove le stesse vengono tenute, prevedendo eventualmente anche l’interlocuzione con associazioni di collezionisti e di tiratori. Ancora una volta, il cittadino viene lasciato solo di fronte a chi esercita un’autorità, senza alcun reale mezzo di tutela rispetto ad eventuali abusi.

Modifiche alla durata delle licenze di porto di fucile per tiro a volo e per caccia
La validità delle licenze di porto di fucile per caccia e tiro a volo viene portata da sei a cinque anni.
Nelle disposizioni transitorie è stato stabilito che le disposizioni riguardanti la durata quinquennale invece che sessennale della licenza si applicano all’atto del rinnovo delle licenze […], rilasciate entro la data di entrata in vigore del [presente] decreto.
Tale disposizione dovrebbe significare che le licenze rilasciate prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo in commento mantengono la loro durata di sei anni e che per tali licenze la durata di cinque anni si applicherà solo dal primo rinnovo.

Divieto di uso di determinate armi per caccia
Si vietano per l’attività venatoria le armi categoria B9 (che sostituisce la B7 nella direttiva).
Commento:
In realtà, non cambia nulla, in quanto il divieto di uso venatorio delle armi categoria B7 era stato già applicato con il decreto legge n. 7/2015. La modifica ora introdotta dipende solo dal fatto che nella nuova direttiva UE le armi somiglianti ad arma automatica sono state spostate dalla categoria B7 alla categoria B9.

Previsione della facoltà di limitare l’acquisto di munizioni nel periodo di validità della licenza di porto d’armi
L’autorità di pubblica sicurezza può apporre nel permesso di porto d’armi e nel nulla osta all’acquisto […] l’indicazione del numero massimo di munizioni di cui è consentito l’acquisto nel periodo di validità del titolo. Sono escluse le cartucce acquistate e consumate nei poligoni delle sezioni dell’Unione italiana tiro a segno.
Commento:
La disposizione esisteva già nel decreto legge n. 306/1992, che però la subordinava all’emissione di un decreto attuativo, che non ha mai visto la luce. Di fatto, tale limitazione era stata già inserita (illegittimamente) nelle licenze di porto d’armi da alcuni prefetti e questori. Il problema è che l’armiere non è in grado di sapere quante munizioni sono state acquistate dal titolare della licenza (che potrebbe essersi servito in precedenza presso altri esercizi). La disposizione, pertanto, è diretta allo stesso titolare della licenza, che deve limitare gli acquisti al numero indicato sulla licenza. Si tenga presente che si tratta di limite di acquisto, non di detenzione, per cui è irrilevante che le cartucce vengano acquistate per la detenzione o per l’immediato utilizzo per il tiro o per la caccia. Non ci pare che, in caso di trasgressione, sia prevista alcuna sanzione, fatta salva la possibilità, da parte dell’autorità preposta, di revocare la licenza in conseguenza dell’inosservanza del limite.
Naturalmente, la disposizione in parola incoraggia i tiratori, a cui è stata applicata la limitazione nella licenza, a rifornirsi di cartucce presso i poligoni TSN, che sono gli unici a poterle vendere per il consumo presso il poligono stesso.

