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La direttiva europea 2017 sulle armi


Caos comunitario

È ormai in dirittura d’arrivo la nuova direttiva europea sulle armi da fuoco, di cui si è tanto parlato da poco più di un anno a questa parte. Il testo è ormai definitivo e si aspetta solo la sua formale promulgazione


di Biagio Mazzeo
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Come già avvenuto nel 2008, non si tratta di una direttiva completamente nuova ma di un provvedimento che aggiunge alcuni articoli per modificare o integrare la direttiva originaria del 1991. Si dovrà, quindi, studiare approfonditamente la direttiva nel testo coordinato, comprensivo delle disposizioni originarie, integrato da aggiunte e modifiche. Non è semplice ricostruire in tutti i dettagli quali potranno essere gli effetti delle nuove disposizioni europee ma è già possibile tratteggiare gli aspetti che maggiormente interessano i lettori detentori di armi, collezionisti, cacciatori o tiratori. Per questa ragione, ci limitiamo ora alle principali novità, riservandoci un’analisi più approfondita in un secondo momento.

COS’È UNA DIRETTIVA COMUNITARIA
Ci pare necessario, anzitutto, rammentare ai lettori cosa sia una direttiva europea. Non si tratta, in realtà, di un provvedimento d’immediata applicazione (quindi non esiste l’immediato obbligo di osservarla per i cittadini dell’Unione) ma di una legge che si rivolge direttamente agli Stati membri, come l’Italia, che devono farne propri i precetti, emanando disposizioni di recepimento e di attuazione.
Pertanto, fino a quando il Parlamento italiano – per quanto ci riguarda – non avrà emanato una legge che la recepisca, la direttiva europea non produrrà alcun effetto ma continueranno ad applicarsi le disposizioni attualmente vigenti.


Quanto appena detto è solo parzialmente rassicurante, dato che la direttiva, una volta entrata in vigore, è cogente per i singoli Stati membri nel senso che gli Stati membri, come il nostro, sono obbligati a recepirla con provvedimenti di legge interni e questo deve avvenire in un ragionevole lasso di tempo. C’è da dire che, però, l’Italia non ha ancora recepito in modo integrale le regole previste dalla prima direttiva del 1991 neppure dopo l’entrata in vigore – quasi vent’anni dopo – della direttiva del 2008. Sono rimaste, infatti, numerose e importanti disarmonie tra la legislazione interna e quelle comunitaria, come ad esempio la sopravvivenza della distinzione tra armi da guerra e armi comuni, mentre il diritto comunitario prevede solo armi vietate e armi consentite; se si fossero recepite completamente le regole europee, poi, non si parlerebbe più di armi da sparo ma solo di armi da fuoco (la normativa europea, infatti, si è occupata sin dal 1991, esclusivamente di queste ultime); inoltre, nel nostro Paese non esistono armi soggette a dichiarazione perché l’acquisizione di qualsiasi arma richiede un’autorizzazione (armi soggette ad autorizzazione).
A ben vedere, una delle peculiarità del regime italiano è proprio quella di avere mantenuto disposizioni identiche per le armi da fuoco, per le armi da sparo non da fuoco (per esempio, ad aria compressa) e, sotto certi aspetti, anche per le armi proprie non da sparo (per esempio, le armi bianche).
Ovviamente, la direttiva tiene conto e cerca di armonizzare legislazioni che, in materia di armi, sono realmente molto diverse tra gli Stati membri. Questo è particolarmente evidente per l’Italia, che, sostanzialmente, ha mantenuto un assetto normativo per nulla armonico rispetto alla volontà del legislatore comunitario.

