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Nuove leggi e buon senso


Terrorismo, armi, sicurezza

di Biagio Mazzeo
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Tutti gli argomenti più spinosi che riguardano le armi richiederebbero un intervento da parte de legislatore che, al contrario, pare non volersi rendere conto della pericolosa deriva che ci attende se le cose non cambieranno

Ci siamo già occupati della proposta di direttiva europea sulle armi da fuoco sul numero 55 di A&B, che ha trovato la giustificazione (sarebbe forse meglio dire "il pretesto") dai gravi fatti di terrorismo islamico occorsi a Parigi e a Bruxelles nel corso del 2015 e del 2016.
L'idea, molto naïf, dei promotori della proposta e di coloro che la sostengono sarebbe quella di limitare l'accesso ad armi micidiali da parte di terroristi, adottando norme draconiane a carico di cacciatori, collezionisti, tiratori sportivi e anche nei confronti di coloro che si servono di armi a salve per eventi commemorativi (proprio così!). Addirittura, i collezionisti di armi vengono indicati nella relazione illustrativa come possibile fonte di approvvigionamento di armi da parte dei terroristi!
L'attentato di Nizza dello scorso luglio, compiuto da un uomo solo alla guida di un grosso autocarro che ha ucciso quasi novanta persone, ferendone altrettante, ha dimostrato – se ce ne fosse stato bisogno! – che il problema non sono le armi ma i terroristi.
Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco: chi scrive non crede affatto che bisogni consentire la diffusione indiscriminata di armi da fuoco. È giusto che l'acquisto, la detenzione e il porto di armi siano sottoposti a controlli, per verificare che la persona richiedente non abbia precedenti penali o turbe psichiche (nei limiti in cui è possibile accertarlo). Ma è assurdo pensare di migliorare la situazione della sicurezza in Europa con ulteriori restrizioni in materia di detenzione legale di armi, senza nulla – ma proprio nulla – fare contro la circolazione illegale di armi. D'altra parte, recenti fatti di cronaca hanno dimostrato che il terrorista non ha bisogno di armi da fuoco per uccidere: può servirsi, infatti, di autoveicoli, di armi bianche, di strumenti da punta e da taglio (coltelli, asce, machete) che chiunque può acquistare senza formalità e senza controlli di sorta. Il prossimo passo sarà quello di sottoporre a controllo i negozi di casalinghi e ferramenta per evitare che i terroristi possano rifornirsi di coltelli, asce e roncole?

L'irrazionalità dell'approccio da parte dei benpensanti anti-armi non è suscettibile di essere vinto da alcun argomento razionale. È inutile citare il Beccaria, che già duecento anni fa tuonava contro le false idee di utilità, per cui si vuole togliere il fuoco perché incendia e l'acqua perché annega; che ammoniva i suoi contemporanei dicendo che è maggiore la confidenza nell'aggredire i disarmati piuttosto che gli armati.
Sono questi argomenti razionali per persone intelligenti e senza pregiudizi. Merce rara al giorno d'oggi! Del resto, gli uomini politici, ben consapevoli che i problemi non si risolvono con la bacchetta magica, fingono di credere che determinate leggi possano cambiare le cose, solo per non sentirsi accusati di rimanente immobili di fronte alle emergenze.
E dunque limitiamo il possesso di armi, vietiamo le armi che somigliano ad armi automatiche, limitiamo i caricatori, sottoponiamo a registrazione oltre alle armi vere anche quelle a salve e quelle rese inerti! Otterremo quello che un famoso giurista diceva già tanti anni fa: tutti i cittadini saranno in "libertà provvisoria". Basterà detenere un simulacro di armi non denunciato per rischiare la prigione mentre gangster e terroristi se la rideranno alle nostre spalle. Continuando così finiremo per incoraggiare i cittadini onesti a diventare fuorilegge, perché ogni persona faticherà a rimanere nell'ambito della legalità, dato che qualsiasi piccola infrazione rischierà di portarlo al di fuori della legge. Per esempio, detenere senza denuncia un caricatore da carabina della capacità di dieci colpi può costare una condanna e il ritiro di tutte le armi detenute. Non esiste un settore della vita civile che è sottoposto a un tale ferreo regime.

