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NUMERO 71 - 2017

Vecchio e nuovo

L'annunciato inserimento nel programma delle Olimpiadi di Parigi 2024 dei videogiochi induce a qualche riflessione, soprattutto se il fatto viene associato ad un altro, cioè l'esclusione già decisa da qualche mese di certe discipline del tiro come per esempio la Pistola Libera. Qualche considerazione sorge spontanea: intanto è assodato che i videogiochi creano dipendenza, al pari di altre attività umane non proprio edificanti. Inoltre qualche anno fa autorevoli studi medici avevano dimostrato che l'abuso di videogiochi può scatenare veri e propri attacchi di epilessia, ma il Comitato olimpico pare non averne tenuto conto: qualcuno monitorerà gli allenamenti degli aspiranti atleti olimpici per controllarne lo stato fisico? La cosa che però ci pare più grave è un'altra: molti videogiochi sono intrisi di violenza. Il giocatore, anche se in modo virtuale, spara contro un nemico per ucciderlo, l'esatto contrario di quanto si insegna in tutte le discipline del tiro nelle quali non si usano mai bersagli con fattezze umane.
E allora? Se qualcuno crede ancora che certi sport siano tali si sbaglia: sono ormai diventati delle forme di spettacolo capaci di coinvolgere l'attenzione e l'interesse della gente, quindi di fare business. I videogiochi assurti al rango di specialità olimpica sono la miglior dimostrazione di questa spiegazione.
In ultimo, non c'è da stupirsi che certe discipline, come la citata Pistola Libera, siano state escluse dai Giochi (in questo caso i videogiochi non hanno colpa): il tiro si è evoluto in forme più divertenti e spettacolari ma le federazioni interessate paiono non essersene accorte. L'atletica leggera, tanto per fare un esempio, mantiene inalterato il suo interesse anche dopo due o tre millenni, senza bisogno di cambiare regole o discipline, perché il fattore umano è preponderante. Non è così nel tiro, perché si usano le armi le quali, come tutte le macchine inventate dall'uomo, si evolvono e consentono di raggiungere nuove possibilità, cosa di cui si deve tenere conto anche nel loro impiego ludico.

Paolo Tagini

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