RAGIONI DELLA NUOVA DIRETTIVA
Detto questo, dobbiamo ancora brevemente rammentare ai lettori quale sia la ragione di questo nuovo intervento del legislatore europeo. Come è noto, la nuova direttiva è stata la risposta dell’Unione europea agli attentati terroristici avvenuti a Parigi e Bruxelles nel 2015. Sulla base di alcune informazioni, dalle quali emergeva l’utilizzo da parte di terroristi di armi vendute come disattivate e successivamente riattivate, le istituzioni europee hanno voluto dare un giro di vite in materia di armi disattivate e – già che c’erano – anche di armi a salve. Come ciliegina sulla torta, l’Unione ha voluto porre restrizioni molto severe sulle armi ex militari, vale a dire su quelle trasformate da funzionamento automatico a funzionamento semiautomatico (armi cd demilitarizzate); questo, verosimilmente, sul presupposto, tecnicamente errato (ovviamente, se l’operazione è fatta in modo corretto), che le armi automatiche trasformate in semiautomatiche potessero essere riportate al funzionamento automatico con interventi tecnici molto semplici e alla portata di qualunque utilizzatore...
Evidentemente, i legislatori europei sono stati male informati sulla possibilità di trasformare un’arma semiautomatica in arma a raffica o un’arma disattivata in arma vera. Gli esperti in materia sanno bene che è più facile realizzare uno strumento micidiale partendo da oggetti di uso comune piuttosto che tentare di ripristinare un’arma disattivata correttamente (lo stesso vale per il ripristino del funzionamento a raffica su un’arma correttamente demilitarizzata). La trasformazione richiede, infatti, l’uso di attrezzi e di competenze tecniche non alla portata di tutti; ma chi ne dispone può benissimo creare un’arma da fuoco più o meno rudimentale partendo da materiali qualsiasi, come tubi da idraulico, tondini metallici, parti di arma non essenziali (di libera vendita, come le calciature o le impugnature).
Difatti, su Internet e, in particolare, su YouTube vi è tutto un fiorire di filmati che mostrano come costruire un’arma da fuoco in casa, anche con attrezzi e materiali alla portata di chiunque. Ovviamente, è illegale fabbricare armi in casa ma, prendendo a prestito le parole di Cesare Beccaria, “coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravenzioni”.

