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Scomode verità

La perizia balistica nelle indagini preliminari e nel processo penale


Purtroppo la perizia balistica sembra spesso la cenerentola tra le attività tecniche che si svolgono nel processo penale, dato che molti giudici e avvocati ne trascurano o ne sottovalutano l'importanza

di Biagio Mazzeo

Una delle ragioni della sottovalutazione della perizia balistica è rappresentata dall’erronea opinione secondo cui gli organi di polizia giudiziaria o delle forze armate (non parliamo dei reparti tecnici specializzati) abbiano tutti, in quanto tali, un’adeguata competenza in materia di armi e di balistica e che, quindi, per le valutazioni tecniche in materia di armi sia sufficiente basarsi sulle informazioni contenute nelle comunicazioni di reato. Si tratta con ogni evidenza di un pregiudizio, per giunta errato, almeno nella maggior parte dei casi! Basterebbe pensare che gli appartenenti alla polizia giudiziaria debbono certamente conoscere la legge ma anche avere rudimenti di pronto soccorso, conoscere anche il funzionamento di apparecchiature elettroniche; non per questo possono essere considerati esperti di diritto, di medicina o di informatica. Ovviamente, quanto precede non vale per i tecnici, appartenenti agli organi di polizia, che hanno conseguito un'adeguata formazione specifica nel campo balistico (RIS, Polizia Scientifica).
Nella mia personale esperienza di magistrato, mi è capitato di leggere un rapporto dei carabinieri in cui veniva descritta una cartuccia, della quale venivano indicate esclusivamente le misure, per poi concludere, come conseguenza automatica della misurazione, che doveva trattarsi di munizione da guerra.
Purtroppo, molte ingiustizie vengono involontariamente perpetrate da zelanti e scarsamente competenti operatori di polizia giudiziaria i quali, senza averne alcun titolo, si arrogano il diritto di identificare e qualificare manufatti da loro rinvenuti o sequestrati, sia che si tratti di armi, di parti di armi, di munizioni, di armi da guerra (vere o presunte), senza valutare in modo adeguato lo stato di efficienza di tali manufatti e se realmente essi possono essere qualificati nel modo da loro superficialmente affermato.
Nella pratica giudiziaria succede spesso che vengano contestati reati del tutto inesistenti in concreto; ad esempio, è molto frequente che venga contestato il reato di detenzione di arma clandestina, in relazione ad armi effettivamente prive del numero di matricola ma senza considerare che, in base alla legge n. 110/1975, la presenza della matricola è richiesta solo per le armi prodotte successivamente al 1920, sicché quelle prodotte prima di quella data (anche se troppo “recenti” per essere considerate antiche) possono legittimamente essere prive del numero di matricola, senza che questo determini a carico del detentore alcuna ipotesi di reato.
Potrei fare molti altri esempi. Spesso capita che vengano qualificate come armi manufatti del tutto inidonei e inefficienti (come vecchi revolver totalmente arrugginiti e assolutamente non riparabili). È altresì molto frequente il rinvenimento e il sequestro di armi giocattolo o armi a salve, prive del tappo rosso prescritto dalla legge, senza però accertare se si tratta di uno strumento modificato e quindi trasformato in arma comune, cosa che avviene con maggiore frequenza di quanto non si creda (in questo caso, è il detentore a giovarsi della superficialità degli operatori di polizia).


Molta responsabilità per questa trascuratezza nell’esaminare i reperti concernenti armi deve essere attribuita ai magistrati, sia a quelli che svolgono funzioni di pubblico ministero sia a quelli che svolgono funzioni di giudice. Infatti, in molti casi, essi si contentano di quanto scritto nel rapporto della polizia giudiziaria, senza sentire alcun bisogno di approfondire gli aspetti tecnici relativi alle armi (descrizione e valutazione tecnica dei singoli reperti, comparazione) e alla ricostruzione balistica di un evento (per accertare, ad esempio, quale arma abbia sparato, quali siano stati gli effetti dei colpi sparati e, in generale, per ricostruire la scena del crimine).