Disposizioni transitorie
Si è già accennato al fatto che la diversa durata delle licenze per arma lunga sarà applicata solo dopo l’entrata in vigore del decreto attuativo e, per ciò che riguarda le licenze precedentemente rilasciate, solo a partire dal primo rinnovo.
Fortunatamente, è stata prevista una disciplina transitoria, che mette al riparo i detentori di armi ora vietate, in base alla nuova direttiva europea, purché tali armi fossero in loro possesso già il 13 giugno 2017 (data di entrata in vigore della nuova direttiva).
Ci riferiamo alle armi e ai caricatori previsti nella categoria A, punti 6 e 7: rispettivamente, armi da fuoco automatiche che sono state trasformate in armi semiautomatiche e armi da fuoco con serbatoio, fisso o amovibile, di capacità superiore al limite stabilito, nonché alle armi di cui alla categoria A, punto 8: le armi da fuoco lunghe semiautomatiche (vale a dire le armi da fuoco originariamente destinate a essere imbracciate) che possono essere ridotte a una lunghezza inferiore a 60 cm senza perdere funzionalità tramite un calcio pieghevole o telescopico ovvero un calcio che può essere rimosso senza l'ausilio di attrezzi; in pratica, fucili con calcio pieghevole, telescopico o amovibile. La disposizione transitoria consente di mantenere in detenzione, in deroga al divieto introdotto dalla direttiva, le armi in questione, vietandone però ogni cessione se non in via ereditaria.
Tra le disposizioni transitorie è stata inserita anche la seguente (che, in realtà, ha carattere permanente):
[…] a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo, l’acquisizione e la detenzione di armi di cui alla categoria A, punti 6 e 7 […] nonché di caricatori per armi da fuoco in grado di contenere un numero di colpi eccedente i limiti consentiti all’art. 2, comma secondo, della legge 18 aprile 1975, n. 110, è consentita ai soli tiratori sportivi iscritti a federazioni sportive di tiro riconosciute dal CONI.
Commento:
Ovviamente, ci fa piacere che le persone già in possesso di armi delle categorie ora vietate possano mantenerne la disponibilità (altrimenti, se ne sarebbe dovuta prevedere la requisizione con equo indennizzo e con conseguente onere economico per l’erario).
Tuttavia, appare incomprensibile la decisione di far decorrere la deroga non dall’entrata in vigore della legge di recepimento ma dall’entrata in vigore della direttiva. Pertanto, tutte le armi rientranti nelle citate categorie, acquistate dopo il 13 giugno 2017 (quando ciò era ancora possibile, mancando il recepimento della direttiva nell’ordinamento interno), non possono essere più detenute legalmente e quindi...
Lasciamo i puntini di sospensione, perché il decreto legislativo non se ne occupa e, di conseguenza, nulla stabilisce in proposito. Verosimilmente, i detentori dovranno disfarsi di tali armi, versandole all’ufficio di pubblica sicurezza più vicino, senza alcun indennizzo, visto che la legge non lo ha previsto.
Quanto alla possibilità di acquistare e di detenere in deroga determinate tipologie di armi (in particolare, quelle demilitarizzate di cui alla cat. A, punto 6), la stessa è subordinata all’iscrizione a una federazione sportiva ufficialmente riconosciuta dal CONI.
In verità, la direttiva prevede una deroga più ampia, perché la collega all’iscrizione a un'organizzazione sportiva di tiro dello Stato membro interessato riconosciuta ufficialmente o a una federazione sportiva internazionale di tiro riconosciuta ufficialmente. Pertanto, la legge nazionale avrebbe potuto estendere l’esenzione anche alle persone iscritte a organizzazioni sportive non aderenti al CONI ma affiliate a una federazione sportiva internazionale, possibilità che, però, il decreto legislativo non ha contemplato.
Comunque, la disposizione europea, così come quella interna di attuazione, riguardante essenzialmente le armi demilitarizzate (originariamente a raffica e poi rese funzionanti solo in semiautomatico) è certamente criticabile: infatti, è assurdo collegare una disposizione di pubblica sicurezza (legale detenzione di una determinata tipologia di armi) alla privata adesione a un’associazione. La posizione di iscritto all’associazione sportiva, infatti, non è legata solo alla volontà del singolo ma dipende dal gradimento dell’associazione, che potrebbe decidere di non rinnovare l’iscrizione, di sospenderla o di espellere (per le più svariate ragioni) un proprio membro. Di conseguenza, il detentore si troverebbe esposto a gravi sanzioni penali per il semplice fatto di avere cessato (anche per cause a lui non riconducibili ed eventualmente senza esserne stato neppure informato) l’appartenenza all’associazione.
In questo caso, cosa succede? l’arma deve essere consegnata? si va incontro a sanzioni?
Anche su questo punto, il decreto legislativo tace e, quindi, non fornisce alcuna indicazione.

Considerazioni finali
Il legislatore italiano ha ormai creato un guazzabuglio quasi inestricabile, con leggi, regolamenti, circolari, che si succedono ormai da anni, senza alcun coordinamento e, talvolta, con disposizioni contraddittorie e irrazionali.
Il cittadino, che vorrebbe semplicemente sapere come fare per essere in regola con la legge, si trova di fronte a un compito arduo, essendo, comunque, inevitabilmente esposto al capriccio del pubblico ufficiale o del giudice, che può valutare negativamente il suo agire, con conseguenze estremamente pregiudizievoli per il suo certificato penale e per le sue licenze in materia di armi.
È evidente che non esiste un disegno coerente (se non, forse, quello di mortificare la passione di tanti sportivi e collezionisti) e che manca la capacità di ricondurre tutte le leggi, che riguardano le armi, a una disciplina unitaria, chiara, di semplice comprensione per il cittadino e di agevole applicazione per uffici di polizia e giudici.
Nel caso del decreto attuativo, appare evidente che il governo abbia voluto gestire le cose “a modo suo”, attuando alcune disposizioni della direttiva UE e non attuandone altre, in alcuni casi prevedendo limiti più restrittivi (caricatori per arma lunga e corta, rispettivamente da 5 e 15 colpi, contro la previsione europea di 10 e 20), mantenendo il divieto per le armi corte semiautomatiche in 9x19, non occupandosi delle armi disattivate, non prevedendo alcuna procedura per la consegna delle armi non più detenibili e così via.
A nostra parziale consolazione, dobbiamo constatare che la direttiva europea ha prodotto guasti anche in altri Stati comunitari, con la conseguenza che la soluzione ai problemi creati debba necessariamente passare attraverso una revisione della direttiva stessa, propugnata da alcuni Stati membri (tra i quali non vi è purtroppo l’Italia).




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