CATEGORIA A
Cominciamo ora ad occuparci delle novità di maggiore impatto, evitando di seguire l’ordine degli articoli e, anzi, partendo dalla fine, cioè dall’Allegato I della direttiva.
Dalla lettura dell’allegato, infatti, possiamo constatare che nella categoria A, quella delle armi proibite, sono state aggiunte le seguenti tipologie di armi::
Le armi da fuoco automatiche trasformate in armi semiautomatiche;
Le armi da fuoco lunghe semiautomatiche che possono essere ridotte a lunghezza inferiore a cm 60 mediante calcio pieghevole o telescopico oppure mediante una calciatura rimovibile senza attrezzi;
Ogni arma originariamente facente parte della categoria A, anche se trasformata per sparare a salve o per sparare sostanze irritanti, pirotecniche etc.
Le armi corte con caricatori maggiori di 20 colpi e quelle lunghe con caricatori maggiori di 10 colpi.
Fermiamoci un attimo a riflettere su cosa cambierà a seguito della modifica della categoria A.
In precedenza, questa categoria contemplava solamente le armi automatiche, quelle camuffate da altri oggetti e talune categorie di munizioni (come, ad esempio, quelle ad espansione).
Sicuramente, non si faceva riferimento al numero di colpi contenuti nel serbatoio fisso o nel caricatore amovibile (in molti Stati membri non c’erano limiti di capacità di serbatoi e caricatori e così è stato anche in Italia, sia pure per una breve stagione). Meno che mai si faceva riferimento alle armi a salve o a quelle semiautomatiche somiglianti ad armi automatiche. E ancora nulla si diceva circa la lunghezza dell’arma.
Per effetto dell’inserimento di queste ulteriori sottocategorie di armi, lo Stato italiano dovrà inserire tra le armi proibite (categoria che nella legge nazionale non esiste anche se coincide, almeno in parte, con la categoria delle armi da guerra) anche le armi automatiche trasformate in armi semiautomatiche (armi demilitarizzate), disattivate o trasformate a salve (sia pure con determinate eccezioni, che esporremo più avanti); le armi semiautomatiche con calciolo pieghevole o comunque rimovibile, che, con calciolo ripiegato o rimosso, misurano meno di cm 60.
Non sono state collocate, invece, nell’allegato A (armi vietate) – come si temeva – le armi semiautomatiche somiglianti ad armi automatiche (già B7), che compaiono ora al punto 9 della categoria B del medesimo allegato. Tali armi, dunque, non sono vietate, purché non incorrano nelle previsioni dei punti 6, 7 o 8 della categoria A.
Che cosa vuol dire? A seguito del compromesso raggiunto a livello politico, la proposta iniziale di vietare in modo assoluto le armi somiglianti ad armi automatiche, già sottocategoria B7 (cd. Black Rifle) è stata edulcorata, con la conseguenza che esse sono ora vietate solo se, alternativamente, si tratta di armi automatiche trasformate in semiautomatiche oppure si tratta di armi dotate di serbatoio o di caricatore di capacità superiore al limite di colpi adottato (20 per le armi corte, 10 per le lunghe) o, ancora, se sono dotate di calciatura mobile o rimovibile che ne porta la lunghezza a meno di cm 60. È sufficiente la presenza di uno solo dei tre requisiti sopra indicati per far passare l’arma dalla categoria B (armi soggette ad autorizzazione) alla A (armi vietate).
Pertanto, potranno continuare ad essere acquistate, detenute e usate dai privati cittadini dell’Unione le armi somiglianti ad armi automatiche, ora contraddistinte dalla categoria B9, purché si tratti di armi semiautomatiche native, vale a dire uscite di fabbrica con il solo funzionamento semiautomatico e non trasformate successivamente, mentre non sarà più possibile l’acquisto e la detenzione di armi semiautomatiche (indipendentemente dalla somiglianza) originariamente funzionanti in automatico e successivamente trasformate per funzionare solo in modalità semiautomatica (armi demilitarizzate).
In ogni caso, anche le armi consentite non dovranno avere serbatoi fissi né montare caricatori di capacità superiore ai nuovi limiti imposti dalla direttiva (altrimenti, per questo solo fatto ricadono nelle armi vietate). In relazione a questa tipologia di armi è stata prevista, però, una limitata deroga. Infatti, in base al nuovo articolo 6 della direttiva, gli Stati nazionali potranno stabilire deroghe per le armi dei punti 6 e 7 della categoria A (armi automatiche ridotte a funzionamento semiautomatico, armi con caricatori di capacità maggiore del limite di 20 o di 10 secondo se siano corte o lunghe, escluse quindi quelle con calciolo pieghevole) ma solo a favore di persone che dimostrino di svolgere attività di tiro sportivo, che siano anche iscritte ad un’associazione sportiva, a condizione ancora che l’arma in questione sia “conforme alle specifiche richieste per una disciplina di tiro riconosciuta da una federazione sportiva internazionale di tiro riconosciuta ufficialmente”.
Si tratta di una deroga probabilmente di scarsa utilità (e che, comunque, potrebbe non essere recepita in Italia), perché legata alla pratica sportiva attiva; con la conseguenza che, venendo meno le condizioni previste (per esempio, se il detentore smette di essere iscritto a una determinata associazione sportiva) le armi non possono più essere detenute e devono essere cedute o consegnate all’autorità.
Un'ulteriore deroga è prevista a favore delle persone che già detenevano le armi ora passate nella categoria A: “gli Stati membri possono decidere di confermare, rinnovare o prorogare le autorizzazioni per le armi semiautomatiche di cui ai punti 6, 7 o 8 della categoria A per le armi da fuoco che rientravano nella categoria B e legalmente acquisite e registrate prima del ... [data di entrata in vigore della presente direttiva modificativa]”.
Quanto precede dovrebbe consentire al legislatore italiano di fare salvi gli acquisti precedenti l’entrata in vigore della direttiva. Ovviamente, è una facoltà ma non un obbligo, per cui occorre vigilare affinché la futura legge nazionale d’attuazione della nuova direttiva contenga anche questa deroga, espressamente consentita dalla direttiva agli Stati membri.