Tali accertamenti, che rientrano nella competenza tecnica del consulente e del perito balistico, vengono con molta frequenza omessi, sia perché il magistrato ritiene sufficiente riferirsi a quanto accertato dagli organi di polizia giudiziaria ed, eventualmente, al verbale di sopralluogo della polizia scientifica (che contiene semplicemente un resoconto di quanto constatato sul posto e il repertamento di bossoli, proiettili e altre tracce, nella maggior parte dei casi senza alcuna valutazione di natura balistica) sia perché si pensa che la consulenza o perizia richiederebbe troppo tempo, preferendo così portare a giudizio le persone sottoposte a indagine sulla sola base degli atti già presenti nel fascicolo.
Senza nulla togliere all'ottimo livello di preparazione degli ufficiali di polizia giudiziaria che svolgono questi accertamenti, è innegabile che l'attività di indagine da loro svolta non può sostituire l'indagine tecnico-balistica (da affidare a soggetti di provata competenza), che ha finalità diverse rispetto all’attività di polizia giudiziaria.
Ovviamene gli accertamenti di cui parliamo possono essere svolti, con ottimi risultati, anche dagli organi tecnici delle forze di polizia (Polizia Scientifica, RIS), i quali però sono spesso oberati da carichi di lavoro eccessivi, tali da non consentire una risposta alle richieste dei magistrati negli stretti termini previsti per lo svolgimento delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare. Per questa ragione, spesso occorre incaricare esperti liberi professionisti, tra quelli di provata esperienza e competenza.

Ruolo del perito balistico nel processo penale e nelle indagini preliminari
Occorre a questo punto dare alcune indicazioni di natura tecnico-procedurale in merito al ruolo svolto dall'esperto (consulente/perito) nel processo nelle indagini penali.
Il codice di procedura penale attualmente vigente ha distinto nettamente le due figure: quella del consulente tecnico e quella del perito. La prima corrisponde all'esperto che viene nominato da una delle parti del processo, sia dalla parte pubblica (vale a dire, dal pubblico ministero) sia dalle parti private, che possono essere la persona sottoposta ad indagini, l’imputato, la persona offesa, la parte civile.
Si chiama “perito”, invece, il tecnico esperto, che viene nominato dal giudice. Siamo sempre in presenza di un perito e quindi di una “perizia”, quando è stato il giudice a nominarlo, a prescindere che si tratti di giudice per le indagini preliminari, di giudice monocratico o di giudice collegiale. Anche la corte d’appello, in determinati casi, può nominare periti; l'unico organo giudiziario che non ha questo potere è la Corte di Cassazione, che – com'è noto – non può entrare nel merito dei fatti ma deve semplicemente valutare (sotto il profilo della corretta applicazione della legge e della coerenza della motivazione) la correttezza dell'operato dei giudici pronunciatisi in primo o in secondo grado.
La consulenza tecnica, invece, viene disposta dal pubblico ministero, nella fase iniziale delle indagini preliminari. Lo scopo del pubblico ministero è, anzitutto, quello di farsi fornire dal consulente elementi di conoscenza tecnica, al fine di decidere se procedere (e quindi proporre una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti delle persone sottoposte a indagine) oppure se richiedere l’archiviazione del fascicolo. Tuttavia l'attività di consulenza, svolta nelle indagini preliminari per conto del pubblico ministero, può essere utile anche nel giudizio dibattimentale, dove il consulente può essere citato a comparire, per esporre oralmente e nel contraddittorio delle parti i risultati dei suoi accertamenti, con conseguente deposito agli atti del processo della sua relazione tecnica scritta.
Se l'attività di consulenza balistica ha natura “irripetibile” (per esempio, nel caso in cui determinati materiali esplodenti debbano essere fatti brillare per verificarne lo stato di efficienza), il pubblico ministero può ricorrere allo strumento previsto dall'articolo 360 del codice di procedura penale, consentendo così la partecipazione anche delle altre parti private interessate all'attività, che il consulente da lui nominato si accinge a svolgere.
Se la consulenza viene svolta nelle forme ordinarie (quindi non come consulenza irripetibile), lo strumento della consulenza è molto snello e informale. Normalmente, il magistrato convoca il consulente presso di sé, anche telefonicamente, gli illustra l'incarico, ponendogli specifici quesiti e dando atto di tutto in un verbale; di regola gli affida anche, materialmente, i reperti necessari per lo svolgimento degli accertamenti balistici, dandone atto nel verbale.