Il certificato medico per tutti
E ancora, prendiamo il caso della revisione straordinaria delle detenzioni d'armi che con il "decreto correttivo" del 2013 è diventata permanente. Ogni sei anni chi detiene un'arma da sparo (non importa se si tratta di un vecchio schioppo o di un revolver a spillo, le cui munizioni sono virtualmente introvabili), deve andare all'ASL di competenza, pagare un ticket e fare una serie di analisi e accertamenti.
La maggior parte delle persone si è liberata delle armi detenute legalmente, portandole in armeria o versandole presso gli uffici di pubblica sicurezza. Abbiamo così ottenuto di privare tante brave persone, rispettose della legge, del piacere di possedere un oggetto, che poteva costituire un ricordo di famiglia o semplicemente una possibilità in più di difendersi a casa propria. Ma siamo sicuri che tutte – ma proprio tutte – queste persone abbiano rinunciato definitivamente a detenere un'arma? Oppure abbiamo semplicemente posto le premesse per accrescere la circolazione illegale di armi?
Norme eccessivamente restrittive possono costituire un alibi per indurre le persone a compiere azioni illegali. Non è certamente un auspicio da parte nostra ma una semplice previsione, basata sull'esperienza. È probabile, del resto, che gli organi di pubblica sicurezza saranno d'ora in avanti "ciechi" rispetto a quelle persone che prima denunciavano armi e munizioni e oggi, per necessità vera o presunta, dopo essersele procurate sul mercato illegale, continueranno a detenere armi ma senza denunciarle.
Molti anni fa, quando chi scrive collaborava con la rivista TACARMI, ebbe a scrivere a proposito del trattamento riservato alle persone che, avendo avuto la perdita di un familiare, si recavano presso commissariati o stazioni dei carabinieri per denunciare le armi fino ad allora detenute dal defunto. In molti casi venivano invitate a consegnare immediatamente le armi per la rottamazione o addirittura sottoposte a perquisizione domiciliare e denunciate. Il tutto per un atteggiamento di sfavore verso chi, anche senza averlo voluto, si è trovato in casa una o più armi. Il risultato? Chi trova armi in casa, le fa sparire e non le denuncia! È così che si accresce la sicurezza collettiva?