MODIFICHE ALLA CATEGORIA B

Nella categoria B è stata introdotta la seguente voce:
“Qualsiasi arma da fuoco classificata in questa categoria, che sia stata trasformata in arma per sparare colpi a salve, sostanza irritante, altra sostanza attiva oppure munizioni pirotecniche o trasformata in arma da saluto o acustica [Cat. B8]”.
Con questa nuova sottocategoria si prevede che anche gli strumenti a salve debbano essere assoggettati alla stessa disciplina prevista per le armi vere, se realizzate mediante trasformazione di armi vere. Nulla cambia, invece, per gli strumenti a salve che non derivano da armi vere.
Le classificazioni della direttiva non coincidono esattamente con quelle contemplate dalla legge italiana, che fa riferimento solo alle armi per uso scenico, che sono per l’appunto armi vere trasformate a salve per essere utilizzate nella finzione cinematografica, televisiva o teatrale (dove, per ovvie ragioni, non si possono usare strumenti a salve di libera vendita, che sarebbero facilmente riconoscibili come tali).
La legge italiana, invece, non prevede la possibilità di trasformare legalmente un’arma vera in arma non letale (per esempio, per spruzzare liquidi irritanti) né in armi per lanciare artifici pirotecnici (cosiddette lanciarazzi), perciò nulla cambierà sotto questo profilo per cittadini e residenti in Italia.
Questa novità andrà certamente ad impattare su una materia recentemente regolamentata dal legislatore italiano, che però non si era mai spinto a regolare le armi per uso scenico con disposizioni identiche a quelle previste per le armi vere. In pratica, queste armi dovranno essere acquistate con un’autorizzazione (la legge italiana di attuazione della direttiva potrebbe estendere ad esse la necessità di munirsi di licenza di porto d’armi o di nulla osta per il loro acquisto) e dovranno essere denunciate all’autorità di pubblica sicurezza. Non è detto che la legge di recepimento si spinga ad estendere a tali strumenti le norme in materia di porto e trasporto (arriveremmo all’assurdo che gli attori, quando girano una scena in luogo pubblico, dovrebbero essere tutti muniti di licenza di porto d’armi) ma, comunque, anche sotto questo aspetto, per sapere esattamente come regolarci dobbiamo aspettare la legge di recepimento.