In teoria la consulenza può essere svolta anche oralmente davanti al magistrato che, in tal caso, deve riassumere nel verbale sia gli accertamenti svolti sia le valutazioni del consulente. Tuttavia, nella pratica è molto più frequente che la consulenza o perizia venga redatta per iscritto, dopo l'esecuzione di tutti gli accertamenti necessari. In questo caso, nel verbale di conferimento dell'incarico, viene indicato un termine, prorogabile, entro il quale il consulente o perito deve depositare l'elaborato tecnico.
Siccome spesso i reperti sono costituiti da armi, munizioni, materiale esplodenti, armi da guerra, va da sé che il consulente deve essere autorizzato a svolgere tali accertamenti trasportando e trasferendo presso il proprio laboratorio i reperti ed effettuando all'occorrenza anche prove di sparo. Pur non esistendo una norma specifica che autorizza i consulenti a compiere atti, che di per sé sarebbero reato (per esempio, porto di arma da guerra), non c’è dubbio che l’operato del consulente o perito è del tutto legittimo: ciò deriva dalla norma generale dell'articolo 51 del codice penale, in base alla quale: “l'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere, imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità”. Infatti, l'incarico affidato dal magistrato al consulente balistico costituisce un “ordine legittimo dell'autorità”, la cui esecuzione è doverosa oltre che legittima da parte dell’esperto incaricato.

Svolgimento della consulenza o della perizia
Come già detto, se l'esperto balistico viene nominato dal giudice, si tratta di perizia balistica. L'affidamento di un incarico peritale costituisce un atto discrezionale del giudice, che peraltro può essere sollecitato da una o più parti. Ad esempio, nel corso del dibattimento il difensore dell'imputato può sollecitare il giudice a nominare un perito per riesaminare gli aspetti tecnici, già oggetto di una consulenza disposta dal pubblico ministero, di cui non condivida le conclusioni.
Quando l'esperto balistico viene nominato perito, egli – come ogni perito – deve anzitutto recitare la formula, con la quale s’impegna a operare nell’interesse della giustizia e a mantenere il segreto sugli atti di cui viene a conoscenza. Successivamente, egli deve svolgere gli accertamenti nel contraddittorio delle parti; questo significa che, sin dal momento in cui accetta l'incarico o in un momento successivo, deve indicare il luogo la data e l'ora in cui inizieranno le attività peritali, avvisando preventivamente le parti anche di ogni successiva attività per consentire loro di partecipare a ogni fase delle attività tecniche ritenute necessarie dal perito medesimo.
Le parti (pubblico ministero, imputato, parte civile) hanno facoltà di nominare propri consulenti tecnici, che hanno diritto a partecipare alle varie fasi della perizia (sopralluogo, esame dei reperti, esperimenti, prove di sparo, esami chimici o di altra natura). Come già accennato, il perito è, dunque, obbligato a mettere in condizioni i consulenti di parte di poter assistere a tutte le fasi della perizia, ma ciò non può determinare dilazioni o rinvii (a meno di gravi impedimenti di una delle parti).
Riassumendo, la consulenza tecnica del pubblico ministero può essere svolta senza la partecipazione delle parti private, a meno che non si tratti di un incarico di natura “irripetibile”. Negli altri casi (consulenza irripetibile, ai sensi dell'articolo 360 del codice di procedura penale, o perizia), le attività tecniche devono essere svolte in modo da consentire la partecipazione delle parti e dei loro consulenti, che lo desiderano.
A parte questa differenza procedurale, normalmente le modalità di svolgimento dell'incarico sono analoghe. Dobbiamo distinguere, ovviamente, secondo quella che può essere la tipologia dell'incarico.