Veniamo alla questione terrorismo
La cronaca dimostra che una persona armata di un coltello, di un ascia o di un machete, può aggredire indisturbata i propri simili tra una moltitudine di persone totalmente inermi.
Sarebbe altrettanto facile il compito del terrorista se ogni dieci persone ce ne fosse almeno una armata in grado di fermarlo?
Conosciamo la risposta degli anti-armi: "sarebbe il Far West!". Ma il Far West è quello di oggi, in cui qualunque fanatico, esaltato o psicopatico è padrone di mettere in ginocchio la collettività (si veda l'episodio di Monaco, in Germania, dove la città è rimasta paralizzata per quasi dodici ore).
Domandiamoci come mai la situazione dell'ordine pubblico è così degenerata negli anni. Quando l'autore di queste note portava i calzoni corti, nelle campagne e nei piccoli centri era normale vedere persone che passeggiavano con il fucile da caccia in spalla. La licenza di cui erano titolari era valida "anche" per uso di caccia, il che voleva dire che il fucile poteva essere portato carico, per difesa, in ogni tempo.
Alcuni anni fa, il ministero dell'Interno si è adoperato per eliminare la parola "anche" dalla licenza, col risultato che oggi per portare un fucile per difesa occorre una licenza specifica, i cui titolari possono essere contati in tutta Italia sulle dita di una mano. Grazie a questo intervento ministeriale viviamo in un contesto più sicuro? Quanti delitti sono stati evitati grazie al fatto che un cacciatore non può più portare un fucile con sé quando va a fare una passeggiata in campagna? Probabilmente nessuno. Per contro, queste persone accrescevano la sicurezza delle campagne (non dimentichiamo che spesso vi si aggirano animali pericolosi, branchi di cani randagi affamati e simili) senza creare alcun allarme tra i cittadini. Ma queste cose i burocrati romani evidentemente non le sanno o fingono di non saperle.
Altro tema di cui ci siamo occupati: il porto di armi da parte delle forze dell'ordine.
I burocrati affermano che un carabiniere o un poliziotto è già dotato di un'arma corta, la pistola Beretta modello 92, e che quindi "non ha bisogno" di un'arma privata da portare con sé quando non è in servizio. In realtà, il bisogno c'è ed è molto sentito dagli appartenenti alle forze di polizia. Andare al cinema o in spiaggia con la modello 92 non è certo comodo e spesso, se l'agente veste abiti civili, può creare un certo allarme. Quale interesse ha lo Stato a impedire a un proprio servitore di portare una piccola pistola semiautomatica o un revolver compatto quando non è in servizio o quando presta servizio in borghese? Nessuno. Si ottiene solo il risultato che il poliziotto preferisce lasciare la pistola d'ordinanza presso l'armeria del suo ufficio e girare disarmato, con la conseguenza che, in caso di necessità, non potrà intervenire. Più sicurezza o meno sicurezza, allora?
Esiste una legge (la n. 36 del 1990), che ha istituito la licenza di porto d'armi gratuita per certe categorie, tra cui gli appartenenti alle forze di polizia, oltre che per le persone che non rivestono più una qualifica che consente loro di andare armate (prefetti, magistrati, ufficiali di PS). Questa legge è stata vista con sfavore dalla maggior parte dei prefetti, i quali si fanno vanto di ridurre le licenze di porto di pistola per difesa personale, indipendentemente dalla qualità e dall'affidabilità dei richiedenti ("meno armi ci sono in giro, meglio è"). Ma, vivaddio, una persona che porta armi (anche da guerra) durante il servizio o che ha prestato servizio per lo Stato per quarant'anni, perché mai dovrebbe costituire un pericolo per la società civile, se porta con sé un piccolo revolver quando non è in servizio oppure dopo essere andato in pensione? Più sicurezza? Sì ma per i criminali, non per i cittadini onesti.
Analoghe considerazioni per gli ufficiali delle Forze Armate (non carabinieri o altri corpi di polizia), che per legge hanno diritto al porto d'armi "quando vestono l'abito civile". Sulla base di "interpretazioni" del tutto abusive questi servitori dello Stato non riescono più ad ottenere il permesso di porto di pistola, cui avrebbero diritto. La legge viene messa sotto i piedi. Ma per questo è accresciuta la sicurezza dei cittadini? Giudichino i lettori.
Veniamo poi alla "triste storia" delle licenze di porto di pistola o rivoltella per difesa personale. La legge dice solo che il prefetto ha facoltà di rilasciare tale licenza al cittadino che può addurre un "dimostrato bisogno". Nel corso degli anni i prefetti hanno finito per stravolgere la norma al punto di esigere non il "bisogno" ma addirittura un "concreto pericolo" per la propria incolumità personale. Si tratta, in realtà, di una contraddizione in termini. Come può un "pericolo", che è la semplice probabilità di un evento, essere "concreto". Concreto è solo il danno non il pericolo del danno.
Comunque sia, le licenze di porto di pistola per difesa sono andate scemando negli anni, tanto che oggi sono più o meno ventimila. Le persone che le ottengono sono quasi sempre gioiellieri, armieri, imprenditori che maneggiano grosse somme di denaro. Ma il semplice cittadino, che magari abita in un luogo isolato? La donna che subisce minacce dall'ex marito violento? Il piccolo commerciante in balìa dei balordi del quartiere? Deve confidare nell'intervento delle forze di polizia.
Abbiamo tutto il rispetto per chi lavora professionalmente per la sicurezza della Comunità. Ma purtroppo i tagli di bilancio, la riduzione del personale, le inefficienze generali e, non ultimo, l'atteggiamento spesso troppo indulgente dei giudici, finiscono per dare al cittadino la quasi certezza che, al loro arrivo, i poliziotti si limiteranno a redigere un verbale o, peggio, a tracciare i segni col gesso sul pavimento. Come ha detto una volta Edoardo Mori, i prefetti negano troppo spesso la licenza di porto d'armi a professionisti e funzionari pubblici mentre qualunque giovane disoccupato, che trovi lavoro come guardia giurata, ottiene la licenza "a vista". Se è così rischioso mettere un'arma in mano a una persona, perché affidarla a un giovanotto inesperto e negarla a un padre di famiglia serio e rispettabile? Mistero.
L'importante, dicono i prefetti, è togliere le armi dalle strade. Certo, ma quali armi togliamo? Quelle delle persone per bene, perché le armi illegali circolano indisturbate.
Durante un viaggio di lavoro negli USA, alcuni anni fa, chi scrive fu colpito dal fatto che in un caveau, sotto un'armeria del New Jersey, ci fosse un via vai di persone che si addestravano all'uso della pistola. Si trattava di poliziotti in pensione, che dovevano sottoporsi annualmente a una sessione di tiro, per conservare il diritto di andare armati per alcuni anni dopo la cessazione del servizio.