AUTORIZZAZIONE ALLA DETENZIONE DI ARMI

La nuova direttiva introduce poi l’autorizzazione alla detenzione di armi.
L’esistenza di questo tipo di autorizzazione era già implicita nella direttiva vigente fino ad oggi, perché le armi della categoria B sono, per l’appunto, quelle soggette ad autorizzazione.
Di questa particolare categoria noi italiani ci eravamo poco occupati, perché la legge nazionale già prevede che l’acquisizione di un’arma sia possibile solo mediante autorizzazione (licenza di porto d’armi o nulla osta all’acquisto), mentre nel nostro diritto interno non esistono le armi soggette a dichiarazione (che, cioè, si possono acquistare senza alcuna autorizzazione ma che, poi, devono essere denunciate o registrate presso le autorità). Questo valeva fino a ieri. Oggi, con la nuova direttiva, le cose potrebbero cambiare!
Vediamo cosa prevedono le nuove disposizioni.
“Fatto salvo l'articolo 3, gli Stati membri consentono l'acquisizione e la detenzione di armi da fuoco solo alle persone in possesso della licenza o, per quanto riguarda le armi da fuoco di cui alla categoria C, che siano specificamente autorizzate ad acquisire e detenere tali armi da fuoco conformemente al diritto nazionale” [art. 4 bis].
Con questo articolo l’Unione Europea impone agli Stati membri di prevedere una specifica autorizzazione all’acquisto e alla detenzione (anche se solo per la categoria B, ma in l’Italia questo finirà per valere, in pratica, per tutte le armi, quantomeno per quelle da sparo). Sino ad oggi, la legge italiana prevedeva la necessità di un’autorizzazione per l’acquisto ma non per la detenzione. È vero che, con recenti provvedimenti, è stata imposta ai detentori la presentazione periodica di un certificato medico ma non si era mai parlato di una vera e propria autorizzazione a detenere armi.
Si tratta di una mutazione – non solo terminologica – molto importante, perché, dopo l’effettivo recepimento della nuova direttiva, chi acquista un’arma da fuoco dovrà essere consapevole che il suo diritto di detenere l’arma permane solo finché rimane valida l’autorizzazione, scaduta o revocata la quale, dovrà necessariamente cederla o, addirittura, consegnarla all’autorità per la rottamazione. Questo, almeno, è quanto c’impone l’Unione Europea.
La direttiva prevede anche la necessità di verifiche periodiche della permanenza dei requisiti psicofisici e di affidabilità:
“Gli Stati membri devono porre in essere un sistema di monitoraggio, che possono attivare su base continua o non continua, inteso a garantire il rispetto delle condizioni di autorizzazione stabilite dal diritto nazionale per tutta la durata dell'autorizzazione nonché la valutazione delle informazioni mediche e psicologiche pertinenti. Le disposizioni specifiche sono stabilite in conformità del diritto nazionale. Qualora le condizioni relative all’autorizzazione non siano più rispettate, gli Stati membri ritirano la rispettiva autorizzazione [articolo 5, par. 2] che è più o meno quello che si verifica oggi, quando una persona deve rinnovare una licenza di porto d’armi.
Come vedremo, oltre al venir meno dei requisiti soggettivi, un’altra causa di revoca dell’autorizzazione è costituita dal fatto di essere colto in possesso di caricatori di capacità superiore al limite fissato dalla direttiva stessa.

REVOCA DELL’AUTORIZZAZIONE ALLA DETENZIONE

“Gli Stati membri provvedono affinché un'autorizzazione ad acquisire e un'autorizzazione a detenere un'arma da fuoco rientrante nella categoria B sia revocata qualora la persona cui era stata concessa risulti essere in possesso di un caricatore idoneo a essere montato su armi da fuoco semiautomatiche o su armi da fuoco a ripetizione: a) che possano contenere più di 20 colpi; o b) nel caso delle armi da fuoco lunghe, che possano contenere più di 10 colpi, a meno che a detta persona non sia stata concessa un'autorizzazione a norma dell'articolo 6 o un’autorizzazione che sia stata confermata, rinnovata o prorogata a norma dell'articolo 7, paragrafo 4 bis. Gli Stati membri provvedono affinché un'autorizzazione ad acquisire e un'autorizzazione a detenere un'arma da fuoco rientrante nella categoria B sia revocata qualora la persona cui era stata concessa risulti essere in possesso di un caricatore idoneo a essere montato su armi da fuoco semiautomatiche o su armi da fuoco a ripetizione: a) che possano contenere più di 20 colpi; o b) nel caso delle armi da fuoco lunghe, che possano contenere più di 10 colpi, a meno che a detta persona non sia stata concessa un'autorizzazione a norma dell'articolo 6 o un’autorizzazione che sia stata confermata, rinnovata o prorogata a norma dell'articolo 7, paragrafo 4 bis” [art. 5, par. 3].
Questa disposizione (estremamente ampollosa) stabilisce, semplicemente, che il detentore di un’arma di categoria B trovato in possesso di un caricatore di tipo vietato (più di 20 colpi per arma corta o di 10 per arma lunga) o di un’arma lunga con calciolo pieghevole o rimovibile, si vedrà revocare l’autorizzazione e potrà dare addio alle armi, nel senso che dovrà cederle o che gli verranno requisite.
Si tratta di conseguenze abnormi rispetto, per esempio, a quanto previsto attualmente dalla legislazione italiana: infatti, oggi la detenzione di caricatori di capacità maggiore dei limiti posti dalla legge nazionale è punita come contravvenzione ma non comporta automaticamente la revoca di licenze o la requisizione delle armi, sebbene ciò possa accadere per effetto di valutazioni discrezionali dell’autorità di pubblica sicurezza.