Ad esempio, se si tratta di un incarico per l’identificazione delle caratteristiche tecniche e l'idoneità all'impiego di uno o più reperti, l'attività del consulente si svolgerà normalmente all'interno del proprio laboratorio, dove potrà osservare, fotografare, smontare e valutare i reperti che gli sono stati affidati (eventualmente, alla presenza dei consulenti che hanno diritto ad assistere). In altri casi, invece, lo svolgimento della perizia o della consulenza richiede un'attività destinata a svolgersi all'esterno del laboratorio. I casi più frequenti sono quelli in cui occorre provare a fuoco le armi (in questo caso si deve disporre di un poligono di tiro o di un balipedio idoneo allo scopo); quelli in cui è necessario effettuare ispezioni nel luogo dove i fatti si sono svolti, per effettuare una più precisa ricognizione e ricostruzione degli eventi; quelli in cui occorre effettuare esperimenti giudiziali (ad esempio verificare gli effetti di una determinata carica esplosiva, per accertare se quanto avvenuto è compatibile con la tipologia di manufatti esplosivi che si presume essere stati utilizzati per commettere il crimine oggetto di indagine). In questi casi, sebbene non sia obbligatorio, è prassi che il magistrato autorizzi il consulente a richiedere l'assistenza della forza pubblica o della polizia giudiziaria, sia per evitare un procurato allarme (immaginiamo il caso che determinate prove debbano essere svolto in una via trafficata di una grande città) sia per evitare possibili incidenti sia, infine, perché la complessità delle attività da svolgere richiede l’ausilio di personale di polizia.
Nel caso di perizia, una volta conclusi gli accertamenti, il perito deve comparire formalmente davanti all'organo giudiziario per esporre oralmente i risultati dei propri accertamenti. Nella prassi, però, succede spesso che il perito depositi una relazione scritta riassuntiva alcuni giorni prima dell'udienza, di cui le parti prendono visione, tanto che, alla fine, l'esposizione orale della perizia si esaurisca nella risposta alle domande a chiarimento del pubblico ministero e dei difensori delle parti, con conseguente deposito e definitiva acquisizione agli atti del processo della relazione medesima.

Quale deve essere il contenuto di una perizia balistica
La prima cosa da considerare è che il consulente o il perito deve sempre documentare in modo completo e preciso tutte le attività svolte. Ad esempio, mi è capitato di leggere una perizia in cui, dopo aver dato atto in modo generico di aver effettuato accertamenti e prove, si passava direttamente alle risposte ai quesiti, senza che fosse dato modo di comprendere come, dove e quando il consulente avesse svolto le prove, che tipo di prove avesse svolto e quale fine avessero fatto i reperti da lui utilizzati (artifici o munizioni esplose). Sembra banale ma capita di leggere elaborati peritali in cui manca completamente qualsiasi resoconto delle attività svolte. Altro elemento importante è che la perizia sia corredata da materiale fotografico e/o video completo e agevolmente consultabile, sia per facilitare la comprensione del testo scritto sia per documentare quelle attività che sono state svolte (ad esempio, prova a fuoco). È essenziale, infine, che l'elaborato contenga anche precise planimetrie dei luoghi, se ciò è necessario ai fini di una perizia balistico-ricostruttiva. Tali planimetrie devono essere realizzate con metodi tecnici affidabili, in modo che sia possibile ricavarne con precisione le dimensioni, le distanze, la posizione dei soggetti che hanno sparato, delle vittime e di ogni altra persona o cosa (ad esempio, un veicolo) coinvolti.
Alla fine, vi deve essere l’analitica risposta a tutti i quesiti posti dal magistrato. Nel corpo della relazione deve essere data adeguata spiegazione e motivazione delle ragioni in base alle quali il perito è giunto a una determinata risposta a ogni quesito.

Patologia delle perizie balistiche
Troppo lungo sarebbe elencare gli errori contenuti nelle perizie o nelle consulenze balistiche. Mi è capitato di leggere una relazione su un fucile mitragliatore MAB, che era stato rinvenuto con bossolo esploso al suo interno e l'otturatore parzialmente aperto, in cui il consulente si è limitato a descrivere l'arma e a indicarne le caratteristiche tecniche generali senza spiegare, però, in quale modo e per quali ragioni l'arma si fosse inceppata né se – dopo tale evento – potesse essere considerata ancora efficiente o se, in caso negativo, fosse facilmente riparabile.
