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Gli effetti della riabilitazione

Le licenze di porto d'armi in presenza di determinate condanne

Si è molto parlato ultimamente dell'argomento oggetto di questo articolo, soprattutto perché il Ministero dell'Interno ha diramato una circolare nella quale ha ribadito l'interpretazione più restrittiva

di Biagio Mazzeo
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Com'è noto, la facoltà di andare armati è subordinata al possesso di apposita licenza, il cui rilascio non è atto dovuto dell'amministrazione pubblica ma è espressione di un potere discrezionale. Prima ancora di tale potere discrezionale (che si basa su una serie di valutazioni circa l’affidabilità del richiedente), la legge stessa pone limiti ostativi, che si risolvono nel divieto di rilasciare qualsiasi licenza di porto d'armi in presenza di condanne, per determinati reati, emesse dal giudice penale a carico del richiedente.
Le disposizioni da prendere in considerazione ai nostri fini sono due: gli articoli 11 e 43 del regio decreto n. 773/1931 – Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS).
Il primo dei due articoli citati si riferisce in generale alle "autorizzazioni di polizia", anche ma non solo, quindi, alle licenze di porto d'armi. Il secondo è invece specifico per le sole licenze di porto d'armi.


Per effetto dell'articolo 11, non possono essere concesse autorizzazioni di polizia:
"1. a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;
2. a chi è sottoposto all'ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza".
In base all'articolo 43, invece "non può essere conceduta la licenza di portare armi:
a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;
b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all'autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l'ordine pubblico;
c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi […]”.
Leggendo con attenzione le due disposizioni, si comprende agevolmente che la prima pone limiti molto più tenui della seconda, dato che il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia non dipende solo dal tipo di reato commesso ma dall’applicazione, in concreto, di una pena superiore a tre anni di reclusione, indipendentemente dal delitto (doloso) per cui la condanna sia stata inflitta oppure dal fatto che la persona sia stata colpita da uno dei provvedimenti indicati nel n. 2 (per esempio dichiarazione di delinquenza abituale). Deve trattarsi di fatti realmente molto gravi, perché nella prassi giudiziaria non è così frequente la comminazione di pene di tale entità.
Inoltre, l'articolo in esame lascia aperta la porta alla riabilitazione, aspetto che – come vedremo – riveste notevole importanza.
L'articolo 43, invece, non fa alcun riferimento alla pena concretamente inflitta ma solo alla tipologia di reati per cui la condanna è intervenuta e – elemento importante! – non menziona più la riabilitazione.
In pratica, il questore o il prefetto, investiti, rispettivamente, del potere discrezionale di rilasciare licenza di porto di armi lunghe o di armi corte, non devono tenere conto soltanto dell'articolo 11 (in base al quale, ad esempio, dovranno negare la licenza di porto a una persona che abbia subito una condanna a quattro anni di reclusione per evasione fiscale o per traffico di stupefacenti) ma dell'articolo 43, in base al quale dovranno negare la licenza a chi sia stato condannato a una pena, anche mite, ad esempio per il reato di resistenza a pubblico ufficiale (articolo 337 c.p.).
Facciamo l’esempio del reato di resistenza a pubblico ufficiale, perché si tratta di un reato molto comune nella casistica giudiziaria a cui si può andare facilmente incontro anche semplicemente con una frase infelice pronunciata in un momento di stizza (ad esempio, minacciare un vigile per un verbale ritenuto ingiustificato).
Non stiamo dicendo, ovviamente, che non sia grave minacciare un pubblico ufficiale ma solo che, in un’astratta graduatoria di gravità di reati, certamente non sarebbe da porre allo stesso livello con altri delitti ben più gravi, che – non essendo contemplati nell’articolo 43 TULPS – non possiedono il medesimo carattere ostativo.
In effetti, la disciplina dettata dall'articolo 43 appare ormai anacronistica. Basti pensare, ad esempio, che mentre il citato reato di resistenza pubblico ufficiale ("resistenza contro l'autorità") risulta preclusivo del rilascio della licenza, quello di traffico di stupefacenti (ben più grave) non è contemplato nell’articolo 43 e, di conseguenza, non ha effetto preclusivo assoluto (ma solo se ricade nella previsione dell’articolo 11).
Cosa possiamo aggiungere?
La legge è legge, ai giudici e ai pubblici funzionari compete applicarla e non modificarla. Il potere di modificare le leggi compete al Parlamento, che in questo dovrebbe farsi interprete della volontà popolare, adeguando le leggi alla realtà di oggi.