DISPOSIZIONI TRANSITORIE
“Gli Stati membri adottano norme per assicurare che coloro che sono in possesso di autorizzazione ai sensi della legislazione nazionale alla detenzione di armi da fuoco della categoria B, al momento dell'entrata in vigore della presente direttiva non abbiano bisogno di richiedere una licenza o un permesso per le armi da fuoco delle categorie C o D da essi detenute, a motivo dell'entrata in vigore della presente direttiva. Tuttavia, qualsiasi successivo trasferimento di armi delle categorie C o D è soggetto all'ottenimento o al possesso di una licenza da parte del cessionario o ad una specifica autorizzazione per la loro detenzione in conformità del diritto nazionale [art. 7, par. 3 ter].
A quanto è dato comprendere, questa norma è a tutela di coloro che detenevano armi passate dalla categoria C o D alla B in conseguenza della nuova direttiva, che, se già in possesso di autorizzazione per detenere armi di categoria B, non devono munirsi di nuova autorizzazione.
Non dovrebbe avere alcun effetto sulla nostra legislazione nazionale.

I CARICATORI
Altre modifiche di rilievo riguardano, come già accennato, la capacità dei serbatoi e dei caricatori. Sino ad oggi, la normativa europea non se ne era occupata. Oggi dobbiamo prendere atto della decisione europea, in forza della quale i caricatori possono contenere un massimo di 20 cartucce per le armi corte e di 10 per le armi lunghe.
Come si può constatare, si tratta di limite diversi e più permissivi rispetto a quelli adottati dal legislatore italiano (rispettivamente, 15 e 5). Si può sperare, allora, che il legislatore italiano voglia adottare questi nuovi limiti ma non è obbligato a farlo, dato che la direttiva fa sempre salvi limiti più restrittivi (questo vuol dire che sono possibili adattamenti in senso restrittivo e non il contrario).
Come già accennato, l’allegato alla direttiva contiene ora un riferimento ben preciso ai caricatori per armi, stabilendo che rientrano nella categoria A (armi vietate):
“Ciascuna delle seguenti armi da fuoco semiautomatiche, a percussione centrale:
a) le armi da fuoco corte che consentono di sparare più di 21 colpi senza ricaricare, se:
i) vi è inserito un serbatoio che può contenere più di 20 cartucce
ii) vi è innestato un caricatore staccabile che può contenere più di 20 cartucce,
b) le armi da fuoco lunghe che consentono di sparare più di 11 colpi senza ricaricare,
se:
i) vi è inserito un serbatoio che può contenere più di 10 cartucce è parte dell'arma
da fuoco o
ii) vi è innestato un caricatore staccabile che può contenere più di 10 cartucce [cat. A7].
La direttiva non ha scelto la via più semplice: vietare semplicemente i caricatori maggiorati. In modo del tutto irrazionale ha preferito vietare le armi che li montano.
Ora, è chiaro che un’arma può essere munita di un serbatoio fisso (interno od esterno, non importa); in questo caso, la capacità dell’arma non è modificabile se non con interventi tecnici non sempre possibili e comunque non semplici (non basta inserire uno spessore o una falsa cartuccia, bisogna fare in modo che la riduzione di colpi sia permanente).
Nel caso di di armi che utilizzano caricatori, cioè di serbatoi amovibili, è evidente che la capacità dell’arma può essere variata semplicemente sostituendo il caricatore. Pertanto, la stessa arma (tenendo conto della cartuccia in camera) potrà avere una capacità di sei colpi, se monta un caricatore da cinque colpi e di trentuno colpi se ne monta uno da trenta.
È probabile che i legislatori europei si siano resi conto che vietare i caricatori – per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo esporre – sarebbe stato praticamente impossibile, sicché hanno preferito stabilire una norma che vieta di utilizzarli. Ne consegue, che gli Stati membri potranno prevedere la libera circolazione di caricatori ma dovranno sanzionare il loro uso sulle armi.
Si spiega così la già citata previsione di una specifica causa di revoca dell’autorizzazione a detenere armi nel caso in cui il detentore sia trovato in possesso di un caricatore di capacità maggiore, rispettivamente di 20 colpi per arma corta e di 10 per arma lunga.
In sostanza, gli Stati membri dovranno prevedere almeno la revoca dell’autorizzazione a detenere armi come sanzione per la detenzione di tali caricatori, oltre alle sanzioni penali per la detenzione di arma di tipo vietato, qualora il caricatore sia stato effettivamente montato sull’arma.
Peraltro, come già accennato, in Italia la detenzione di caricatori di capacità superiore al limite di legge è già punita come reato (e, com’è noto, i limiti interni sono più restrittivi, rispettivamente 15 e 5 colpi).
Staremo a vedere se, in sede di recepimento, sarà adottata una disposizione più permissiva di quella attuale, nel senso che non sarà più reato detenere caricatori maggiorati ma si potrà andare incontro alla revoca dell’autorizzazione alla detenzione (e/o della licenza di porto d’armi) o se, invece, sarà mantenuta la sanzione penale ed aggiunta anche la revoca della licenza.