Gravi sono le conseguenze di perizie siffatte, che danno al processo solo una parvenza di completezza e di regolarità quando, in realtà, nulla apportano al giudice in termini di conoscenza tecnica (quello che, per l’appunto, sarebbe lo scopo della perizia) e affidano gli imputati alla sorte di una decisione giudiziale imprevedibile (dipende, ovviamente, dalla professionalità del magistrato inquirente o giudicante rendersi conto delle carenze dell’attività tecnica e porvi rimedio).
Una perizia seria non si limita a dare risposte ai quesiti posti dal magistrato ma raccoglie ed espone in modo completo tutti gli elementi di conoscenza acquisiti sui fatti oggetto d’indagine, li sviluppa in modo logico sulla base di rigorose argomentazioni tecniche, spiegando in modo compiuto tutte le attività svolte e tutti gli elementi oggetto di valutazione, per poi arrivare (alla fine di questo articolato percorso) alle conclusioni.
Solo se la perizia è stata redatta seguendo il corretto modo di procedere, le parti, assistite dai loro consulenti, possono valutare in concreto su quali basi poggia il responso peritale, per poterlo accettare o, invece, contrastare con altre argomentazioni altrettanto serie e tecnicamente fondate.
La difficoltà da parte dei magistrati di individuare periti realmente competenti, la cattiva abitudine di contentarsi di periti “raccattati” qua e là (di solito su raccomandazione di colleghi o di amici) e la mancanza di una scuola e di un percorso accademico idoneo ad attestare il conseguimento delle competenze professionali necessarie fanno sì che oggi – fortunatamente, non sempre ma ancora troppo spesso – le decisioni giudiziarie si basino su consulenze balistiche contenenti errori tecnici macroscopici. Per tale ragione, vi è un interesse generale a che tutti gli aspetti di natura balistica vengano analizzati da persone competenti ed esposti in elaborati peritali chiari e completi.
A tale proposito occorre chiarire che non esiste un percorso ben definito per diventare periti balistici. In teoria, chiunque può presentarsi al magistrato qualificandosi come esperto in armi e balistica poiché, a differenza di ciò che avviene per altre professioni, non esiste né un percorso di studi determinato, né un ordine professionale a cui essere ammessi sulla base di un esame o quanto meno di titoli riconosciuti. Nella maggior parte dei casi la funzione di perito balistico viene svolta da persone che prestano o che hanno prestato servizio nelle forze armate o nelle forze di polizia (come armaioli o come artificieri); oppure da persone che hanno conseguito l'abilitazione per la fabbricazione o per la riparazione di armi o, infine, da semplici armieri, vale a dire da persone in possesso della licenza di vendita di armi e munizioni. Nulla impedisce che tale qualifica venga assunta da semplici appassionati autodidatti i quali, nel loro tempo libero, hanno acquisito un certo numero di nozioni e di competenze senza per questo poter esibire alcuna certificazione del livello di competenza raggiunto.
È bene chiarire che non vi è niente di illecito nell'assumere la qualità di esperto balistico, se si è convinti in buona fede di avere competenze necessarie. Tuttavia, tenuto conto del fatto che spesso i magistrati non sono sufficientemente qualificati per rendersi conto del livello di competenza della persona a cui decidono di affidare un incarico di consulenza o di perizia, occorrerebbe quantomeno quel minimo di umiltà, tale da riconoscere la difficoltà dell'incarico e rinunciarvi, in modo da consentire la designazione di una persona più competente. Prendiamo il caso, ad esempio, in cui si renda necessario effettuare la comparazione di bossoli o di proiettili rinvenuti sul luogo di un crimine. In questo caso, occorre servirsi di un microscopio comparatore: si tratta di un microscopio appositamente progettato e realizzato per poter confrontare ogni singolo reperto (per esempio, un proiettile) con un altro analogo reperto di comparazione (ricavato in via sperimentale dall’arma che si presume essere stata utilizzata per la commissione del crimine). Con tale strumento, se utilizzato da persone competenti, è possibile stabilire con elevato grado di certezza se un determinato proiettile o un determinato bossolo è stato sparato da una certa arma. Il problema è che questo strumento, essendo molto costoso, è in possesso di pochissimi periti, mentre ne dispongono diversi organi tecnici della polizia di Stato o dei carabinieri, i quali hanno anche personale qualificato per utilizzarlo. Tuttavia non è raro il caso in cui il consulente o perito chieda l'autorizzazione a servirsi di un microscopio comparatore presso terzi, spesso addebitando anche i costi della locazione dello strumento.