La riabilitazione
Esiste certamente un margine interpretativo, soprattutto quando le leggi presentano lacune o incertezze.
A tale proposito, abbiamo già evidenziato che la norma dell'articolo 43 non ripete il riferimento alla "riabilitazione" contenuto nell'articolo 11.
L'istituto della riabilitazione consiste in un provvedimento giurisdizionale, emesso dal Tribunale di Sorveglianza ad istanza dell'interessato, con il quale – a seguito del decorso di un certo tempo dal passaggio in giudicato della sentenza (cinque anni se si tratta di delitti) – la persona viene dichiarata riabilitata e, di conseguenza, i suoi precedenti penali, in un certo senso, vengono cancellati o, quanto meno, non compaiono più se il certificato penale viene richiesto dall'interessato (per esempio, per mostrarlo al suo datore di lavoro).
La normativa in materia è piuttosto complessa e, ovviamente, non è questa la sede per approfondirla. Sarà il caso di segnalare, però, che – tanto per complicare ancora le cose – esiste da venticinque anni a questa parte l'istituto del cosiddetto patteggiamento, che prevede l'estinzione del reato automatica dopo cinque anni (con la conseguenza che non deve essere richiesta la riabilitazione per le sentenze di patteggiamento ma solo una dichiarazione di “estinzione” al giudice che l’aveva emessa).
Comprendiamo che il lettore si possa sentire disorientato ma, a sua parziale consolazione, diciamo che la materia non è così agevole neppure per gli addetti ai lavori, cioè per avvocati, giudici e funzionari di polizia.
In pratica, solo chi non ha mai riportato una condanna da parte di un giudice penale può stare del tutto tranquillo, mentre chi ha riportato una condanna è esposto al rischio di vedersi negare la licenza o, se l'ha già ottenuta, di vedersela revocare, sempre che tale condanna sia intervenuta per uno dei reati indicati nell’articolo 43 TULPS.

Il parere del Consiglio di Stato
La recente circolare ministeriale del 2 agosto 2016 (citata all’inizio di questo articolo), che fa proprio il parere del Consiglio di Stato, afferma, in sostanza, che le condanne contemplate nell'articolo 43 sono ostative a vita al rilascio di una licenza di porto d'armi, indipendentemente dal fatto che sia intervenuta o meno la riabilitazione.
La conseguenza, in concreto, è che una persona condannata a cinque anni per traffico di droga (caso contemplato nell’articolo 11 ma non nell’articolo 43 TULPS), se si comporta bene e per cinque anni non riporta ulteriori condanne, una volta ottenuta la riabilitazione, potrà ottenere (sempre che ritenuto affidabile sotto tutti gli altri profili) la licenza di porto di fucile per uso di caccia o, addirittura, quella di porto di pistola per difesa personale; mentre, al contrario, una persona condannata a quattro mesi per resistenza a pubblico ufficiale, si vedrà precluso a vita l’accesso a una qualsiasi licenza di porto d’armi.
I Tribunali Amministrativi e lo stesso Consiglio di Stato, che, in relazione a singoli ricorsi di cittadini, avevano annullato le decisioni di questori e prefetti, affermando che, per analogia, la riabilitazione cancellasse anche le condanne ostative contemplate nell'articolo 43, rendendo così nuovamente concedibile la licenza ai condannati riabilitati, sono stati così autorevolmente smentiti e, in qualche modo, costretti ad adeguarsi al nuovo indirizzo; lo stesso vale, ovviamente, per prefetture e questure (che devono necessariamente dare esecuzione alle circolari del superiore ministero).
Infatti, la decisione fatta propria dal Ministero (emessa dal Consiglio di Stato quale organo consultivo e non quale organo giurisdizionale) ha espresso il parere opposto a quello che si era andato consolidando, pur con qualche contrasto, nella giurisprudenza.
Afferma, in sostanza, il Consiglio di Stato che, siccome l'articolo 43, a differenza dell'articolo 11, non richiama la riabilitazione, tale omissione palesa la volontà del legislatore di escludere l'efficacia della riabilitazione rispetto alle licenze di porto d'armi. L'affermazione in questione viene ulteriormente convalidata dall'argomento che la riabilitazione rimuove tutti gli effetti penali delle condanne ma non gli effetti amministrativi. Siccome ai fini della pubblica sicurezza rilevano questi ultimi e non i primi, ne deriva che la licenza sarebbe definitivamente preclusa in caso di condanne ostative, anche se è intervenuta riabilitazione, pur a seguito del passaggio di molti anni dai fatti che hanno determinato la condanna e pur quando – come spesso è avvenuto – la persona condannata aveva ottenuto la licenza e, addirittura, gli era stata più volte rinnovata nonostante il precedente giudiziario.
A tale proposito, il Consiglio di Stato ha chiarito che l'unico caso in cui la licenza rilasciata, in violazione del divieto di cui all'articolo 43, non deve essere immediatamente revocata è quello in cui il rilascio è avvenuto in forza di una sentenza del giudice amministrativo, che aveva obbligato l'amministrazione a rilasciarlo. Questo, tuttavia, non impedisce di rifiutare la licenza al momento del rinnovo successivo dopo quello imposto dal giudice.