CONCLUSIONI
Evidentemente non è possibile accennare a tutte le novità grandi e piccole della nuova direttiva, che si occupa anche della marcatura delle armi, della tracciabilità delle munizioni, della circolazione delle armi in ambito comunitario, del rafforzamento dei controlli nei confini esterni dell’Unione e di altro ancora. Cercheremo di ritornare sull’argomento, affrontando singoli argomenti.
Per ora, ribadendo che gli effetti della direttiva si verificheranno solamente, per quello che ci riguarda, dopo il suo recepimento con legge dello Stato italiano, possiamo solo osservare che le nuove disposizioni saranno probabilmente meno negative rispetto a quanto si immaginava in base alla proposta originaria, di cui ci eravamo occupati su questa rivista (v. A&B n. 55/2016).
Appare, però, inevitabile un ulteriore giro di vite sui cittadini per bene, che detengono armi.
L’effetto forse più rilevante è quello che riguarda le armi, che noi chiamiamo demilitarizzate. Si tratta normalmente di fucili d’assalto, costruiti quindi per sparare a raffica, che, prima di essere immessi sul mercato civile, sono stati sottoposti a modifiche tecniche, finalizzate a rimuovere la funzione automatica e consentire solamente il tiro semiautomatico.
La legge italiana prevedeva che tali modifiche fossero approvate dalla commissione consultiva per il controllo delle armi (oggi tale compito è affidato al Banco di prova di Gardone Valtrompia), in modo da garantirne l’irreversibilità. Una volta catalogate (oggi verificate) tali armi sono equiparate in tutto e per tutto alle armi comuni da sparo, assoggettate quindi alle stesse norme per acquisto, detenzione, porto, previste per le armi direttamente prodotte per il mercato civile. Dopo l’attuazione della direttiva, queste armi saranno classificate come armi vietate, cioè non più vendibili ai privati cittadini... È possibile che il legislatore italiano possa prevedere una deroga per le armi già in possesso di privati ma non ci sono certezze in proposito. In ogni caso, come già avvenuto per le armi dotate di serbatoio o di caricatore di capacità superiore al limite introdotto, è possibile che ne sarà vietata la cessione a privati da parte del detentore.
Quello che è certo è che verrà sferrato un colpo mortale a quelle aziende che, negli anni, si erano specializzate nella trasformazioni di armi di stock militari da immettere, dopo la trasformazione in armi semiautomatiche, nel mercato civile. Questo non solo in Italia ma in tutta l’Unione Europea. Visto che moltissime di queste aziende sono italiane, appare evidente che i parlamentari europei del nostro Paese non sono risusciti a tutelare questa rilevante branca dell’economia nazionale.
Se ne avvantaggeranno certamente le aziende che producono armi nuove, molte delle quali straniere.

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