Sul piano strettamente processuale, non esiste alcuna difficoltà ad autorizzare il noleggio dello strumento necessario. Tuttavia il magistrato farebbe bene a verificare se il consulente sia realmente in grado di utilizzarlo, trattandosi di un'attività che richiede adeguata esperienza e che può avere conseguenze molto gravi, nel caso in cui l'esito sia condizionato dalla scarsa competenza dell'operatore, con conseguente alterazione del risultato (falsi positivi o falsi negativi). In altre parole, una comparazione eseguita in modo non professionale, potrebbe far riconoscere la provenienza del reperto da una certa arma, portando alla condanna di un sospetto, sulla sola base di un accertamento tecnico malfatto o, al contrario, portare al proscioglimento di una persona colpevole.

Diritti delle parti
Ci si può domandare quali possibilità abbiano l'imputato, la persona offesa o la parte civile di ottenere che, in merito ai fatti per cui si procede, vengano svolti accertamenti di natura tecnico balistica in modo serio e professionale. Prima di tutto, come già accennato, è possibile stimolare il magistrato che procede a nominare un consulente o un perito, anche quando da parte sua non sarebbe intenzionato a farlo. Si è già detto, inoltre, che nel caso di perizia o nel caso di consulenza "irripetibile", le parti interessate possono nominare un proprio consulente per assistere a tutte le fasi degli accertamenti tecnici balistici. Alla fine, i consulenti di parte potranno redigere un elaborato, che potrà (e dovrà) essere preso in considerazione dai magistrati inquirenti e giudicanti.
Nel caso di consulenza irripetibile, ai sensi dell’articolo 360 del codice di procedura penale, le parti private possono fare riserva d’incidente probatorio, con la conseguenza che, in tal caso, il pubblico ministero è obbligato a richiedere l’incidente probatorio al giudice (in tal modo, l’attività irripetibile viene svolta sotto il controllo del giudice e con maggiori garanzie di contraddittorio).
D'altra parte, è anche possibile che la parte privata nomini sin dall'inizio delle indagini preliminari, addirittura prima ancora che il magistrato abbia avviato un accertamento balistico, uno o più consulenti tecnici, con l'incarico di svolgere tutti gli accertamenti tecnico-balistici ritenuti necessari. Una volta completata l'attività di consulenza, analogamente a quanto avviene per il consulente del pubblico ministero, i consulenti di parte privata possono redigere e consegnare alla parte un elaborato tecnico, da utilizzare nell’interesse della difesa sia durante le indagini sia nella fase processuale dibattimentale vera e propria. È chiaro che il consulente di parte non dispone dei poteri di cui dispone l’autorità giudiziaria e che, perciò, non ha neanche il diritto (eventualmente, solo la facoltà, se autorizzato dal magistrato) di prelevare i reperti e di portarli presso il proprio laboratorio né di svolgere altre attività che normalmente vengono svolte dai consulenti/periti d’ufficio per ordine del magistrato. Ciononostante, può capitare che il consulente di parte privata richieda al magistrato procedente di poter compiere le attività, che normalmente compie il consulente o il perito d'ufficio, cosa che potrà essere accordata, purché vi siano garanzie circa la conservazione e la genuinità delle fonti di prova. C'è da aggiungere in proposito che in nessun caso un soggetto privato potrebbe compiere attività normalmente vietate, come quella di portare sia pure a fini inerenti il proprio incarico armi da guerra, provandole in poligono e così via. Difatti mancherebbe in questo caso la scriminante già citata dall'articolo 51 e cioè di compiere il fatto in esecuzione di un legittimo ordine dell'autorità.