Reati ostativi
Per concludere il discorso, cerchiamo di chiarire al meglio quali siano i soggetti interessati dalla circolare o, per meglio dire, quali siano le condanne che determinano l’impossibilità di ottenere la licenza di porto d’armi o il rinnovo, se già ottenuto.
Deve trattarsi di condanne, per i reati indicati nell'articolo 43, passate in giudicato, cioè – come si dice comunemente ma impropriamente – definitive, nel senso che deve trattarsi di sentenze non più soggette a possibilità di appello o di ricorso per Cassazione. Chi è stato condannato in primo grado ma assolto in appello, non deve preoccuparsi, così come chi ha ottenuto l'annullamento della sentenza in Cassazione. La semplice pendenza del procedimento può essere causa di rifiuto di concessione della licenza in base al potere discrezionale della pubblica amministrazione ma non ha carattere ostativo assoluto.
I reati ostativi, come accennato, sono i delitti non colposi, vale a dire quelli dolosi (non è ostativa, ad esempio, la condanna per omicidio colposo), per i quali è intervenuta una condanna alla reclusione (sono escluse le condanne alla sola pena della multa, così come – tranne quello che si dirà più avanti per il reato di porto d’armi – le condanne per reati contravvenzionali), per i reati commessi contro le persone con violenza (per esempio: lesioni personali, percosse, omicidio), oltre a questi anche furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina.
Sono poi ostativi i delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico. I primi sono quelli previsti dagli articoli 241 e seguenti del codice penale (come quello di attentato al presidente della Repubblica o quello di devastazione e saccheggio ma anche quelli di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze Armate); i secondi sono quelli contemplati negli articoli 414 e seguenti del codice penale: tra essi troviamo l’istigazione a delinquere, l’istigazione a disobbedire alle leggi e il reato di associazione per delinquere.
Infine, segnaliamo che al punto c) dell’articolo 43, oltre al reato di diserzione, è contemplato il reato di porto abusivo d’armi, ipotesi che può riguardare indifferentemente il porto abusivo di armi da guerra, di armi comuni da sparo ma anche quello di porto abusivo di armi bianche (quest’ultimo è punito come contravvenzione dall’articolo 699 del codice penale ma, in questo caso, l’articolo 43 non limita la preclusione ai soli delitti).
Come si vede, l’elenco dei reati ostativi a vita è molto ampio e contempla, insieme a reati di indubbia gravità (che giustificano certamente la preclusione), altre fattispecie, la cui gravità in concreto può essere minima e certamente non indicativa di spiccata pericolosità sociale né di inidoneità ad essere titolari di licenza di porto d’armi.
Prendiamo, ad esempio, il reato di furto: risponde di furto anche chi oltrepassa le casse di un supermercato con merce non pagata, fatto per cui si può essere condannati, a una modesta pena detentiva.
In altre parole, un fatto in sé deprecabile, quale quello di appropriarsi illecitamente di una qualsiasi merce esposta in un negozio, può portare all’applicazione di una modesta pena detentiva, quasi sempre inferiore a sei mesi di reclusione; tale fatto, anche se isolato e remoto nel tempo, indipendentemente dal fatto che sia intervenuta l’estinzione del reato o la riabilitazione, determina – secondo il citato parere del Consiglio di Stato – l’esclusione a vita dalla possibilità di ottenere una qualsiasi licenza di porto d’armi.
Ci pare abbastanza evidente che una simile interpretazione sia foriera di conseguenze talmente ingiuste – soprattutto, se confrontiamo la gravità di taluni reati ostativi con altri che non lo sono, ad esempio, quelli in tema di traffico di stupefacenti – da meritare una riforma legislativa, che adegui ai tempi le norme previste nel TULPS (risalente al 1931), anche per un evidente difetto di ragionevolezza di tali norme, che potrebbe essere oggetto di pronuncia di illegittimità per contrasto con l’articolo 3 della Costituzione.
Aggiungiamo che l’interpretazione in questione potrà anche essere gravida di conseguenze in termini di responsabilità nei confronti di prefetti e questori, ai quali si potrà rimproverare di aver concesso in passato licenze a persone, che non ne avrebbero avuto diritto (quanto meno, in base alla più recente interpretazione della legge), oltre a rallentare il processo di concessione e rinnovo delle licenze, potendo certamente sorgere dubbi da parte dei funzionari preposti al rilascio sulla corrispondenza o meno di determinati precedenti penali alle fattispecie di reato ostative.
L’unica soluzione possibile – esclusa un’improbabile resipiscenza del Consiglio di Stato – è quella di una nuova legge, che tenga conto sia della effettiva gravità dei reati sia del tempo trascorso dalla condanna e che, sicuramente, riconosca la dichiarazione di estinzione del reato e/o di riabilitazione come fatti idonei a superare il divieto di rilascio delle licenze, quanto meno sulla base di un apprezzamento discrezionale da parte delle autorità di pubblica sicurezza.

Scarica con il QR Code la Circolare numero 557/LEG/225.00 (Motivi ostativi al rilascio ed obbligo di revoca della licenza di porto d’armi ex articolo 43 TULPS)


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