Una modesta proposta
Questo ricordo personale, ci offre l'occasione di una proposta concreta per accrescere la sicurezza collettiva, nei confronti di criminali comuni e di terroristi. Si dice sempre che un ostacolo all'incremento della sicurezza è rappresentato dalla carenza di risorse economiche (per l'assunzione di poliziotti, ad esempio). Se chi scrive fosse ministro dell'interno, proporrebbe immediatamente in Consiglio dei Ministri una semplicissima proposta di legge: tutti gli appartenenti alle forze di polizia, cessati dal servizio negli ultimi cinque anni, possono ottenere gratuitamente il porto di pistola per difesa personale, impegnandosi a regolari sessioni di addestramento e a portare l'arma con sé in ogni circostanza. Le stesse persone dovrebbero essere munite di un tesserino di riconoscimento e del potere di compiere atti urgenti (arresti, sequestri) sino all'arrivo dei loro colleghi in servizio. In questo modo si potrebbe avere per le strade alcune decine di migliaia di persone affidabili, armate, con esperienza di attività di polizia, in grado di intervenire all'occorrenza con la necessaria professionalità. Sarebbe un modo concreto per accrescere la sicurezza senza seguire l'onda emotiva delle "ronde" o simili, che stanno prendendo piede nel Paese.
Un recente articolo sulla prestigiosa rivista DER SPIEGEL (sicuramente non sospettabile di essere pro-armi) ha evidenziato che negli USA il tasso di omicidi commessi con armi si è dimezzato dal 1990 ad oggi. Ma – diciamo noi – le armi detenute e portate negli USA non sono certo diminuite nello stesso periodo (anzi, si crede che il loro numero sia notevolmente aumentato). Pertanto, il postulato secondo cui meno armi circolano legalmente tra i cittadini e meno reati vi sono si dimostra palesemente infondato. Ma le sfide del terrorismo e del fanatismo, che oggi ci attanagliano, impongono di ripensare all'approccio verso le armi.
Disarmare ulteriormente i cittadini onesti significa metterli ulteriormente alla mercé dei criminali e dei fanatici. Nessuno può credere che disarmare i cittadini serva ad accrescere la loro sicurezza. Come è possibile che il cittadino possa essere più sicuro quando un pazzo o un fanatico con un semplice coltello può seminare il panico in una folla sterminata di persone, senza che nessuno possa intervenire a fermarlo, fino a quando non arrivi un agente di polizia armato. La tempestività dell'intervento della polizia non potrà mai essere tale da impedire l'evento, tuttalpiù servirà a limitarne le conseguenze e, quando possibile, ad arrestare o neutralizzare l'aggressore. Ma è possibile ancora affidare tutto alle forze di polizia, continuando a deresponsabilizzare i cittadini, con l'alibi che in uno Stato di diritto il monopolio della forza è riservato agli organi statali?

Legittima difesa
Abbiamo già affrontato in modo, sperabilmente, esaustivo l'argomento della legittima difesa (v. ARMI & BALISTICA n. 52). Purtroppo si è diffuso tra i cittadini l'equivoco secondo cui è possibile usare legalmente e impunemente le armi contro un intruso sorpreso nella nostra abitazione. La normativa – come abbiamo spiegato nell'articolo citato – è in realtà molto più complessa, sicché occorre prudenza per non incorrere nell'eccesso colposo o addirittura vedersi accusati di lesioni o di omicidio volontari.
Ci domandiamo però se non sia giunto il momento di una riforma del codice, che tenga conto del turbamento determinato dall'intrusione o da una qualsiasi aggressione, consentendo al giudice di ritenere non punibile qualsiasi comportamento riconducibile alla difesa, che pur eccedendone i limiti sia stato causato dall'agitazione del momento e quindi dall'impossibilità da parte della vittima di valutare lucidamente la situazione, reagendo in modo appropriato. La proposta, che si rifà alla legislazione di altri Stati europei, si trova sul sito www.earmi.it di Edoardo Mori.
L'obiettivo non deve essere quello di incoraggiare l'uso facile delle armi ma quello di tutelare le persone aggredite, quando la reazione al fatto ingiusto subito (e da loro stesse in alcun modo causato) per l'emozione del momento travalica i limiti astratti della legittima difesa. Non bisogna mai dimenticare che la persona che si difende, di regola, nulla ha fatto per causare la situazione di pericolo, che ha determinato la reazione della vittima.













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