In effetti, il consulente incaricato da un soggetto privato non può invocare a proprio favore la causa di giustificazione di cui sopra. Pertanto, la consulenza per la parte privata incontra delle limitazioni, quanto meno dal punto di vista dei mezzi a disposizione. Ciò non significa però che la consulenza di parte non sia utile. In effetti è ben possibile che il consulente di parte, anche limitandosi solamente a visionare i reperti presso l'ufficio corpi di reato, a esaminare gli atti delle indagini preliminari dal momento in cui queste vengono messe a disposizione dalla parte interessata e svolgendo accertamenti e prove (eventualmente, non sulle cose in sequestro ma, per esempio, utilizzando armi simili a quella in sequestro), oppure documentandosi adeguatamente su fonti bibliografiche e basandosi sulle proprie conoscenze tecniche e sulla propria esperienza, possa fornire un contributo utilissimo alla soluzione favorevole (per la parte che lo ha incaricato) di un caso giudiziario.

Rimedi contro una perizia errata
L'esperienza dimostra che le perizie errate sono, purtroppo, una costante nelle aule giudiziarie. L’ho già detto con riguardo alla “patologia” della perizia balistica. Sarebbe troppo lungo l’elenco di casi pratici o di situazioni teoriche che possono verificarsi. Quello che vorrei ribadire, a tale proposito, è che troppo spesso i magistrati si rivolgono consulenti o periti improvvisati, scarsamente professionali, poco o punto consapevoli dei propri limiti, che presentano in giudizio consulenze o perizie carenti sotto molti punti di vista. Ho già detto che non tutti, anzi, pochissimi periti dispongono del microscopio comparatore, strumento costoso ma indispensabile per effettuare comparazioni di bossoli o di proiettili. Purtroppo, però, il fatto di disporre dello strumento non dimostra la preparazione e l'esperienza sufficienti al suo utilizzo e quindi all’esecuzione di comparazioni affidabili. Come già accennato, questo può avere conseguenze gravissime, perché la comparazione serve, per l'appunto, a identificare l'arma con cui è stato perpetrato un crimine e, quindi, l'errata identificazione potrebbe portare a condanne o ad assoluzioni erronee.
Ovviamente, il sistema giudiziario è strutturato in modo da consentire, almeno in teoria, di rimediare agli errori. Ciò non sempre avviene, dato che occorre comunque che le parti interessate si avvalgano degli strumenti procedurali previsti dal codice di procedura penale e che abbiano le risorse (anche economiche) per potersene avvalere. Ad esempio, se una persona viene rinviata a giudizio sulla base di una consulenza fatta fare dal pubblico ministero che si reputa errata, questa persona può chiedere al giudice per le indagini preliminari o al giudice del dibattimento di nominare un perito, competente e preparato, che possa chiarire i dubbi. Anche se si arrivasse a una condanna in primo grado, l'imputato potrebbe proporre appello e chiedere alla corte d'appello di disporre perizia, sia che si tratti di una perizia ulteriore rispetto a quelle già disposte in primo grado sia che, addirittura, non ne fosse stata disposta alcuna in precedenza.
È chiaro che, alla fine, quali che siano i responsi dei periti, la decisione non spetta a questi ma ai giudici, che devono basarsi sul proprio libero convincimento, dopo avere esaminato e valutato tutti gli atti del processo. Questo non significa che le consulenze e le perizie possano essere disattese, dato che il giudice deve motivare la propria decisione e, motivando, deve dare anche conto delle ragioni per cui accetta o si discosta dalla valutazione espressa dai periti. Vi è però sempre un margine di discrezionalità, avvalendosi del quale il giudice può accogliere oppure discostarsi dal parere espresso da consulenti o periti (soprattutto, se i responsi di costoro divergono tra di loro). Per questa ragione, mi pare abbastanza criticabile l’atteggiamento di molti difensori che si affrettano a concordare patteggiamenti con pubblico ministero (facendo accettare, di fatto, ai propri assistiti una condanna senza processo), senza aver prima valutato appieno se, dal punto di vista tecnico-balistico, ci fossero margini per addivenire a una assoluzione.
Altrettanto criticabile è l'atteggiamento dei pubblici ministeri e dei giudici per le indagini preliminari, che rinviano a giudizio per reati relativi alle armi sulla base del semplice rapporto di polizia giudiziaria, senza valutare se esistano adeguati riscontri di natura tecnica per sostenere l'accusa in giudizio.

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